5/2026 Dialoghi

Un tempo senza lancette

Intervista all'antropologo Marco Aime, a cura di Allegra Cosso

Un tempo senza lancette

Il tempo non è solo ciò che misuriamo, ma un’esperienza umana, culturale e relazionale. Attraverso una prospettiva antropologica, il professor Marco Aime ci racconta come culture e società abbiano costruito modi diversi di vivere il tempo e come la modernità lo abbia trasformato in una risorsa da controllare, alimentando fretta e ansia, in particolare nelle nuove generazioni. Un viaggio dalla velocità contemporanea al valore della lentezza, dell’attesa e dell’ascolto, con un invito a ritrovare una dimensione più profonda del tempo, capace di dare valore alle relazioni e all’incontro con l’altro.


Nel suo lavoro antropologico, il tempo appare come qualcosa di profondamente vissuto, più che misurato. Come cambia la nostra esperienza del tempo quando lo consideriamo un’esperienza soggettiva anziché una risorsa da gestire?
Quando ci si trova in un contesto diverso dal proprio e vi si resta abbastanza a lungo, pian piano ci si conforma alle concezioni del tempo proprie delle persone del luogo. È qui che emerge la differenza tra il viaggio turistico e un’esperienza di lunga durata.
Il tempo del turista è un tempo “finalizzato”: si cerca di sfruttarlo al massimo per vedere più cose possibili. Quando invece si rimane a lungo in un luogo, prevale l’aspetto di esperienza interiore del tempo vissuto, che è regolato dalle relazioni umane più che dall’utilitarismo. È la relazione stessa a determinare i tempi.

Se pensiamo al mondo contadino dei nostri nonni, esisteva una concezione diversa del tempo. È stato il modello urbano-industriale a trasformarlo in denaro.
Nel momento in cui il lavoro industriale viene monetizzato e assume un valore economico, il tempo diventa qualcosa da sfruttare al massimo. Nasce così l’ansia di produrre sempre di più. Il tempo della città e dell’industria è strettamente legato all’economia.

Le diverse culture costruiscono modi differenti di concepire il tempo. Quali sono, secondo lei, le principali differenze tra una visione occidentale e altre prospettive culturali, e cosa possiamo apprendere da queste differenze?
Partirei da un’idea: il tempo non esiste. In una piccola stazione vidi una scritta sul muro che recitava: “Il tempo non esiste, gli orologi sì”. È una frase perfetta, perché il tempo è un’entità costruita dagli esseri umani nel momento in cui abbiamo deciso di misurarlo. In natura non esiste il tempo: esiste semmai l’invecchiamento delle cose materiali.

Il tempo nasce quando un nostro lontano antenato osserva che il sole sorge sempre da una parte e tramonta dall’altra e decide di chiamare quel ciclo “giorno”. I primi calcoli del tempo derivano infatti dall’osservazione della natura: il giorno, il mese con il ciclo lunare, le stagioni.
Essendo un’invenzione umana, il tempo può assumere forme molto diverse. In alcune culture dell’Oceania, ad esempio, il calendario è scandito dai cicli riproduttivi di particolari anellidi marini. Non è il 15 febbraio a determinare l’evento: è l’evento naturale a definire il tempo.
Da noi il calendario è fisso, anche se il grano può essere raccolto prima o dopo giugno. In altre culture, invece, “giugno” coincide con il momento del raccolto. È la natura a determinare il tempo, non il contrario.

Le mie esperienze si sono svolte soprattutto in Africa, dove il tempo viene percepito come un amico. Presso alcune popolazioni, ancora oggi gli appuntamenti vengono presi con il semplice riferimento mattina/pomeriggio di una data giornata, senza la preoccupazione di stabilire un momento esatto.
Prendiamo la settimana. A differenza del giorno o dell’anno, non è legata a fenomeni naturali: è un tempo sociale. In alcune zone dell’Africa, la settimana è determinata dal ciclo dei mercati. Se quattro mercati si alternano in quattro villaggi raggiungibili a piedi in un giorno, quei quattro giorni costituiscono la settimana. Un giorno si chiamerà con il nome del mercato A, il giorno dopo B, e così via, per cui “ci vediamo fra due mercati” equivale a dire fra otto giorni, oppure “ci vediamo il giorno del mercato A”, significa un determinato giorno.

