5/2026 Approfondimenti

Noi e il tempo

di Claudio Ritossa

Noi e il tempo

Claudio Ritossa ci accompagna in una riflessione sul tempo che va oltre la sua misura cronologica. Attraversando filosofia, spiritualità ed esperienza clinica, mostra come passato, presente e futuro prendano forma nella nostra interiorità. Quando cambia il nostro rapporto con il tempo, cambia anche il modo di attraversare la vita: la presenza, il silenzio e la consapevolezza aprono a una dimensione di senso, speranza e Mistero che nessun orologio può misurare.


Sin dagli albori di ogni antica civiltà gli umani furono affascinati e al contempo timorosi del mutare ciclico degli eventi, l’alternarsi del giorno e della notte, l’eterno andare e tornare del sole, il movimento della luna con le sue fasi. Il tempo degli umani era scandito dal tempo della natura, la luce, il buio, il mutare delle stagioni, la fioritura, l’ingiallire delle foglie. Così l’arrivo della pioggia o il perdurare della siccità cambiavano le possibilità stesse della sopravvivenza. E in ogni cultura fu attribuito alla divinità il potere di governare il mutare degli eventi naturali e agli uomini capaci di leggere i segni del cielo, sacerdoti e astronomi, fu dato grande potere. Davanti al misterioso scorrere ciclico del tempo si cercavano spiegazioni e misure.

Oggi la fisica ci spiega il moto delle stelle, sebbene dell’universo si conosca solo il 4%, ma la spiegazione della scansione quotidiana dovuta alla rotazione della terra e al muoversi delle galassie non risolve il rapporto che abbiamo con il tempo e inevitabile pare essere il conto col passato, il presente e il futuro di ciascuno. Il corpo che cambia ci segnala che c’è un prima e un dopo, la memoria di quello che è stato rende inevitabile la percezione dello scorrere dei giorni.
Dall’antichità a oggi quanti hanno riflettuto e scritto sul tempo e il nostro rapporto con esso: impossibile darne conto o trovare qualcosa di risolutivo, per quanto si rifletta su di esso. Il proprio vissuto, le esperienze avute, le attese fan sì che questo rapporto sia per ciascuno profondamente soggettivo.
Gli antichi greci rappresentarono il rapporto col tempo come Chronos, il titano che divora i suoi figli nel timore di essere spodestato. Il mito dice dell’angoscia che il tempo tutto divori, gli esseri e le loro opere. Ma lo rappresentarono anche come Kairòs, un giovane dio che andava afferrato per i capelli, poiché esso era l’occasione buona, opportuna, per cogliere l’intuizione, la possibilità, la creatività.

Un secondo modo di descrivere il tempo opportuno, ma anche l’inevitabilità del cambiamento, ci giunge da Qoèlet, l’autore biblico del quale molti ricordano la lucidità delle considerazioni sulla vita umana, il suo senso, i suoi opposti e il tempo:

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire un tempo per costruire.
Un tempo per piangere un tempo per ridere,

un tempo per gemere un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare un tempo per perdere.

Un tempo per serbare un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.

Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace
.

Un terzo pensiero viene da Sant’Agostino che, alla domanda su cos’è il tempo, così rispondeva:
“Se nessuno mi interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so. Ǫuesto però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista non esisterebbe un tempo presente. Due dunque di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono dal momento che il primo non è più, il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse sempre presente senza tradursi in passato non sarebbe più tempo ma eternità”.

