Questa è un’esperienza come tante, nata negli anni ’90 in un istituto di istruzione superiore di Prato, allora di piccole dimensioni e oggi con 2.000 fra studenti e oltre 200 docenti. Si tratta di un C.I.C. (Centro Informazione e Consulenza) di cui al DPR n. 309/1990, con un’evoluzione singolare a partire dal 2018/2019, fino a diventare un punto di riferimento innovativo, aperto a studenti e studentesse, ai genitori, al corpo docente e al personale scolastico. Un prezioso punto di osservazione su come è cambiata, negli anni, la percezione del tempo negli adolescenti.
Nascita e sviluppo del servizio
Il Centro Informazione e Consulenza (CIC) del quale faccio parte come counselor è stato costituito in un Istituto di istruzione superiore di Prato (che oggi conta circa 2.000 fra studenti e studentesse e oltre 200 docenti), a seguito dell’entrata in vigore del DPR 309/1990, con lo scopo di prevenire il disagio giovanile e offrire orientamento. Dopo un inizio un po’ faticoso, la svolta positiva si è registrata poco prima della pandemia – più precisamente a partire dall’anno scolastico 2018/2019 – per consolidarsi successivamente, fino a diventare un punto di riferimento riconosciuto in un luogo accogliente, curato e aperto.
L’originalità dell’esperienza è attestata da un riconoscimento ottenuto nell’a.s. 2019/2020, come istituto capofila di tutte le scuole della Toscana di un progetto rivolto alla prevenzione del disagio, causa dell’abbandono scolastico. La pandemia ha bloccato il finanziamento concesso dalla Regione per le altre scuole, mentre la nostra ha continuato a sperimentare questa modalità. Ne è nata un’équipe multidisciplinare, composta da una pedagogista, una psicologa e da me che – dopo essere stata un’insegnante nello stesso plesso – sono una counselor. Il coordinamento è svolto da una “figura strumentale” interna, anch’essa counselor, e la modalità di lavoro prevede una forte integrazione tra professionisti di formazione diversa, a vantaggio dell’efficacia degli interventi.
Il confronto con la dirigenza e altre figure strumentali presenti nella scuola – quali la referente per il contrasto al bullismo e cyberbullismo e per il supporto BES/DSA – è costante, anche attraverso briefing di condivisione mensili.
Attraverso lo sportello vengono svolti colloqui individuali e di gruppo, oppure interventi nelle singole classi, secondo una procedura di ricevimento delle richieste e di inoltro alle professioniste dell’équipe.
Particolare cura è stata posta al setting, ovvero la stanza dove si svolge la gran parte di attività e che, oltre a essere spaziosa e luminosa, è anche molto accogliente grazie a una scelta attenta dell’arredamento e delle luci.
Oltre lo sportello di ascolto
La funzione di ascolto assorbe molta parte dell’attività del CIC, se si considera un totale di quasi 900 colloqui svolti nell’anno scolastico 2024/2025, dei quali circa 700 con studenti e studentesse, 130 con i genitori e poco meno di 100 con i docenti e le docenti. Gli incontri di gruppo si attestano sui 130, comprensivi di quelli in classe o con i docenti e le docenti, i genitori, studenti e studentesse. La tipologia di disagio affrontato riguarda per circa la metà le abilità didattiche, quindi l’area emotiva, quella relazionale, le problematiche riguardanti il bullismo e l’area cognitiva.
Ma il CIC non si ferma ai colloqui. Il gruppo di lavoro segue infatti anche la formazione di studenti e studentesse impegnati in due progetti:
– “Tutor-accoglienza”, che coinvolge le classi dalla terza in su, con l’obiettivo di promuovere buone pratiche comunicative verso coloro che transitano dalle scuole secondarie di primo grado. Gli studenti e le studentesse si autocandidano al ruolo di tutor fin dalla seconda classe e, se ritenuti idonei, sono chiamati a svolgere un ruolo molto vicino a quello di “fratello o sorella maggiore”.