Nel mondo occidentale, invece, abbiamo trasformato il tempo in un nemico: ci sembra sempre di averne troppo poco e lo rincorriamo continuamente. Un mio caro amico, l’intellettuale congolese Jean-Léonard Touadi, riassume questa idea con una battuta: “Dio ha dato l’orologio agli svizzeri e il tempo agli africani”.

Nel mondo contemporaneo il tempo è spesso percepito come scarso e da ottimizzare. Da dove nasce, a suo avviso, questa ossessione per il controllo del tempo?
La concezione moderna del tempo nasce con la rivoluzione industriale. Pare che la frase “il tempo è denaro” sia stata pronunciata da Benjamin Franklin, anche se non ci sono conferme ufficiali. È comunque in quel periodo che il tempo diventa moneta. La rivoluzione industriale produce un’accelerazione generale: tutto diventa più veloce grazie alle macchine.
Nel mondo contadino non esisteva una distinzione netta tra lavoro e tempo libero. Si seguivano i ritmi stagionali: durante i raccolti si lavorava fino a tardi, in inverno molto meno. Se faceva caldo, il contadino si fermava all’ombra a riposare e poi riprendeva l’attività.

L’industria invece separa il luogo del lavoro da quello dell’abitazione. Nasce così il “tempo libero”, ovvero il “tempo liberato” dal lavoro, come lo definiva Marx.
Con l’accelerazione aumentano la velocità della produzione, degli spostamenti e della comunicazione. Più diventiamo veloci, più cerchiamo di riempire il tempo guadagnato con altre attività. Internet ha poi amplificato enormemente questa accelerazione, che con il tempo abbiamo interiorizzato. Ci siamo abituati all’idea che tutto debba avvenire rapidamente e questo genera aspettativa, impazienza, ansia, fino alla sensazione di “non avere più tempo”. In realtà il tempo non manca: vogliamo semplicemente fare troppe cose contemporaneamente.

C’è un aneddoto dell’epoca coloniale in India. Un inglese e un indiano vedono un uomo seduto sotto una pianta. L’inglese commenta: “Perché quell’uomo non fa niente?”. L’indiano risponde: “Non è che non fa niente. Sta seduto sotto un albero”.
Dipende da come consideriamo l’uso del tempo. Può diventare una trappola che ci costruiamo da soli.

I giovani di oggi sembrano vivere un rapporto ambivalente con il tempo: da un lato l’immediatezza, l’impazienza e la velocità, dall’altro un senso di incertezza sul futuro. Come interpreta questa tensione dal punto di vista antropologico?
I ragazzi di oggi, mi riferisco alla generazione Z, hanno una lettura del tempo decisamente diversa dalla mia generazione perché sono nati in un’epoca già accelerata. Negli ultimi anni di insegnamento mi sono reso conto di quanto sia diventato difficile per loro sostenere una lezione cattedratica di un’ora e mezza o due. Non è una questione di bravura: l’accelerazione è loro intrinseca.

Quest’accelerazione dei tempi si riversa nella comunicazione e porta a un’estrema semplificazione del linguaggio, e quindi del pensiero con, tra l’altro, l’abbreviazione delle parole, tipica del linguaggio giovanile. Questo per quanto riguarda il tempo immediato o quotidiano. Quello che però oggi manca ai ragazzi – e non per colpa loro, ma per colpa nostra – è una visione a lungo termine, perché non c’è più nessuno che gliela proponga.

Le grandi narrazioni e ideologie del Novecento – giuste o sbagliate che fossero – offrivano un’idea di domani da immaginare e verso cui tendere. Oggi nessuno parla più di futuro, la politica non lo fa, nessuno parla più nemmeno di acquisire diritti, è già tanto se si parla di difenderli: segno di un’epoca di corto respiro. Non è un caso che il tema che mobilita maggiormente i giovani sia l’ambiente: è forse l’unico ambito che li costringe a pensare al futuro.