Sembra che, a prescindere dall’origine delle fonti, sia innegabile riconoscere che lo scorrere esista e, di conseguenza, esista un “prima” e un “dopo” degli eventi, e non sia possibile tornare indietro. Non possiamo osservare oggi come venivano costruite le piramidi.
Eppure, non esiste solo la cronologia misurabile in ore, giorni, mesi, anni. È sufficiente per qualcuno riflettere sulle sensazioni nei lunghi pomeriggi d’infanzia per ricordare che il tempo vissuto, soggettivo, si estende o si contrae secondo il nostro sentire. Così interminabile è il tempo dell’attesa dell’amata e così troppo veloce scorre quando diventa l’ora del saluto perché un treno la riporta lontano. C’è il tempo dell’orologio, della clessidra, e c’è il tempo interiore, non misurabile.
È esperienza comune la percezione di un tempo che scorre sempre più veloce a mano a mano che ci si inoltra nella vita. Tanto più riempiamo la vita di cose, occupazioni, incontri, scadenze tanto più tutto pare rotolare velocemente, fino ad accorgerci talvolta che “non c’è più tempo”, non possiamo più fare le cose di un tempo, né incontrare chi ci ha lasciato e si affaccia l’ultimo orizzonte, la soglia dell’ignoto. Da sempre ci chiediamo se ci sarà ancora tempo: non si può negare che la questione della nostra percezione del tempo abbia a che fare anche con la morte. Accompagnando persone che giungono con la malattia alla fine della vita le domande sul tempo si fanno urgenti: sarà davvero l’ultima soglia? Ci sarà un altro tempo?
Proviamo dunque a riflettere sulla scansione del tempo descritta fin qui come passato, presente e futuro per poi considerare le possibilità di un diverso rapporto col tempo, oltre orologi e calendari.

Passato

Conviene ascoltare ancora Agostino:
“Un fatto ora è limpido e chiaro, né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente, futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempo esistono in qualche modo nell’animo e non vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa”.

Il passato è il tempo della memoria, incantata talvolta, dolcemente nostalgica o amara altre volte. Se siamo qui, ora, nel presente, non si può negare che siamo frutto del nostro passato, in questo senso certamente c’è un presente del passato. Il passato si fa tanto più presente quanto più forti, intense, sono state le nostre esperienze, per taluni fino al limite del trauma: per esempio, quella terra dove siamo nati o dalla quale siamo fuggiti, noi o coloro che ci hanno generato. Oggi siamo così anche in ragione degli incontri che hanno fatto svoltare la vita, nel bene e nel male, i rimpianti per quanto non abbiamo fatto, le colpe senza perdono, le offese che bruciano ancora, gli abbandoni o le perdite memorizzati nelle cellule, ma anche il nostro impegno a costruire, la bellezza incontrata, il bene cui abbiamo aspirato, l’amore dato e ricevuto. Il passato ci è costitutivo, fondante, per taluni segna il “per sempre” della vita che a volte richiede percorsi di guarigione, per la mente e per il corpo.

… Ǫui? Ci sono dei ‘qui’
essenziali luoghi predestinati

lo spirito non sta fermo
egli stesso anche in fondo al mare sua terra Natale (Emily Dickinson)

La poetessa ci ricorda che qualsiasi cosa sia accaduta, tutto lo spirito si muove e può cambiare. Abbiamo la possibilità di ricominciare, nonostante i più difficili eventi passati. Se vivere di rimpianti e rimorsi ci impedisce il presente, ricostruire la storia interiore della nostra vita, ripensare alle cose delle quali dovremmo avere nostalgia o rimpianto non è perdere tempo ma riflettere sul senso della nostra vita, anche riconoscendo tutto il bene compiuto. Questa è l’esperienza spirituale di tante persone giunte alla fine della vita che, proprio ricapitolando, possono trovare senso e pace per abbandonarsi al passaggio. È una nostra scelta possibile, nel presente, se focalizzare la nostra memoria sul rimpianto o sulla gratitudine per i doni ricevuti.

Futuro

La nostalgia vive del passato e nel passato, mentre la speranza vive del futuro. Così scrive Blaise Pascal:
Noi non pensiamo quasi mai al presente, o se ci pensiamo è solo per prendere la luce con cui predisporre l’avvenire. Il presente non è mai il nostro fine. Il passato e il presente sono i nostri mezzi, solo l’avvenire è il nostro fine. Così noi non viviamo, ma speriamo di vivere, e, preparandoci ad essere felici, inevitabilmente non lo siamo mai”.
Il presente del futuro può nutrirsi di sentimenti diversi, apparentemente opposti, ma in realtà tra loro affratellati, speranza e paura, attesa e ansia, fiducia e preoccupazione. Tante volte viviamo nell’attesa, con l’aspettativa che finalmente arriveremo dove sognavamo. E tante volte la vita ci beffa, ingiusta: un incidente, una perdita, una malattia cambiano i nostri piani. Possono arrivare a spegnere quel fuoco che si alimentava del futuro. Fino a quel giorno il futuro, di per sé radicalmente incerto, pareva chiaro e possibile, poi l’incertezza diventa un fatto reale, concreto. Le cose non sono come volevamo o almeno speravamo. Tuttavia, abbiamo una possibilità: si tratta di andare oltre “l’éspoir” direbbero i francesi, cioè le nostre attese e le nostre piccole speranze quotidiane. Abbiamo bisogno di nutrire “l’espérance”, la grande speranza senza oggetto, la fiducia fondamentale nella vita:

…la vita è così grande
che quando sarai sul punto di morire, pianterai un ulivo,
convinto ancora di vederlo fiorire… (Roberto Vecchioni).

