Unire i fili insieme è musubi,
connettere le persone insieme è musubi,
lo scorrere del tempo è musubi.
Nutrirsi, ingerendo i nutrienti che diventano parte di sé stessi è musubi.
Le note che insieme compongono una melodia è musubi.
da Your Name (Kimi no Na wa), Makoto Shinkai, 2016
Non sappiamo se il tempo esista davvero. La fisica teorica ne discute da molto tempo.
Ecco, in due frasi, il paradosso: non sappiamo se il tempo sia una dimensione della realtà o una nostra rappresentazione. Allo stesso tempo non possiamo fare a meno di pensarlo, misurarlo, evocarlo. E poi perderlo, ritrovarlo, investirlo, scandirlo, ammazzarlo, risparmiarlo. Perché ci è così indispensabile, come un dispositivo irrinunciabile del vivere?
Musubi letteralmente significa legare, connettere, intrecciare. In Giappone identifica un principio che investe le relazioni, il tempo e il modo in cui le cose prendono forma. Musubi è un “legare” l’altro in una relazione viva: vuole unire senza trattenere, connettere lasciando spazio al cambiamento. Si usa evocarlo con un nodo, il cho-musubi, pensato per essere sciolto e riannodato più volte: i due capi si intrecciano in molti modi diversi col passare del tempo. Musubi propone un modo di stare al mondo che valorizza continuità, trasformazione e fiducia nel processo, senza rigidità. Sono molte le assonanze con la professione di counselor. Musubi spiega come fili e vite si intrecciano, si torcono, si sciolgono e a volte tornano a intrecciarsi in una serie incessante di eventi connessi tra loro. In molte altre culture, del resto, tempo e relazioni sono indissolubili: lo testimoniano concetti come sincronicità, psicomagia, karma, telepatia. Quando parliamo di incontri karmici, per esempio, li connettiamo con un disegno, una forma, un destino che ci lega a quella persona da tempo immemorabile. Musubi, appunto.
Il tempo che scorre quindi diventa necessariamente musubi, perché annoda e collega gli eventi tra loro. E così crea connessioni tra gli accadimenti, nelle relazioni, nelle vite delle persone. In altre parole, assume la valenza di generatore di senso. E forse il punto è che non è così importante sapere se esista o meno il destino, se quella persona sia un’anima gemella cui siamo legate da molte vite, o in molte dimensioni spazio-temporali che esistono contestualmente. Forse la cosa più interessante è che noi abbiamo bisogno di dare senso, come significato e come direzione, al nostro stare al mondo e, contestualmente al nostro essere connessi tra di noi. Il tempo può fungere da connettore relazionale, insomma, e da dispositivo narrativo che investe di senso il nostro esistere. Come scrive il filosofo Paul Ricoeur: “[…] il tempo diviene tempo umano nella misura in cui viene espresso secondo un modulo narrativo e […] il racconto raggiunge la sua piena significazione quando diventa una condizione dell’esistenza temporale”.
Eppure, si diceva, il tempo forse non esiste.
Ne L’ordine del tempo, che trovate nelle nostre Ispirazioni, Carlo Rovelli spiega come questa variabile, così saldamente presente nelle formule della fisica classica, oggi appaia come la grande assente dalle formule che definiscono il funzionamento dell’universo. Di fatto, a quanto pare, siamo noi umani a farlo esistere: il tempo sarebbe un’emergenza della nostra coscienza, una cosa che percepiamo nell’osservazione della realtà, ma che non esiste di per sé. Sconcertante. Affascinante. Disorientante, soprattutto. Perché alla nostra idea di tempo siamo abituati, fatichiamo a farne a meno. Ah, sempre le Ispirazioni ci rimandano alla filmografia di Christopher Nolan: abitare il tempo, nella sua filmografia, non è mai un atto passivo, ma una forma di resistenza spirituale, una danza complessa tra memoria e desiderio. Un giro nel suo immaginario vale sempre la pena farlo.
Torniamo al punto. Oggi noi sappiamo che in montagna il tempo scorre più veloce che in pianura, per le cose che si muovono passa più lento che per quelle che stanno ferme. E poi non è nemmeno vero che sia lineare. Non procede dal passato al futuro, ma si ferma, riparte, muore e poi ritorna. E prende caratteristiche e forme diverse a seconda delle culture. Per alcune popolazioni, per esempio, la posizione del passato e del futuro è invertita rispetto a come siamo abituati. Gli Aymara, un gruppo indigeno sudamericano che vive nelle Ande, concepiscono il futuro come alle spalle e il passato di fronte a loro. Anche la popolazione che parla il Darij, un dialetto arabo marocchino, sembra immaginare il passato di fronte e il futuro alle spalle, e lo stesso vale per alcune popolazioni in Vietnam. Inoltre, ci sono prove che alcuni parlanti di mandarino rappresentino il futuro come in basso e il passato in alto. Queste differenze suggeriscono che non esiste una posizione universale per il passato, il presente e il futuro. Le persone costruiscono queste rappresentazioni in base alla loro educazione e all’ambiente circostante.
