In questo recente saggio padre Paolo Benanti, francescano del Terzo Ordine Regolare e docente di Teologia morale e Bioetica in vari atenei, nonché esperto di etica delle tecnologie e innovazione, si pone un interrogativo colmo di implicazioni nell’epoca attuale: L’uomo è un algoritmo?
Come indica il sottotitolo, si tratta di un testo – tanto breve quanto denso di contenuti – che prende in esame il confine tra umanità e tecnologia, con un taglio etico e filosofico.
Come ben sottolineato da Sebastiano Maffettone nell’acuta prefazione, l’autore evidenzia come l’IA – e quindi le macchine – simuli di fatto i processi dell’intelligenza: l’apprendimento, il ragionamento, l’autocorrezione. D’altro canto, da un punto di vista storico e antropologico, la tecnologia è una competenza umana fondamentale, a partire dalla “grande invenzione” del linguaggio.
L’intelligenza artificiale ha il potenziale di migliorare profondamente le nostre vite – come afferma Graziano Leoni nell’introduzione – e proprio per questo il suo sviluppo richiede di essere governato.
Nell’era digitale, infatti, i confini tra umano e artificiale si fanno sempre più sfumati, e occorre quindi tenere presente come l’intelligenza che caratterizza l’essere umano – e non le macchine – sia capace di intuizione e creatività. Benanti cita il mito di Ulisse, quale esempio in cui si riflette la duplice natura dell’intelligenza umana: capacità di significato e strumento per risolvere i problemi.
Al di là di tutto, infatti, il divario fra i circuiti integrati dei pc e l’uomo sta proprio nell’intenzionalità, nell’essere o meno dotato di senso. E questo apre a quella dimensione di unicità dove la persona è al centro, con le sue peculiarità irripetibili, con il suo carico di umana dignità.
libro
L’uomo è un algoritmo? Il senso dell’umano e l’intelligenza artificiale
di Paolo Benanti
Castelvecchi Lit Edizioni, Roma, 2025