Talvolta, per alcuni, la paura di ciò che non sappiamo potrà prendere il cuore, quella che chiamiamo ansia, che se ci abita ogni giorno e cresce fino a occupare ogni istante diventa angoscia. Eppure, la speranza è costitutiva di noi umani, è lo sguardo avanti che apre alle possibilità, ai progetti, un motore inesauribile e misterioso che ci sostiene proprio quando tutto pare impossibile, forse perché come scrive Raimon Panikkar: “La speranza non è del futuro ma dell’invisibile. Di quest’altra dimensione che è già qui, che è tra noi…”.
Ǫuel che è già qui ci riporta al presente.

Presente

Ma cos’è il presente? Ǫuesto secondo in cui scorre la penna sul foglio, un secondo fa o quello dopo la prossima riga, ma questa riga già scritta è passato, quella ancora da scrivere è futuro. Dunque? L’orologio forse non sa misurare il presente ma solo lo scorrere, anche infinitesimo dei millesimi di secondo che permettono a uno sciatore di essere primo o finire secondo in una discesa olimpionica. Forse il presente si può dire solo come qualità della presenza nostra in questo istante, “momento per momento” scrive Jon Kabat-Zinn, fondatore dei programmi fondati sulla mindfulness. Ǫuesta parola viene abusata e mercificata in tanti modi nella nostra contemporaneità che tutto ingloba e banalizza, e che già rappresenta un’approssimativa traduzione di SATI, la qualità della presenza descritta nel buddismo antico. Un esserci, gesto dopo gesto, respiro dopo respiro, che va oltre il tempo mentre la mente costantemente vaga tra passato e futuro:
“…vorrei che l’idea del tempo scorresse via dalle mie cellule e mi lasciasse in pace su questa spiaggia”, scriveva Agnes Martin.

Victor Frankl, invece, sosteneva che siamo liberi di scegliere di fronte a ogni evento, proprio lui per tre anni costretto alla vita nei lager. Possiamo forse allora ritrovarci liberi anche di fronte all’orologio, senza necessariamente dover sparare agli orologi come fecero i comunardi a Parigi nel 1871 per poter segnare l’inizio di una vita nuova.
Possiamo scegliere di incarnare la presenza invece di lasciarci vivere con la mente tra passato e futuro, rendendo così l’orologio il timone della nostra vela.

Se guardiamo onestamente a questa suddivisione del tempo fin qui considerata, potremmo trovarci in una sorta di lotta perenne: i rimpianti per il passato, l’incapacità di stare nel presente, l’ansia per il futuro. In realtà si potrebbe dire che ci troviamo nella difficoltà di stare con il cambiamento, quando ci accorgiamo di non avere alcun controllo sulla vita.
Simone Weil scrive: “Un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vuoi andare: il tempo conduce dove non si vuole andare”.
Dove e come trovare allora pace col tempo?

Il tempo della vita interiore

Il tempo della vita quotidiana scorre secondo Chronos anche se alcune volte ci offre un Kairos, un tempo opportuno per qualcosa che viene dall’invisibile.
Ma la vita interiore, dell’anima, della coscienza, del cuore, ciascuno può chiamarla come meglio lo ritiene per sé, non segue il ritmo delle lancette. Essa vive nell’infinito presente e aspira all’infinito quando riesce a cogliere il mistero nel quale siamo immersi. La luce dell’anima che contempla un cielo di stelle non ha tempo, non ha confini. L’infinito dello spazio si associa all’infinito del tempo. Può accadere nel silenzio, poiché di silenzio si nutre l’infinito. Immergersi nel ritmo del respiro, nella risacca delle onde, nel suono della foresta, nel cielo stellato, per qualche istante, senza il vociare della mente, forse ci consente di assaggiare l’infinito senza più spazio né tempo:
…e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio.
E naufragar m’è dolce in questo mare (Giacomo Leopardi).

