Il tempo non è solo ciò che misuriamo, ma un’esperienza umana, culturale e relazionale. Attraverso una prospettiva antropologica, il professor Marco Aime ci racconta come culture e società abbiano costruito modi diversi di vivere il tempo e come la modernità lo abbia trasformato in una risorsa da controllare, alimentando fretta e ansia, in particolare nelle nuove generazioni. Un viaggio dalla velocità contemporanea al valore della lentezza, dell’attesa e dell’ascolto, con un invito a ritrovare una dimensione più profonda del tempo, capace di dare valore alle relazioni e all’incontro con l’altro.
Nel suo lavoro antropologico, il tempo appare come qualcosa di profondamente vissuto, più che misurato. Come cambia la nostra esperienza del tempo quando lo consideriamo un’esperienza soggettiva anziché una risorsa da gestire?
Quando ci si trova in un contesto diverso dal proprio e vi si resta abbastanza a lungo, pian piano ci si conforma alle concezioni del tempo proprie delle persone del luogo. È qui che emerge la differenza tra il viaggio turistico e un’esperienza di lunga durata.
Il tempo del turista è un tempo “finalizzato”: si cerca di sfruttarlo al massimo per vedere più cose possibili. Quando invece si rimane a lungo in un luogo, prevale l’aspetto di esperienza interiore del tempo vissuto, che è regolato dalle relazioni umane più che dall’utilitarismo. È la relazione stessa a determinare i tempi.
Se pensiamo al mondo contadino dei nostri nonni, esisteva una concezione diversa del tempo. È stato il modello urbano-industriale a trasformarlo in denaro.
Nel momento in cui il lavoro industriale viene monetizzato e assume un valore economico, il tempo diventa qualcosa da sfruttare al massimo. Nasce così l’ansia di produrre sempre di più. Il tempo della città e dell’industria è strettamente legato all’economia.
Le diverse culture costruiscono modi differenti di concepire il tempo. Quali sono, secondo lei, le principali differenze tra una visione occidentale e altre prospettive culturali, e cosa possiamo apprendere da queste differenze?
Partirei da un’idea: il tempo non esiste. In una piccola stazione vidi una scritta sul muro che recitava: “Il tempo non esiste, gli orologi sì”. È una frase perfetta, perché il tempo è un’entità costruita dagli esseri umani nel momento in cui abbiamo deciso di misurarlo. In natura non esiste il tempo: esiste semmai l’invecchiamento delle cose materiali.
Il tempo nasce quando un nostro lontano antenato osserva che il sole sorge sempre da una parte e tramonta dall’altra e decide di chiamare quel ciclo “giorno”. I primi calcoli del tempo derivano infatti dall’osservazione della natura: il giorno, il mese con il ciclo lunare, le stagioni.
Essendo un’invenzione umana, il tempo può assumere forme molto diverse. In alcune culture dell’Oceania, ad esempio, il calendario è scandito dai cicli riproduttivi di particolari anellidi marini. Non è il 15 febbraio a determinare l’evento: è l’evento naturale a definire il tempo.
Da noi il calendario è fisso, anche se il grano può essere raccolto prima o dopo giugno. In altre culture, invece, “giugno” coincide con il momento del raccolto. È la natura a determinare il tempo, non il contrario.
Le mie esperienze si sono svolte soprattutto in Africa, dove il tempo viene percepito come un amico. Presso alcune popolazioni, ancora oggi gli appuntamenti vengono presi con il semplice riferimento mattina/pomeriggio di una data giornata, senza la preoccupazione di stabilire un momento esatto.
Prendiamo la settimana. A differenza del giorno o dell’anno, non è legata a fenomeni naturali: è un tempo sociale. In alcune zone dell’Africa, la settimana è determinata dal ciclo dei mercati. Se quattro mercati si alternano in quattro villaggi raggiungibili a piedi in un giorno, quei quattro giorni costituiscono la settimana. Un giorno si chiamerà con il nome del mercato A, il giorno dopo B, e così via, per cui “ci vediamo fra due mercati” equivale a dire fra otto giorni, oppure “ci vediamo il giorno del mercato A”, significa un determinato giorno.
Nel mondo occidentale, invece, abbiamo trasformato il tempo in un nemico: ci sembra sempre di averne troppo poco e lo rincorriamo continuamente. Un mio caro amico, l’intellettuale congolese Jean-Léonard Touadi, riassume questa idea con una battuta: “Dio ha dato l’orologio agli svizzeri e il tempo agli africani”.