Qualcosa del genere lo spiega il medico palliativista Claudio Ritossa nel suo articolo Noi e il tempo e ci accompagna in una riflessione che va oltre la sua misura cronologica. Attraversando filosofia, spiritualità ed esperienza clinica, mostra come passato, presente e futuro prendano forma nella nostra interiorità. Quando cambia il nostro rapporto con il tempo, spiega, cambia anche il modo di attraversare la vita: la presenza, il silenzio e la consapevolezza aprono a una dimensione di senso, speranza e mistero che nessun orologio può misurare. E ancora, torniamo all’inizio di questo editoriale: noi abbiamo inventato gli orologi. E li usiamo tantissimo – soprattutto in alcune parti del pianeta. Perché abbiamo così tanto bisogno di misurare qualcosa che non è se non nella nostra percezione? Perché abbiamo tanto bisogno del tempo?
Ritossa continua spiegando che basta per qualcuno riflettere sulle sensazioni nei lunghi pomeriggi d’infanzia per ricordare che il tempo vissuto, soggettivo, si estende o si contrae secondo il nostro sentire. C’è il tempo dell’orologio, della clessidra, ci ricorda, e c’è il tempo interiore, non misurabile. È stato già Sant’Agostino a sostenere che il tempo sia una estensione dell’anima: la memoria (passato), l’attenzione (presente) e l’attesa (futuro) sono la misura interiore del tempo, che diventa così distensio animi (il pensiero di Sant’Agostino è citato anche da Martin Heidegger ne Il concetto di tempo).
Il professor Marco Aime, intervistato nell’articolo Un tempo senza lancette in Dialoghi, sostiene qualcosa di simile. Il tempo non è solo ciò che misuriamo, ma un’esperienza umana, culturale e relazionale. Attraverso una prospettiva antropologica, Aime ci racconta come culture e società abbiano costruito modi diversi di vivere il tempo e come la modernità lo abbia trasformato in una risorsa da controllare, alimentando fretta e ansia, in particolare nelle nuove generazioni. Un viaggio dalla velocità contemporanea al valore della lentezza, dell’attesa e dell’ascolto, con un invito a ritrovare una dimensione più profonda del tempo, capace di dare valore alle relazioni e all’incontro con l’altro.
Ma è possibile farlo anche per chi sta in carcere? Per comprendere la drammaticità di questa dimensione esistenziale, potete ascoltare la video-intervista a Silvana Ceruti, poetessa e formatrice, che da oltre trent’anni tiene un laboratorio di scrittura creativa nella casa di reclusione di Milano-Opera. Nella sua conversazione con Marco Manzoni, fondatore di Studio Oikos, tocca uno degli aspetti salienti di questo progetto: l’esperienza del tempo in carcere, un tempo spesso vuoto, sospeso.
Un altro luogo in cui è difficile il rapporto col tempo, è l’azienda. Lo racconta Benedetta Bazzoni a cui abbiamo fatto le solite 5 domande di Vita da counselor. Creare una connessione, stare in ascolto senza subire la pressione ad “andare dritti al punto”, richiede molta centratura, spiega.
Riflessioni simili a quelle di Patrizia Renzoni, che ci porta in un caso di counseling scolastico che indaga la percezione del tempo negli adolescenti. In un mondo che spinge verso la velocità, scrive, nella scuola il tempo può tornare ad avere spessore: non solo successione di attività, ma occasione per fermarsi, comprendere, collegare.
Come per ogni uscita Evoluzioni sceglie Le parole del counseling da esplorare. Questa volta è toccato a Tempo, Memoria, Evoluzione e Ozio. Andate a leggervi che implicazioni hanno queste parole per la nostra professione. E, visto che le vacanze sono alle porte, per praticare l’ozio con giusta intenzione, fatevi anche un giro nelle nostre Ispirazioni. Per esempio, prendendovi il tempo per ascoltare l’immortale C’è tempo di Ivano Fossati, o per rivedere film come Norimberga e La Grazia; o ancora leggendo un libro, per esempio La grande sera di Salvatore Pontiggia.
Al tema della memoria si collega invece l’articolo di Casi strumenti e pratiche sul progetto Raccontè, un’attività di recupero collettivo dei ricordi, una forma di animazione sociale che riprende il modello delle veglie intese come sistema di cura di comunità, che affonda le radici nei temi della rivitalizzazione dei piccoli borghi, e quindi della paesologia come stile di vita definito dal poeta Franco Arminio. Il patrimonio comune fatto di luoghi, di soprannomi, di storie tramandate oralmente, assume il valore di strumento attraverso cui la cittadinanza torna a riconoscersi.