Essere in contatto con la vita interiore è forse il primo passo per vivere il proprio tempo in pienezza.

Noi e il tempo

Se essere in contatto con il proprio “tempo interiore” può essere il primo passo per non sentirsi contro il tempo ma abitare più pienamente e serenamente il suo fluire, cos’altro possiamo fare nella nostra vita, comunque per lo più scandita da ritmi non naturali, notifiche, sveglie, e-mail? Come ci possiamo prendere cura del tempo e di noi stessi?
Poiché tante volte sentiamo nel corpo e nell’anima che il tempo ci è rubato, o lo perdiamo, o non basta mai: dunque come vivere, esistere, essere vivi oltre il Chronos?
In cure palliative, curando le persone in fasi avanzate di malattie inguaribili usa dire “più vita nel tempo che tempo per la vita”.

Una prima possibilità potrebbe consistere nel coltivare la consapevolezza della nostra finitudine, della vulnerabilità e dell’impossibilità di controllo sulla vita, non per sentircene schiacciati ma per restituire preziosità a ogni momento. Ricordare ogni mattina, come il Dalai Lama, “Mi sono svegliato, sono vivo, ho una preziosa vita umana“. E dunque muoversi nella vita per dedicare il nostro tempo al bene.
Il tempo che ci è dato, per come lo conosciamo, non è infinito: dunque, come ci invita Frank Ostaseski nel suo libro Cinque inviti, si tratta di non aspettare. Non tralasciamo un saluto, un incontro, un dovere da concludere, il vivere i nostri sogni, il risolvere i conflitti, il dire il nostro amore: il tempo opportuno, il Kairos, è adesso.
Talvolta a cambiare il nostro rapporto con il tempo è un evento straordinario come una malattia grave. Mentre entriamo nel tempo delle cure la mente non è solo istintivamente presa da timori per il futuro, per la sofferenza, mentre si affaccia la preoccupazione per la propria vita e per le persone care. In tante persone inizia una riflessione sul tempo, il passato, il presente e il futuro: può accadere che cambino le priorità, che si compiano scelte che parevano impossibili solo poco prima. La consapevolezza sopra citata si manifesta anche grazie a quell’esperienza, e il tempo della malattia diviene un tempo di trasformazione, di cambiamento, proprio quello che sempre si era temuto.
Un’altra possibilità è coltivare la nostra interiorità. Essere in contatto con quella che il Buddha chiama “l’isola del sé”, dove prendere rifugio, ritornare in sé stessi, come ancora scrive Agostino: “Noli foras ire, in te ipsum redi” (non andare fuori, ritorna in te stesso). Poiché è il tempo esteriore che ci trascina e ci fa perdere l’orientamento. Abbiamo bisogno di trovare una stella polare di gioia interiore che non dipenda da altri, da cose, da beni, da tempi affannosi.

Abbiamo bisogno di sapere dove siamo e qual è la nostra direzione, per poter così ridare valore al cammino in sé e non solo al fine da raggiungere. Poter scoprire, alla fine, che non si era mai trattato di conquistare la cima della montagna, ma di apprezzare il sentiero nel bosco, contemplare la bellezza dei fiori, il torrente che attraversiamo, le radure dove riposare, l’ombra degli alberi. Non conterà il tempo impiegato ma l’apprezzamento di ogni passo.
Potremo allora percepire il tempo non come un ladro di vita, ma un dono cui guardare con gratitudine e gioia. A questo ci invita Seneca (lettere a Lucilio XXIII): “Voglio che non ti manchi mai la gioia. Voglio, però, che ti nasca in casa e ti nascerà se sorge da te… La gioia di cui ti parlo, e alla quale cerco di condurti, è invece fondata, e si genera intensamente nell’interiorità”.
Nell’apprezzamento del cammino si troverà il modo di ricominciare sempre, guardando a ogni giorno come a una nuova possibilità.