La fruizione molto rapida della comunicazione, ma anche il fatto di vivere avvolti da reti di informazioni che ci stimolano incessantemente, fa sì che il presente sia sempre più ampio e dominante a scapito del passato e del futuro. Oggi c’è sempre meno capacità immaginativa e il passato viene dimenticato per rincorrere questo presente che assorbe tutta l’attenzione e funziona come una sorta di cupola. Lo smartphone ha compiuto una rivoluzione a cui non avevamo mai assistito: ha cambiato il mondo in meno di vent’anni, scavando un profondo solco generazionale. Per chi è nato dopo, il “prima” semplicemente non esiste.

Per esempio, per la mia generazione, la precarietà lavorativa influenzava negativamente la capacità di progettare il futuro. Molti giovani, invece, non vivono questa condizione come una perdita, semplicemente perché non hanno conosciuto quel tipo di modello lavorativo. Per loro la precarietà è la norma e costruiscono la propria esistenza a partire da questa prospettiva.
È quindi fondamentale tener presente che i presupposti da cui diverse generazioni guardano al presente e al futuro sono determinati anche, e soprattutto, dall’esperienza generazionale.

Che rapporto esiste tra tempo e relazione con l’altro? In che modo la nostra modalità di vivere il tempo influenza la qualità dei nostri legami, anche tra generazioni diverse?
Le relazioni autentiche richiedono tempo. La comunicazione online, invece, per sua natura tende alla brevità: anche le relazioni diventano più rapide e standardizzate. Pensiamo ai social: con un click si diventa “amici”, mentre l’amicizia vera richiede dedizione, impegno, conoscenza reciproca. Spesso il web utilizza parole appartenenti al mondo offline, ma attribuendo loro significati molto diversi.

Anche nel rapporto tra generazioni il modo di vivere il tempo cambia profondamente la qualità dei legami. I conflitti generazionali sono sempre esistiti. Un tempo magari ci si scontrava sul piano delle idee, ma si parlava comunque lo stesso linguaggio. Oggi, invece, anche se esiste un maggiore dialogo tra genitori e figli, spesso è più difficile comprendersi, perché i codici culturali sono molto più distanti. Quello che a noi appare come una perdita, per un giovane può essere semplicemente la norma. E ciò che noi consideriamo un valore potrebbe non esserlo più. Noi adulti viviamo spesso un senso di perdita, perché abbiamo conosciuto un’altra epoca, più stabile. È ciò che Bauman definisce “società liquida”.

Anche il rapporto con l’età è cambiato profondamente. È la prima volta nella storia che persone di sessanta o settant’anni si sentono attive e continuano a fare progetti. Fino a poche generazioni fa, a quell’età si attendeva semplicemente la fine della vita. La parola “vecchio” è diventata quasi offensiva, un giudizio legato all’utilitarismo: la persona anziana, nel momento in cui smette di produrre, viene considerata non più funzionale a questa società. Abbiamo demonizzato la vecchiaia e anche questo significa modificare la percezione del tempo. Questo dimostra quanto sia cambiata la nostra percezione del tempo e dell’età. Credo allora che sia importante non partire dai nostri presupposti, soprattutto quando ci rapportiamo ai giovani. Ed è per questo che diventa fondamentale ascoltare e cercare di mettersi, almeno in parte, sul piano dell’altro.

Lei ha spesso sottolineato il valore della lentezza e dell’attesa. In una società accelerata, quale significato può avere recuperare tempi più dilatati, anche all’interno di percorsi di aiuto?
Pensiamo a come la rapidità dei collegamenti ha trasformato anche le relazioni. Un tempo, se qualcuno non rispondeva al telefono, si pensava semplicemente che fosse uscito. Oggi, se non si risponde subito a un messaggio, nasce facilmente l’ansia. Non siamo più abituati a vivere l’attesa come qualcosa di naturale.
Una comunicazione profonda implica attenzione, ascolto reciproco, la possibilità di ritornare sulle cose, di rivedersi e comprendersi davvero. Richiede un tempo lento e dedizione.