Nel mondo contemporaneo il tempo è spesso percepito come scarso e da ottimizzare. Da dove nasce, a suo avviso, questa ossessione per il controllo del tempo?
La concezione moderna del tempo nasce con la rivoluzione industriale. Pare che la frase “il tempo è denaro” sia stata pronunciata da Benjamin Franklin, anche se non ci sono conferme ufficiali. È comunque in quel periodo che il tempo diventa moneta. La rivoluzione industriale produce un’accelerazione generale: tutto diventa più veloce grazie alle macchine.
Nel mondo contadino non esisteva una distinzione netta tra lavoro e tempo libero. Si seguivano i ritmi stagionali: durante i raccolti si lavorava fino a tardi, in inverno molto meno. Se faceva caldo, il contadino si fermava all’ombra a riposare e poi riprendeva l’attività.
L’industria invece separa il luogo del lavoro da quello dell’abitazione. Nasce così il “tempo libero”, ovvero il “tempo liberato” dal lavoro, come lo definiva Marx.
Con l’accelerazione aumentano la velocità della produzione, degli spostamenti e della comunicazione. Più diventiamo veloci, più cerchiamo di riempire il tempo guadagnato con altre attività. Internet ha poi amplificato enormemente questa accelerazione, che con il tempo abbiamo interiorizzato. Ci siamo abituati all’idea che tutto debba avvenire rapidamente e questo genera aspettativa, impazienza, ansia, fino alla sensazione di “non avere più tempo”. In realtà il tempo non manca: vogliamo semplicemente fare troppe cose contemporaneamente.
C’è un aneddoto dell’epoca coloniale in India. Un inglese e un indiano vedono un uomo seduto sotto una pianta. L’inglese commenta: “Perché quell’uomo non fa niente?”. L’indiano risponde: “Non è che non fa niente. Sta seduto sotto un albero”.
Dipende da come consideriamo l’uso del tempo. Può diventare una trappola che ci costruiamo da soli.
I giovani di oggi sembrano vivere un rapporto ambivalente con il tempo: da un lato l’immediatezza, l’impazienza e la velocità, dall’altro un senso di incertezza sul futuro. Come interpreta questa tensione dal punto di vista antropologico?
I ragazzi di oggi, mi riferisco alla generazione Z, hanno una lettura del tempo decisamente diversa dalla mia generazione perché sono nati in un’epoca già accelerata. Negli ultimi anni di insegnamento mi sono reso conto di quanto sia diventato difficile per loro sostenere una lezione cattedratica di un’ora e mezza o due. Non è una questione di bravura: l’accelerazione è loro intrinseca.
Quest’accelerazione dei tempi si riversa nella comunicazione e porta a un’estrema semplificazione del linguaggio, e quindi del pensiero con, tra l’altro, l’abbreviazione delle parole, tipica del linguaggio giovanile. Questo per quanto riguarda il tempo immediato o quotidiano. Quello che però oggi manca ai ragazzi – e non per colpa loro, ma per colpa nostra – è una visione a lungo termine, perché non c’è più nessuno che gliela proponga.
Le grandi narrazioni e ideologie del Novecento – giuste o sbagliate che fossero – offrivano un’idea di domani da immaginare e verso cui tendere. Oggi nessuno parla più di futuro, la politica non lo fa, nessuno parla più nemmeno di acquisire diritti, è già tanto se si parla di difenderli: segno di un’epoca di corto respiro. Non è un caso che il tema che mobilita maggiormente i giovani sia l’ambiente: è forse l’unico ambito che li costringe a pensare al futuro.
La fruizione molto rapida della comunicazione, ma anche il fatto di vivere avvolti da reti di informazioni che ci stimolano incessantemente, fa sì che il presente sia sempre più ampio e dominante a scapito del passato e del futuro. Oggi c’è sempre meno capacità immaginativa e il passato viene dimenticato per rincorrere questo presente che assorbe tutta l’attenzione e funziona come una sorta di cupola. Lo smartphone ha compiuto una rivoluzione a cui non avevamo mai assistito: ha cambiato il mondo in meno di vent’anni, scavando un profondo solco generazionale. Per chi è nato dopo, il “prima” semplicemente non esiste.