Un’ulteriore possibilità è essere presenti. Nella presenza (SATI) il tempo si dilata, si distende, ogni gesto consapevole va oltre il tempo, ogni parola retta e consapevole è un passo verso la pace del cuore.
La presenza vive nel corpo e non solo nella consapevolezza della mente. Si tratta di “riprendere i sensi”, sentire ogni istante con tutti noi stessi. Tutte le tradizioni spirituali ci invitano a coltivare la presenza, il silenzio, l’ascolto. Ǫuesto richiede esercizio e intenzione: usare il tempo per stare fuori dal tempo. Ognuno può trovare la propria strada: immergersi in una musica che ispira, praticare la meditazione, camminare nella natura affondando nei sensi, leggere con attenzione un libro nutriente, praticare una disciplina del corpo.
Permettiamo al silenzio di entrare nella nostra mente per essere pienamente aperti a questo istante, a questo incontro: immersi nella presenza potremo percepire la nostra profonda connessione con tutti e con il tutto. Nella silenziosa presenza non c’è più Chronos, solo l’infinito presente aperto all’invisibile.


Bibliografia

  • Ostaseski F. (2017), Cinque inviti, Mondadori, Milano
  • Mancuso V. (2023), Non ti manchi mai la gioia, Garzanti, Milano
  • Borgna E. (2005), L’attesa e la speranza, Feltrinelli, Milano
  • Frankl V. (2012), Uno psicologo nei lager, Ares, Milano
  • Seneca L.A. (2024), Lettere a Lucilio, Mondadori, Milano
  • Kabat-Zinn J. (2013), Vivere momento per momento, TEA, Milano
  • Tonelli G. (2021), Tempo, Feltrinelli, Milano
  • Agostino (2015), Le confessioni, Einaudi, Torino
  • Dickinson E. (1998), Tutte le poesie, Mondadori, Milano
  • La Bibbia TOB (2010), Qoèlet, p. 1555, ELLEDICI, Leumann

Photo credit: L’immagine di copertina è un particolare di Spettatori di felicità di Luca Cortese (in basso il formato originale).

Luca Cortese è rappresentato artisticamente dall’agenzia fotografica GT Art Photo Agency di Milano, che ringraziamo per aver concesso l’utilizzo dell’immagine.

Claudio Ritossa

Medico, chirurgo e palliativista, ha seguito gli insegnamenti spirituali di Frank Ostaseski e Jean Yves Leloup. Docente sui temi della spiritualità nella cura presso vari Master universitari e presso la Scuola di Alta Formazione per Assistenti Spirituali in cure palliative, vicepresidente della Fondazione Luce per la Vita, che offre cure palliative domiciliari e in hospice nella provincia di Torino. È istruttore di protocolli di mindfulness.

linguaggio disobbediente

Come tutte le norme, anche quelle linguistiche sono un artefatto politico, sociale, culturale. Quella del maschile sovraesteso è una regola linguistica che di recente l’Accademia della Crusca ha definito come non discriminante. Di fronte alle norme ci sono sempre due possibilità: obbedire o disobbedire. Questo articolo vuole essere un atto intenzionale di disobbedienza grammaticale che intende ribadire – proprio con le parole – la forza dirompente del linguaggio. Come tutte le dis-obbedienze, è dis-turbante e dis-ordinante, anche percettivamente per chi legge; eppure: considerate che ogni qualvolta la piccola "ə" genera un senso di fastidio, la forma di straniamento è analoga a quella vissuta da chi appartiene a una minoranza a cui una maggioranza – sociale, politica, linguistica e sessuale – impone, nel nome della regola, dell’estetica o della leggibilità, l’adeguamento come normale. E come l’obbedienza a un ordine continui ad essere una virtù.


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Jhumpa Lahiri

Jhumpa Lahiri è una scrittrice di fama mondiale, nota per le sue opere sull'esperienza degli immigrati, in particolare degli indiani orientali. Ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa con la sua prima raccolta di racconti, 'Interpreter of Maladies'. Nel suo libro bilingue 'In Other Words', originariamente scritto in italiano, Lahiri esplora il travagliato processo che ha affrontato per esprimersi in una nuova lingua.


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code-switching

Il code-switching, o commutazione di codice, è il passare fluidamente da una lingua a un’altra all’interno del discorso di uno stesso parlante. Può riflettere la volontà di esprimere un'identità culturale, di adattarsi a un gruppo sociale specifico, o semplicemente di utilizzare la lingua percepita più adatta per esprimere un particolare concetto o emozione.