La formazione, somministrata nelle forme più adeguate alle età coinvolte, ha lo scopo di fornire le basi delle tecniche di ascolto e accoglienza ma, nello stesso tempo, di stabilire i confini degli interventi, che non dovranno prevedere soluzioni, né assunzioni di responsabilità, che restano di competenza degli adulti.
– “Peer education – Cittadini della salute” è l’altro progetto che vede impegnati studenti e studentesse, attivo da tempo e promosso dal personale dell’Azienda Sanitaria. Lo scopo è quello di formare, secondo il metodo P2P, all’accoglienza di eventuali dubbi o criticità di ordine affettivo e sessuale provenienti da chi frequenta le seconde classi. Però la formazione, in questo caso, viene svolta direttamente dalla Asl, mentre noi seguiamo comunque i vari percorsi.
I due progetti sono collegati, perché chi si candida per l’uno spesso si candida anche per l’altro (ca 180), e le ore dedicate diventano esperienze curriculari riconosciute.
La percezione del tempo
In questa mia esperienza di counselor presso il CIC ho avuto modo di approcciarmi a diverse problematiche adolescenziali, già suddivise secondo le macroaree indicate al paragrafo precedente.
La pandemia – e non è soltanto un luogo comune – ha rappresentato un “prima” e un “dopo” tra un modo di vivere le amicizie e lo stare in compagnia, aumentando la paura dell’isolamento e del giudizio. Questi, infatti, sono due dei temi principali affrontati.
Incontrarsi con gli amici e le amiche è diventato un evento raro in questo tempo orientato al virtuale, ed è più frequente giocare o chattare online. Questa scelta è apparentemente motivata anche da un’esigenza di protezione rispetto a eventuali confronti diretti, ma a ben guardare non è così, se pensiamo ai numerosi attacchi via web, con il loro potere amplificatorio.
Per chi è cresciuto in un mondo più lento, il tempo era soprattutto da amministrare con pazienza, maggiormente legato ai ritmi naturali, ai cicli del lavoro e alla continuità delle relazioni. Nelle generazioni più giovani, invece, il tempo appare come un flusso, frammentato e accelerato: è una risorsa da ottimizzare, da riempire e rendere produttiva. È una differenza non solo pratica, ma valoriale, che è evidente nella forbice generazionale perché, se da una parte il tempo “costruisce” attraverso esperienze che sedimentano, dall’altra “consente” aprendo a molteplici scelte da consumare velocemente.
Per questo – credo – è molto diffusa l’idea del “tutto e subito”, a scapito di un impegno costante e duraturo. Se siamo abituati a fare scrolling, siamo portati a pensare che funzioni così anche per i compiti, sottovalutando la consapevolezza del tempo da dedicare alla propria preparazione e la necessità di un metodo di studio da costruire. Si tende sempre a rimandare, e non a caso le maggiori criticità sono collocate nell’area delle abilità didattiche. Anche la somministrazione dei compiti a casa dovrà prima o poi confrontarsi con l’efficienza dell’IA, consolidandone gli aspetti della formazione, e non tanto quelli di controllo.
Senza volerli demonizzare, i cellulari sono talvolta “ladri di tempo”, e soprattutto della qualità del tempo che doniamo agli altri e a noi stessi. Vediamo famiglie intere che, anche se riunite in incontri conviviali, finiscono per immergersi negli schermi dei loro smartphone, perdendosi la bellezza dei momenti di condivisione. L’esempio resta lo strumento educativo più efficace, quello che trasmette immediatamente un messaggio senza bisogno di parole. E non sarà un caso se, in questi ultimi anni, dalle narrazioni affiora una diminuita fiducia nelle figure adulte. Emergono, dai colloqui, stati di disorientamento e sofferenza – espressa anche in modi aggressivi – per i comportamenti imprevedibili degli adulti e, soprattutto, per certi eccessi in termini di “attenzione controllante” o di “messaggi incoerenti” che oscillano tra l’autoritario, il lasciar fare ecc., e hanno in comune una difficoltà a trovare modalità e tempo per l’ascolto dei figli e delle figlie adolescenti.
