Claudio Ritossa ci accompagna in una riflessione sul tempo che va oltre la sua misura cronologica. Attraversando filosofia, spiritualità ed esperienza clinica, mostra come passato, presente e futuro prendano forma nella nostra interiorità. Quando cambia il nostro rapporto con il tempo, cambia anche il modo di attraversare la vita: la presenza, il silenzio e la consapevolezza aprono a una dimensione di senso, speranza e Mistero che nessun orologio può misurare.
Sin dagli albori di ogni antica civiltà gli umani furono affascinati e al contempo timorosi del mutare ciclico degli eventi, l’alternarsi del giorno e della notte, l’eterno andare e tornare del sole, il movimento della luna con le sue fasi. Il tempo degli umani era scandito dal tempo della natura, la luce, il buio, il mutare delle stagioni, la fioritura, l’ingiallire delle foglie. Così l’arrivo della pioggia o il perdurare della siccità cambiavano le possibilità stesse della sopravvivenza. E in ogni cultura fu attribuito alla divinità il potere di governare il mutare degli eventi naturali e agli uomini capaci di leggere i segni del cielo, sacerdoti e astronomi, fu dato grande potere. Davanti al misterioso scorrere ciclico del tempo si cercavano spiegazioni e misure.
Oggi la fisica ci spiega il moto delle stelle, sebbene dell’universo si conosca solo il 4%, ma la spiegazione della scansione quotidiana dovuta alla rotazione della terra e al muoversi delle galassie non risolve il rapporto che abbiamo con il tempo e inevitabile pare essere il conto col passato, il presente e il futuro di ciascuno. Il corpo che cambia ci segnala che c’è un prima e un dopo, la memoria di quello che è stato rende inevitabile la percezione dello scorrere dei giorni.
Dall’antichità a oggi quanti hanno riflettuto e scritto sul tempo e il nostro rapporto con esso: impossibile darne conto o trovare qualcosa di risolutivo, per quanto si rifletta su di esso. Il proprio vissuto, le esperienze avute, le attese fan sì che questo rapporto sia per ciascuno profondamente soggettivo.
Gli antichi greci rappresentarono il rapporto col tempo come Chronos, il titano che divora i suoi figli nel timore di essere spodestato. Il mito dice dell’angoscia che il tempo tutto divori, gli esseri e le loro opere. Ma lo rappresentarono anche come Kairòs, un giovane dio che andava afferrato per i capelli, poiché esso era l’occasione buona, opportuna, per cogliere l’intuizione, la possibilità, la creatività.
Un secondo modo di descrivere il tempo opportuno, ma anche l’inevitabilità del cambiamento, ci giunge da Qoèlet, l’autore biblico del quale molti ricordano la lucidità delle considerazioni sulla vita umana, il suo senso, i suoi opposti e il tempo:
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire un tempo per costruire.
Un tempo per piangere un tempo per ridere,
un tempo per gemere un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare un tempo per perdere.
Un tempo per serbare un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
Un terzo pensiero viene da Sant’Agostino che, alla domanda su cos’è il tempo, così rispondeva:
“Se nessuno mi interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so. Ǫuesto però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista non esisterebbe un tempo presente. Due dunque di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono dal momento che il primo non è più, il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse sempre presente senza tradursi in passato non sarebbe più tempo ma eternità”.
Sembra che, a prescindere dall’origine delle fonti, sia innegabile riconoscere che lo scorrere esista e, di conseguenza, esista un “prima” e un “dopo” degli eventi, e non sia possibile tornare indietro. Non possiamo osservare oggi come venivano costruite le piramidi.
Eppure, non esiste solo la cronologia misurabile in ore, giorni, mesi, anni. È sufficiente per qualcuno riflettere sulle sensazioni nei lunghi pomeriggi d’infanzia per ricordare che il tempo vissuto, soggettivo, si estende o si contrae secondo il nostro sentire. Così interminabile è il tempo dell’attesa dell’amata e così troppo veloce scorre quando diventa l’ora del saluto perché un treno la riporta lontano. C’è il tempo dell’orologio, della clessidra, e c’è il tempo interiore, non misurabile.
È esperienza comune la percezione di un tempo che scorre sempre più veloce a mano a mano che ci si inoltra nella vita. Tanto più riempiamo la vita di cose, occupazioni, incontri, scadenze tanto più tutto pare rotolare velocemente, fino ad accorgerci talvolta che “non c’è più tempo”, non possiamo più fare le cose di un tempo, né incontrare chi ci ha lasciato e si affaccia l’ultimo orizzonte, la soglia dell’ignoto. Da sempre ci chiediamo se ci sarà ancora tempo: non si può negare che la questione della nostra percezione del tempo abbia a che fare anche con la morte. Accompagnando persone che giungono con la malattia alla fine della vita le domande sul tempo si fanno urgenti: sarà davvero l’ultima soglia? Ci sarà un altro tempo?