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Counseling scolastico in Corea del Sud

Fonte: Sang Min Lee – Eunjoo Yang, “Counseling in South Korea”, in Counseling Around the World, a cura di Thomas Hohenshil, Norman Amundson, Spencer Niles, American Counseling Association, Alexandria VA (USA), 2013.


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L’esperienza del counseling in Turchia

Fonte: Fidan Korkut Owen and Oya Yerin Güneri, “Counseling in Turkey”, in Counseling Around the World, a cura di Thomas Hohenshil, Norman Amundson, Spencer Niles, American Counseling Association, Alexandria VA (USA), 2013.


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Pietra di inciampo


Stolpersteinen, in tedesco, pietre d’inciampo; ideate negli Anni 90 dall'artista tedesco Gunter Demnig per innestare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio.

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Comitato scientifico di AssoCounseling


Svolge varie funzioni di supporto e stimolo all’attività di ricerca, studio ed elaborazione dell’identità professionale.

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Il team


Nella quarta edizione appena conclusa Laura Torretta ha ricoperto il ruolo di referente nel direttivo e di project manager, affiancata dalla process owner Aidp Lombardia Daniela Tronconi. È in partenza la quinta edizione, con un passaggio di consegne al nuovo direttivo, in cui la nuova referente dell’iniziativa sarà Rossella Cardinale e la nuova project manager Elisabetta Maiocchi.

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Ringraziamento ai supervisori


Si ringraziano in particolare Pierpaolo Dutto, Manuela Giago, Silvia Ronzani, referenti per le tre scuole.

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Questionario di fine percorso


Per chi volesse avere evidenza del questionario somministrato a fine percorso ecco le domande proposte:

  • Avevi già effettuato un percorso di counseling?
  • Relativamente all’esperienza di counseling quale è il livello di gradimento complessivo?
  • Ti sei sentito/a accolto/a, ascoltato/a e compreso/a dal counselor? Sì? Come? No? Come?
  • Quali tema e bisogno sono stati al centro del tuo percorso?
  • Se dovessi dare un valore al tuo benessere all’inizio: da 1 a 10?
  • Descrivi, con una o più parole, l'emozione che provavi all'inizio del primo incontro.
  • Quali pensieri ricorrenti, schemi limitanti, credenze e convinzioni sono emerse e hai trasformato?
  • Quali nuove consapevolezze hai sviluppato?
  • Quali risorse hai organizzato e mobilitato al servizio della tua crescita?
  • Descrivi, con una o più parole, l'emozione che provi ora, al termine del tuo percorso.
  • Quali azioni nuove scegli ora più coerenti con il tuo obiettivo?
  • Regista e protagonista di una nuova narrazione: descrivi la tua esperienza di cambiamento e maggiore benessere
  • Se dovessi dare un valore al tuo benessere alla fine del percorso: da 1 a 10?
  • Raccomanderesti questa esperienza ad altri? Sì? Per quale motivo? No? Per quale motivo?

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Definizione di sessualità


"La sessualità è un concetto esteso […]. È una parte naturale dello sviluppo umano in ogni fase della vita e include componenti fisiche, psicologiche e sociali […]. La sessualità è un aspetto centrale dell’essere umano lungo tutto l’arco della vita e comprende il sesso, l’identità e i ruoli di genere, l’orientamento sessuale, l’erotismo, il piacere, l’intimità e la riproduzione. La sessualità viene sperimentata ed espressa in pensieri, fantasie, desideri, convinzioni, atteggiamenti, valori, comportamenti, pratiche, ruoli e relazioni. Sebbene la sessualità possa includere tutte queste dimensioni, non tutte sono sempre esperite ed espresse. La sessualità è interessata dall’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, etici, giuridici, storici, religiosi e spirituali.”

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Diritto alla sessualità


"Tutti gli esseri umani hanno la facoltà di vivere la propria sessualità in maniera appagante, libera da coercizioni, discriminazioni o violenza. I diritti sessuali si basano sui principi fondamentali dei diritti umani internazionalmente definiti, sono parte integrante delle convenzioni dell’ONU che hanno carattere vincolante.”

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Origine della sessuologia scientifica


Lo studio della sessuologia scientifica è un ambito di ricerca recentissimo che risale alla metà del 1900. Fa capo gli studi rivoluzionari di Masters e Jonson, i primi ad interessarsi scientificamente la sessualità cercando di superare la teoria e la clinica freudiana che intendeva i disturbi sessuali espressione di uno sviluppo psicosessuale problematico.