L’attesa e il rallentamento servono anche a riflettere su se stessi. Spesso inseguiamo il “fare dopo”, senza interrogarci davvero sulle ragioni e sul significato dei nostri comportamenti, qui e ora. Non si può “fare” e basta. A volte è necessario cessare l’attività e fermarsi a pensare a quello che si sta facendo e alla sua attribuzione di senso. L’attesa, anche quando è noiosa, è uno spazio prezioso: un momento in cui si può restare soli con se stessi e riflettere, lasciare agire il pensiero, comprendere e trovare ispirazione. Ed è anche un momento necessario in uno scambio dialogico tra persone.
Paradossalmente, sia a livello individuale che a livello relazionale, l’attesa può essere un tempo molto produttivo, giusto per utilizzare un linguaggio attuale, anche se secondo una connotazione completamente diversa da quella economica.


Marco Aime ha insegnato antropologia culturale presso l’università di Genova. Ha condotto ricerche in Africa occidentale e nelle Alpi. Come aree tematiche si è occupato del sorgere dei nuovi identitarismi e delle forme di razzismo.

Allegra Cosso

Considera la consapevolezza delle abitudini come una preziosa chiave di volta evolutiva. Laureata in filosofia teoretica, ha sviluppato una personale pratica di counseling attingendo alle proprie competenze di counselor analitico transazionale e di Alexander Technique Teacher.
Lavora con individui e coppie, focalizzandosi sulle relazioni – personali e professionali – e sulla gestione delle difficoltà legate alle malattie croniche come il diabete di tipo 1.
Completa l’attività di counseling con la formazione aziendale, dopo vent’anni alla guida della comunicazione di realtà italiane e internazionali.

linguaggio disobbediente

Come tutte le norme, anche quelle linguistiche sono un artefatto politico, sociale, culturale. Quella del maschile sovraesteso è una regola linguistica che di recente l’Accademia della Crusca ha definito come non discriminante. Di fronte alle norme ci sono sempre due possibilità: obbedire o disobbedire. Questo articolo vuole essere un atto intenzionale di disobbedienza grammaticale che intende ribadire – proprio con le parole – la forza dirompente del linguaggio. Come tutte le dis-obbedienze, è dis-turbante e dis-ordinante, anche percettivamente per chi legge; eppure: considerate che ogni qualvolta la piccola "ə" genera un senso di fastidio, la forma di straniamento è analoga a quella vissuta da chi appartiene a una minoranza a cui una maggioranza – sociale, politica, linguistica e sessuale – impone, nel nome della regola, dell’estetica o della leggibilità, l’adeguamento come normale. E come l’obbedienza a un ordine continui ad essere una virtù.


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Jhumpa Lahiri

Jhumpa Lahiri è una scrittrice di fama mondiale, nota per le sue opere sull'esperienza degli immigrati, in particolare degli indiani orientali. Ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa con la sua prima raccolta di racconti, 'Interpreter of Maladies'. Nel suo libro bilingue 'In Other Words', originariamente scritto in italiano, Lahiri esplora il travagliato processo che ha affrontato per esprimersi in una nuova lingua.


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code-switching

Il code-switching, o commutazione di codice, è il passare fluidamente da una lingua a un’altra all’interno del discorso di uno stesso parlante. Può riflettere la volontà di esprimere un'identità culturale, di adattarsi a un gruppo sociale specifico, o semplicemente di utilizzare la lingua percepita più adatta per esprimere un particolare concetto o emozione.


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Counseling scolastico in Corea del Sud

Fonte: Sang Min Lee – Eunjoo Yang, “Counseling in South Korea”, in Counseling Around the World, a cura di Thomas Hohenshil, Norman Amundson, Spencer Niles, American Counseling Association, Alexandria VA (USA), 2013.


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L’esperienza del counseling in Turchia

Fonte: Fidan Korkut Owen and Oya Yerin Güneri, “Counseling in Turkey”, in Counseling Around the World, a cura di Thomas Hohenshil, Norman Amundson, Spencer Niles, American Counseling Association, Alexandria VA (USA), 2013.