Proviamo dunque a riflettere sulla scansione del tempo descritta fin qui come passato, presente e futuro per poi considerare le possibilità di un diverso rapporto col tempo, oltre orologi e calendari.
Passato
Conviene ascoltare ancora Agostino:
“Un fatto ora è limpido e chiaro, né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente, futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempo esistono in qualche modo nell’animo e non vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa”.
Il passato è il tempo della memoria, incantata talvolta, dolcemente nostalgica o amara altre volte. Se siamo qui, ora, nel presente, non si può negare che siamo frutto del nostro passato, in questo senso certamente c’è un presente del passato. Il passato si fa tanto più presente quanto più forti, intense, sono state le nostre esperienze, per taluni fino al limite del trauma: per esempio, quella terra dove siamo nati o dalla quale siamo fuggiti, noi o coloro che ci hanno generato. Oggi siamo così anche in ragione degli incontri che hanno fatto svoltare la vita, nel bene e nel male, i rimpianti per quanto non abbiamo fatto, le colpe senza perdono, le offese che bruciano ancora, gli abbandoni o le perdite memorizzati nelle cellule, ma anche il nostro impegno a costruire, la bellezza incontrata, il bene cui abbiamo aspirato, l’amore dato e ricevuto. Il passato ci è costitutivo, fondante, per taluni segna il “per sempre” della vita che a volte richiede percorsi di guarigione, per la mente e per il corpo.
… Ǫui? Ci sono dei ‘qui’
essenziali luoghi predestinati
lo spirito non sta fermo
egli stesso anche in fondo al mare sua terra Natale (Emily Dickinson)
La poetessa ci ricorda che qualsiasi cosa sia accaduta, tutto lo spirito si muove e può cambiare. Abbiamo la possibilità di ricominciare, nonostante i più difficili eventi passati. Se vivere di rimpianti e rimorsi ci impedisce il presente, ricostruire la storia interiore della nostra vita, ripensare alle cose delle quali dovremmo avere nostalgia o rimpianto non è perdere tempo ma riflettere sul senso della nostra vita, anche riconoscendo tutto il bene compiuto. Questa è l’esperienza spirituale di tante persone giunte alla fine della vita che, proprio ricapitolando, possono trovare senso e pace per abbandonarsi al passaggio. È una nostra scelta possibile, nel presente, se focalizzare la nostra memoria sul rimpianto o sulla gratitudine per i doni ricevuti.
Futuro
La nostalgia vive del passato e nel passato, mentre la speranza vive del futuro. Così scrive Blaise Pascal:
“Noi non pensiamo quasi mai al presente, o se ci pensiamo è solo per prendere la luce con cui predisporre l’avvenire. Il presente non è mai il nostro fine. Il passato e il presente sono i nostri mezzi, solo l’avvenire è il nostro fine. Così noi non viviamo, ma speriamo di vivere, e, preparandoci ad essere felici, inevitabilmente non lo siamo mai”.
Il presente del futuro può nutrirsi di sentimenti diversi, apparentemente opposti, ma in realtà tra loro affratellati, speranza e paura, attesa e ansia, fiducia e preoccupazione. Tante volte viviamo nell’attesa, con l’aspettativa che finalmente arriveremo dove sognavamo. E tante volte la vita ci beffa, ingiusta: un incidente, una perdita, una malattia cambiano i nostri piani. Possono arrivare a spegnere quel fuoco che si alimentava del futuro. Fino a quel giorno il futuro, di per sé radicalmente incerto, pareva chiaro e possibile, poi l’incertezza diventa un fatto reale, concreto. Le cose non sono come volevamo o almeno speravamo. Tuttavia, abbiamo una possibilità: si tratta di andare oltre “l’éspoir” direbbero i francesi, cioè le nostre attese e le nostre piccole speranze quotidiane. Abbiamo bisogno di nutrire “l’espérance”, la grande speranza senza oggetto, la fiducia fondamentale nella vita:
…la vita è così grande
che quando sarai sul punto di morire, pianterai un ulivo,
convinto ancora di vederlo fiorire… (Roberto Vecchioni).
Talvolta, per alcuni, la paura di ciò che non sappiamo potrà prendere il cuore, quella che chiamiamo ansia, che se ci abita ogni giorno e cresce fino a occupare ogni istante diventa angoscia. Eppure, la speranza è costitutiva di noi umani, è lo sguardo avanti che apre alle possibilità, ai progetti, un motore inesauribile e misterioso che ci sostiene proprio quando tutto pare impossibile, forse perché come scrive Raimon Panikkar: “La speranza non è del futuro ma dell’invisibile. Di quest’altra dimensione che è già qui, che è tra noi…”.
Ǫuel che è già qui ci riporta al presente.