Per esempio, per la mia generazione, la precarietà lavorativa influenzava negativamente la capacità di progettare il futuro. Molti giovani, invece, non vivono questa condizione come una perdita, semplicemente perché non hanno conosciuto quel tipo di modello lavorativo. Per loro la precarietà è la norma e costruiscono la propria esistenza a partire da questa prospettiva.
È quindi fondamentale tener presente che i presupposti da cui diverse generazioni guardano al presente e al futuro sono determinati anche, e soprattutto, dall’esperienza generazionale.
Che rapporto esiste tra tempo e relazione con l’altro? In che modo la nostra modalità di vivere il tempo influenza la qualità dei nostri legami, anche tra generazioni diverse?
Le relazioni autentiche richiedono tempo. La comunicazione online, invece, per sua natura tende alla brevità: anche le relazioni diventano più rapide e standardizzate. Pensiamo ai social: con un click si diventa “amici”, mentre l’amicizia vera richiede dedizione, impegno, conoscenza reciproca. Spesso il web utilizza parole appartenenti al mondo offline, ma attribuendo loro significati molto diversi.
Anche nel rapporto tra generazioni il modo di vivere il tempo cambia profondamente la qualità dei legami. I conflitti generazionali sono sempre esistiti. Un tempo magari ci si scontrava sul piano delle idee, ma si parlava comunque lo stesso linguaggio. Oggi, invece, anche se esiste un maggiore dialogo tra genitori e figli, spesso è più difficile comprendersi, perché i codici culturali sono molto più distanti. Quello che a noi appare come una perdita, per un giovane può essere semplicemente la norma. E ciò che noi consideriamo un valore potrebbe non esserlo più. Noi adulti viviamo spesso un senso di perdita, perché abbiamo conosciuto un’altra epoca, più stabile. È ciò che Bauman definisce “società liquida”.
Anche il rapporto con l’età è cambiato profondamente. È la prima volta nella storia che persone di sessanta o settant’anni si sentono attive e continuano a fare progetti. Fino a poche generazioni fa, a quell’età si attendeva semplicemente la fine della vita. La parola “vecchio” è diventata quasi offensiva, un giudizio legato all’utilitarismo: la persona anziana, nel momento in cui smette di produrre, viene considerata non più funzionale a questa società. Abbiamo demonizzato la vecchiaia e anche questo significa modificare la percezione del tempo. Questo dimostra quanto sia cambiata la nostra percezione del tempo e dell’età. Credo allora che sia importante non partire dai nostri presupposti, soprattutto quando ci rapportiamo ai giovani. Ed è per questo che diventa fondamentale ascoltare e cercare di mettersi, almeno in parte, sul piano dell’altro.
Lei ha spesso sottolineato il valore della lentezza e dell’attesa. In una società accelerata, quale significato può avere recuperare tempi più dilatati, anche all’interno di percorsi di aiuto?
Pensiamo a come la rapidità dei collegamenti ha trasformato anche le relazioni. Un tempo, se qualcuno non rispondeva al telefono, si pensava semplicemente che fosse uscito. Oggi, se non si risponde subito a un messaggio, nasce facilmente l’ansia. Non siamo più abituati a vivere l’attesa come qualcosa di naturale.
Una comunicazione profonda implica attenzione, ascolto reciproco, la possibilità di ritornare sulle cose, di rivedersi e comprendersi davvero. Richiede un tempo lento e dedizione.
L’attesa e il rallentamento servono anche a riflettere su se stessi. Spesso inseguiamo il “fare dopo”, senza interrogarci davvero sulle ragioni e sul significato dei nostri comportamenti, qui e ora. Non si può “fare” e basta. A volte è necessario cessare l’attività e fermarsi a pensare a quello che si sta facendo e alla sua attribuzione di senso. L’attesa, anche quando è noiosa, è uno spazio prezioso: un momento in cui si può restare soli con se stessi e riflettere, lasciare agire il pensiero, comprendere e trovare ispirazione. Ed è anche un momento necessario in uno scambio dialogico tra persone.
Paradossalmente, sia a livello individuale che a livello relazionale, l’attesa può essere un tempo molto produttivo, giusto per utilizzare un linguaggio attuale, anche se secondo una connotazione completamente diversa da quella economica.
Marco Aime ha insegnato antropologia culturale presso l’università di Genova. Ha condotto ricerche in Africa occidentale e nelle Alpi. Come aree tematiche si è occupato del sorgere dei nuovi identitarismi e delle forme di razzismo.