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Pietra di inciampo


Stolpersteinen, in tedesco, pietre d’inciampo; ideate negli Anni 90 dall'artista tedesco Gunter Demnig per innestare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio.

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Comitato scientifico di AssoCounseling


Svolge varie funzioni di supporto e stimolo all’attività di ricerca, studio ed elaborazione dell’identità professionale.

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Il team


Nella quarta edizione appena conclusa Laura Torretta ha ricoperto il ruolo di referente nel direttivo e di project manager, affiancata dalla process owner Aidp Lombardia Daniela Tronconi. È in partenza la quinta edizione, con un passaggio di consegne al nuovo direttivo, in cui la nuova referente dell’iniziativa sarà Rossella Cardinale e la nuova project manager Elisabetta Maiocchi.

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Ringraziamento ai supervisori


Si ringraziano in particolare Pierpaolo Dutto, Manuela Giago, Silvia Ronzani, referenti per le tre scuole.

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Questionario di fine percorso


Per chi volesse avere evidenza del questionario somministrato a fine percorso ecco le domande proposte:

  • Avevi già effettuato un percorso di counseling?
  • Relativamente all’esperienza di counseling quale è il livello di gradimento complessivo?
  • Ti sei sentito/a accolto/a, ascoltato/a e compreso/a dal counselor? Sì? Come? No? Come?
  • Quali tema e bisogno sono stati al centro del tuo percorso?
  • Se dovessi dare un valore al tuo benessere all’inizio: da 1 a 10?
  • Descrivi, con una o più parole, l'emozione che provavi all'inizio del primo incontro.
  • Quali pensieri ricorrenti, schemi limitanti, credenze e convinzioni sono emerse e hai trasformato?
  • Quali nuove consapevolezze hai sviluppato?
  • Quali risorse hai organizzato e mobilitato al servizio della tua crescita?
  • Descrivi, con una o più parole, l'emozione che provi ora, al termine del tuo percorso.
  • Quali azioni nuove scegli ora più coerenti con il tuo obiettivo?
  • Regista e protagonista di una nuova narrazione: descrivi la tua esperienza di cambiamento e maggiore benessere
  • Se dovessi dare un valore al tuo benessere alla fine del percorso: da 1 a 10?
  • Raccomanderesti questa esperienza ad altri? Sì? Per quale motivo? No? Per quale motivo?

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Definizione di sessualità


"La sessualità è un concetto esteso […]. È una parte naturale dello sviluppo umano in ogni fase della vita e include componenti fisiche, psicologiche e sociali […]. La sessualità è un aspetto centrale dell’essere umano lungo tutto l’arco della vita e comprende il sesso, l’identità e i ruoli di genere, l’orientamento sessuale, l’erotismo, il piacere, l’intimità e la riproduzione. La sessualità viene sperimentata ed espressa in pensieri, fantasie, desideri, convinzioni, atteggiamenti, valori, comportamenti, pratiche, ruoli e relazioni. Sebbene la sessualità possa includere tutte queste dimensioni, non tutte sono sempre esperite ed espresse. La sessualità è interessata dall’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, etici, giuridici, storici, religiosi e spirituali.”

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Diritto alla sessualità


"Tutti gli esseri umani hanno la facoltà di vivere la propria sessualità in maniera appagante, libera da coercizioni, discriminazioni o violenza. I diritti sessuali si basano sui principi fondamentali dei diritti umani internazionalmente definiti, sono parte integrante delle convenzioni dell’ONU che hanno carattere vincolante.”

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Origine della sessuologia scientifica


Lo studio della sessuologia scientifica è un ambito di ricerca recentissimo che risale alla metà del 1900. Fa capo gli studi rivoluzionari di Masters e Jonson, i primi ad interessarsi scientificamente la sessualità cercando di superare la teoria e la clinica freudiana che intendeva i disturbi sessuali espressione di uno sviluppo psicosessuale problematico.