La citazione da cui siamo partite, che arriva da un anime molto delicato, ci ricorda che anche le note che insieme compongono una melodia sono musubi. Lo conferma la video-intervista a Emiliano Toso, biologo cellulare e musicista, in cui ci parla del fatto che anche noi umani e il pianeta terra siamo strumenti musicali con un ritmo, una frequenza e delle melodie. La sonocitologia studia, scopriamo con lui, la firma vibrazionale delle cellule. Toso racconta della sua passione per l’accordatura a 432 Hz, che offre un’intonazione più profonda, interiore, meno “di conquista” delle accordature più diffuse a 440 Hz, dice, mentre ci spiega dell’interazione del suono con la nostra fisiologia e con l’ambiente che ci circonda.
L’intervista a Roberto Manfredini, esperto di cronobiologia, ci conferma che il nostro corpo vive secondo ritmi biologici profondi che orientano sonno, energia e salute, con un forte impatto anche a livello di emozioni e capacità relazionali. In Gufi, allodole e la regolazione del tempo biologico ci spiega come l’orologio biologico dialoghi con il tempo sociale, descrivendo gli effetti della desincronizzazione, degli stili di vita accelerati e della luce artificiale sul nostro stato psicofisico. Una riflessione stimolante sul valore dell’ascolto dei ritmi personali e della regolazione del tempo come risorsa di benessere. Negli ultimi anni si è inoltre scoperto che non esiste un solo orologio biologico, ma tanti orologi nei diversi organi: cuore, reni, intestino, fegato, muscoli. Questi si regolano non direttamente sulla luce ma su altri fattori: lo stomaco sull’orario dei pasti, i muscoli sull’attività fisica. L’organismo è come una grande orchestra: il cervello è il direttore, ma ogni strumento è importante e se uno stona si percepisce subito.
E voi, siete “gufi” o “allodole”? Se leggete l’articolo lo scoprirete. (Chi scrive è allodola, senza possibilità di appello).
Col passare degli anni tutte facciamo i conti con l’invecchiare. Ai temi della mezza età abbiamo dedicato molti articoli in Counseling nel mondo. In questo numero potrete, per esempio, trovate un podcast sulla longevità e, inoltre, spunti sulla cosiddetta generazione “sandwich”, la fase della vita in cui molte persone si trovano a prendersi cura contemporaneamente dei genitori anziani e dei figli o dei nipoti, mentre cercano di ridefinire la propria identità attraverso attività e obiettivi che le diano senso e struttura. A questo si aggiungono le difficoltà dovute ai cambiamenti biologici e alle aspettative sociali legate alla menopausa e all’andropausa.
L’era della stanchezza ci traghetta a una sfida decisiva della nostra epoca “performativa”, quella della presenza. Imparare a riconoscere (e a onorare) il limite non come fallimento, ma come architettura della nostra umanità e custodire il vuoto non come assenza, ma come spazio di ritorno, può aiutare a restituire al tempo non solo una funzione, ma un respiro diverso. Perché forse l’antidoto alla stanchezza non è l’efficienza, ma una nuova possibilità, quella di ritornare, con il tempo giusto, a sé. A Simone Weil è attribuita una frase di straordinaria intensità: “La grazia entra dove c’è un vuoto”. Il vuoto è forse una delle esperienze più difficili da vivere per l’uomo e la donna contemporanei. Lo associamo facilmente all’assenza e per questo tendiamo a riempirlo subito. Eppure, il vuoto può essere il luogo di una sedimentazione del pensiero, in cui qualcosa che non aveva ancora parola inizia a emergere. Può essere un giardino da esplorare, in cui sostare, e piantare semi.
In una relazione, stare nel vuoto significa fare un passo indietro e accettare di aspettare il tempo che serve perché l’altra persona sia pronta a venire verso di noi. È, questa, una delle regole base nella relazione di counseling. Ma dovrebbe esserlo per ogni relazione a cui teniamo. Un legame è tale solo se lascia lo spazio all’evoluzione personale, se ne riconosce la sacralità, se sa aspettare.
Anche quando il vuoto dell’attesa fa paura. E, comunque, anche questo è musubi.
Bibliografia
- Musubi: l’arte giapponese di legare senza trattenere
- Sul concetto di Musubi
- Come diverse culture concepiscono il tempo
- P. Ricœur, trad. di G. Grampa (1986), Tempo e racconto, Jaca Books, Milano
- Sant’Agostino (2025), Confessioni, Mondadori, Milano
Photo credit: foto di Antonello Ferrara.
Antonello Ferrara (Taranto, 1967) ha prestato servizio nella Marina Militare per quarant’anni. Oggi vive e lavora a Catania, dedicandosi alla fotografia e alla scrittura.
La sua ricerca esplora la dimensione scenica dell’immagine e il rapporto tra esseri umani, ambiente e mare. Con lunghe esposizioni, filtri autoprodotti e interventi in fase di scatto, trasforma il reale in visioni evocative, dove memoria, immaginazione e imprevedibilità si intrecciano, invitando lo spettatore a completare ciò che l’immagine volutamente sottrae. Per questo, preferisce non accompagnare le sue opere con titoli o testi: per lasciare libertà a chi le osserva di far emergere memorie ed emozioni intime, mentre qualsiasi sua parola finirebbe inevitabilmente per orientare la lettura, occupando spazio altrui.
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