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dall'articolo 10


Il diritto all’istruzione e il diritto ad una educazione sessuale approfondita ed esauriente: “Ogni individuo ha il diritto all’istruzione ed il diritto ad una educazione sessuale completa. L’educazione sessuale deve essere appropriata all’età, scientificamente accurata, culturalmente adeguata e basata sui diritti umani, sull’uguaglianza di genere e su un approccio positivo alla sessualità.”

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riferimento bibliografico esteso


Tutu, D. (2004), God has a dream. A vision of hope for our time, Doubleday, NY.

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riferimento bibliografico esteso


Mokgoro, Y. (1998), Ubuntu and the law in South Africa. Buffalo Human Rights Law Review, 15, 1–6.

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stati dell'Io


Per la terminologia dell’Analisi Transazionale utilizzata si può fare riferimento al testo di Stewart – Joines in bibliografia.

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L'esempio di Rigivan Ganeshamoorthy


Nell'intervista, Capotosto cita l'esempio di Rigivan Ganeshamoorthy, un atleta paralimpico che, usando una parola normalmente offensiva, ha scritto la parola su sé stesso con leggerezza, ridefinendo la propria condizione in maniera autodiretta e tematizzando l’umorismo in ambito di disabilità.

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Doppia empatia


La teoria della doppia empatia, formulata dal sociologo Damian Milton, propone che le difficoltà comunicative tra persone neurodivergenti e neurotipiche non derivino da un “deficit” di una delle due parti, ma da una asimmetria reciproca. Quando due individui hanno modi diversi di percepire, interpretare e dare significato all’esperienza, può emergere un gap di comprensione che riguarda entrambi. L’approccio mette quindi l’accento sulla relazione, non sulla mancanza individuale, e invita a considerare la comunicazione come un processo di co-costruzione che richiede adattamento e ascolto da entrambe le parti.

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Nota all'immagine


I principi di design dell'immagine si basano sulla Neuroaffermatività, definendo la comunicazione tra persone neurodivergenti e persone normotipiche come un mismatch reciproco tra stili cognitivi validi, il quale dà luogo al Double Empathy Problem. Sono stati esclusi per etica simboli patologizzanti come il pezzo di puzzle. L'estetica funzionale adotta il Low Arousal Design o Minimalismo Sensoriale e palette a bassa saturazione per garantire accessibilità visiva e sicurezza sensoriale, prevenendo lo stress da Pattern Glare.

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neurodivergenza


Per neurodivergenza, si intende un funzionamento neurologico diverso da quello considerato "tipico", non una malattia, ma una variazione naturale del cervello umano, che include condizioni come autismo, ADHD, dislessia e plusdotazione, caratterizzata da modi unici di pensare, percepire e interagire con il mondo, valorizzando le differenze piuttosto che vederle come deficit.

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omeostasi


L’omeostasi è la capacità degli organismi viventi di autoregolarsi, mantenendo un ambiente interno stabile e costante (temperatura, pH, glicemia) nonostante le variazioni esterne.

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Nota di lettura su questo articolo


Evoluzioni si impegna a fornire informazioni di qualità nel campo del counseling, promuovendo la condivisione di conoscenze e prospettive globali. Lo fa nella consapevolezza che il counseling è una professione largamente diffusa, in un mondo che evolve velocemente. Con esso mutano la società umana e i suoi bisogni, nonché, a distanza di tempi più o meno lunghi, le normative che di conseguenza ciascun Paese sceglie di definire.

Anche i confini della professione di counselor possono essere diversi da nazione a nazione. In alcuni stati chi la esercita può per esempio definirsi terapeuta o psicoterapeuta e occuparsi di disturbi che in altri paesi (tra cui al momento l’Italia) non può per legge affrontare. Diversi sono anche i criteri per la formazione in counseling, le normative e i sistemi di accreditamento/riconoscimento della professione.

Quanto descritto nei contenuti è dunque pubblicato a mero titolo informativo e non costituisce indicazioni per i confini della pratica professionale in Italia, per i quali si raccomanda di fare riferimento alle leggi e normative vigenti nel contesto italiano.

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