Sempre in tema di cellulari, la scuola ha trovato un modo per limitarne l’utilizzo in classe, ma a casa non sempre è così. In diversi, però, praticano sport di gruppo che prevedono allenamenti pomeridiani e partite domenicali; sono frequentate anche le attività degli oratori, rimasti quasi gli unici presìdi dove ragazzi e ragazze possono trovare spazi per dedicare tempo a se stessi e alla cura delle relazioni al di fuori della scuola e dello sport.
Continuare su questa strada
Tornando al nostro caso, nel favorire – con le esperienze di formazione per i due progetti scolastici attivi – lo sviluppo di una propensione all’ascolto e alla cura fra coetanei, si vanno affinando anche strumenti utili a scoprire nuove abilità. Inoltre, i riscontri positivi da parte dei compagni e delle compagne hanno un naturale effetto benefico sull’autostima e sul sentimento di essere stati importanti per qualcuno.
Più specificatamente, il valore della formazione che proponiamo sta anche nel modo in cui la stessa può rimandare a una diversa percezione del tempo.
Tra le due visioni sopra esposte, infatti, non deve esserci opposizione, ma una tensione fertile e costruttiva: la durata insegna profondità, il flusso rimanda all’adattamento. Forse il compito delle comunità – e della scuola in modo particolare – è proprio questo: creare spazi in cui il tempo possa essere insieme memoria e slancio, radice e movimento.
In un mondo che spinge verso la velocità, nella scuola il tempo può tornare ad avere spessore: non solo successione di attività, ma occasione per fermarsi, comprendere, collegare. E questa esperienza mostra anche che la formazione non accelera, ma dilata, offrendo ai ragazzi la possibilità di abitare il tempo con consapevolezza, di vedere che ogni fase – preparazione, confronto, restituzione – costruisce competenze e relazioni.
In questa dimensione “frammentata”, progetti scolastici di lunga durata come questi possono andare incontro al disagio giovanile, supportando alunni, alunne e figure adulte di riferimento. A ben guardare, tali effetti si riversano positivamente sull’intera società civile e quindi, più che premiati, essi andrebbero incentivati e sostenuti a ogni livello, soprattutto in tempi come questi, avvolti da una nebbia emotiva che non favorisce la consapevolezza di sé e la benevolenza verso gli altri.
Bibliografia:
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- Carkhuff R. (1993), L’arte di aiutare. Manuale, Erickson, Trento
- Charmet G. P. (2024), Adolescenti misteriosi, Mimesis edizione, Udine
- Maggiolini A. (2023), Pieni di rabbia. Comportamenti trasgressivi e bisogni evolutivi degli adolescenti, FrancoAngeli, Milano
- Mammoliti C. (2020), Le parole per difenderci. Vademecum per riconoscere e gestire la comunicazione manipolatoria, Sonda, Milano
- Marzano M. (2025), Qualcosa che brilla, Rizzoli, Milano
- Munarini E., Dalla Ragione L. (2025), Disagio e comportamenti a rischio in adolescenza. Una guida per comprendere e prevenire, Mondadori Università, Milano
- Murgatroyd S. (1995), Il counseling nella relazione d’aiuto, Sovera, Roma
- Rosemberg M. B. (2003), Le parole sono finestre oppure muri. Introduzione alla comunicazione non violenta, Esserci Ed., Reggio Emilia, ristampa 2023
- Schulz von Thun F. (1991), Parlare insieme. Psicologia e arte della comunicazione per migliorare i rapporti con gli altri, TEA.MI, e ristampa 2002