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dall'articolo 10


Il diritto all’istruzione e il diritto ad una educazione sessuale approfondita ed esauriente: “Ogni individuo ha il diritto all’istruzione ed il diritto ad una educazione sessuale completa. L’educazione sessuale deve essere appropriata all’età, scientificamente accurata, culturalmente adeguata e basata sui diritti umani, sull’uguaglianza di genere e su un approccio positivo alla sessualità.”

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riferimento bibliografico esteso


Tutu, D. (2004), God has a dream. A vision of hope for our time, Doubleday, NY.

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riferimento bibliografico esteso


Mokgoro, Y. (1998), Ubuntu and the law in South Africa. Buffalo Human Rights Law Review, 15, 1–6.

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stati dell'Io


Per la terminologia dell’Analisi Transazionale utilizzata si può fare riferimento al testo di Stewart – Joines in bibliografia.

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L'esempio di Rigivan Ganeshamoorthy


Nell'intervista, Capotosto cita l'esempio di Rigivan Ganeshamoorthy, un atleta paralimpico che, usando una parola normalmente offensiva, ha scritto la parola su sé stesso con leggerezza, ridefinendo la propria condizione in maniera autodiretta e tematizzando l’umorismo in ambito di disabilità.

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Doppia empatia


La teoria della doppia empatia, formulata dal sociologo Damian Milton, propone che le difficoltà comunicative tra persone neurodivergenti e neurotipiche non derivino da un “deficit” di una delle due parti, ma da una asimmetria reciproca. Quando due individui hanno modi diversi di percepire, interpretare e dare significato all’esperienza, può emergere un gap di comprensione che riguarda entrambi. L’approccio mette quindi l’accento sulla relazione, non sulla mancanza individuale, e invita a considerare la comunicazione come un processo di co-costruzione che richiede adattamento e ascolto da entrambe le parti.

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Nota all'immagine


I principi di design dell'immagine si basano sulla Neuroaffermatività, definendo la comunicazione tra persone neurodivergenti e persone normotipiche come un mismatch reciproco tra stili cognitivi validi, il quale dà luogo al Double Empathy Problem. Sono stati esclusi per etica simboli patologizzanti come il pezzo di puzzle. L'estetica funzionale adotta il Low Arousal Design o Minimalismo Sensoriale e palette a bassa saturazione per garantire accessibilità visiva e sicurezza sensoriale, prevenendo lo stress da Pattern Glare.

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neurodivergenza


Per neurodivergenza, si intende un funzionamento neurologico diverso da quello considerato "tipico", non una malattia, ma una variazione naturale del cervello umano, che include condizioni come autismo, ADHD, dislessia e plusdotazione, caratterizzata da modi unici di pensare, percepire e interagire con il mondo, valorizzando le differenze piuttosto che vederle come deficit.

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omeostasi


L’omeostasi è la capacità degli organismi viventi di autoregolarsi, mantenendo un ambiente interno stabile e costante (temperatura, pH, glicemia) nonostante le variazioni esterne.

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Nota di lettura su questo articolo


Evoluzioni si impegna a fornire informazioni di qualità nel campo del counseling, promuovendo la condivisione di conoscenze e prospettive globali. Lo fa nella consapevolezza che il counseling è una professione largamente diffusa, in un mondo che evolve velocemente. Con esso mutano la società umana e i suoi bisogni, nonché, a distanza di tempi più o meno lunghi, le normative che di conseguenza ciascun Paese sceglie di definire.

Anche i confini della professione di counselor possono essere diversi da nazione a nazione. In alcuni stati chi la esercita può per esempio definirsi terapeuta o psicoterapeuta e occuparsi di disturbi che in altri paesi (tra cui al momento l’Italia) non può per legge affrontare. Diversi sono anche i criteri per la formazione in counseling, le normative e i sistemi di accreditamento/riconoscimento della professione.

Quanto descritto nei contenuti è dunque pubblicato a mero titolo informativo e non costituisce indicazioni per i confini della pratica professionale in Italia, per i quali si raccomanda di fare riferimento alle leggi e normative vigenti nel contesto italiano.

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