Presente
Ma cos’è il presente? Ǫuesto secondo in cui scorre la penna sul foglio, un secondo fa o quello dopo la prossima riga, ma questa riga già scritta è passato, quella ancora da scrivere è futuro. Dunque? L’orologio forse non sa misurare il presente ma solo lo scorrere, anche infinitesimo dei millesimi di secondo che permettono a uno sciatore di essere primo o finire secondo in una discesa olimpionica. Forse il presente si può dire solo come qualità della presenza nostra in questo istante, “momento per momento” scrive Jon Kabat-Zinn, fondatore dei programmi fondati sulla mindfulness. Ǫuesta parola viene abusata e mercificata in tanti modi nella nostra contemporaneità che tutto ingloba e banalizza, e che già rappresenta un’approssimativa traduzione di SATI, la qualità della presenza descritta nel buddismo antico. Un esserci, gesto dopo gesto, respiro dopo respiro, che va oltre il tempo mentre la mente costantemente vaga tra passato e futuro:
“…vorrei che l’idea del tempo scorresse via dalle mie cellule e mi lasciasse in pace su questa spiaggia”, scriveva Agnes Martin.
Victor Frankl, invece, sosteneva che siamo liberi di scegliere di fronte a ogni evento, proprio lui per tre anni costretto alla vita nei lager. Possiamo forse allora ritrovarci liberi anche di fronte all’orologio, senza necessariamente dover sparare agli orologi come fecero i comunardi a Parigi nel 1871 per poter segnare l’inizio di una vita nuova.
Possiamo scegliere di incarnare la presenza invece di lasciarci vivere con la mente tra passato e futuro, rendendo così l’orologio il timone della nostra vela.
Se guardiamo onestamente a questa suddivisione del tempo fin qui considerata, potremmo trovarci in una sorta di lotta perenne: i rimpianti per il passato, l’incapacità di stare nel presente, l’ansia per il futuro. In realtà si potrebbe dire che ci troviamo nella difficoltà di stare con il cambiamento, quando ci accorgiamo di non avere alcun controllo sulla vita.
Simone Weil scrive: “Un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vuoi andare: il tempo conduce dove non si vuole andare”.
Dove e come trovare allora pace col tempo?
Il tempo della vita interiore
Il tempo della vita quotidiana scorre secondo Chronos anche se alcune volte ci offre un Kairos, un tempo opportuno per qualcosa che viene dall’invisibile.
Ma la vita interiore, dell’anima, della coscienza, del cuore, ciascuno può chiamarla come meglio lo ritiene per sé, non segue il ritmo delle lancette. Essa vive nell’infinito presente e aspira all’infinito quando riesce a cogliere il mistero nel quale siamo immersi. La luce dell’anima che contempla un cielo di stelle non ha tempo, non ha confini. L’infinito dello spazio si associa all’infinito del tempo. Può accadere nel silenzio, poiché di silenzio si nutre l’infinito. Immergersi nel ritmo del respiro, nella risacca delle onde, nel suono della foresta, nel cielo stellato, per qualche istante, senza il vociare della mente, forse ci consente di assaggiare l’infinito senza più spazio né tempo:
…e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio.
E naufragar m’è dolce in questo mare (Giacomo Leopardi).
Essere in contatto con la vita interiore è forse il primo passo per vivere il proprio tempo in pienezza.
Noi e il tempo
Se essere in contatto con il proprio “tempo interiore” può essere il primo passo per non sentirsi contro il tempo ma abitare più pienamente e serenamente il suo fluire, cos’altro possiamo fare nella nostra vita, comunque per lo più scandita da ritmi non naturali, notifiche, sveglie, e-mail? Come ci possiamo prendere cura del tempo e di noi stessi?
Poiché tante volte sentiamo nel corpo e nell’anima che il tempo ci è rubato, o lo perdiamo, o non basta mai: dunque come vivere, esistere, essere vivi oltre il Chronos?
In cure palliative, curando le persone in fasi avanzate di malattie inguaribili usa dire “più vita nel tempo che tempo per la vita”.
Una prima possibilità potrebbe consistere nel coltivare la consapevolezza della nostra finitudine, della vulnerabilità e dell’impossibilità di controllo sulla vita, non per sentircene schiacciati ma per restituire preziosità a ogni momento. Ricordare ogni mattina, come il Dalai Lama, “Mi sono svegliato, sono vivo, ho una preziosa vita umana“. E dunque muoversi nella vita per dedicare il nostro tempo al bene.
Il tempo che ci è dato, per come lo conosciamo, non è infinito: dunque, come ci invita Frank Ostaseski nel suo libro Cinque inviti, si tratta di non aspettare. Non tralasciamo un saluto, un incontro, un dovere da concludere, il vivere i nostri sogni, il risolvere i conflitti, il dire il nostro amore: il tempo opportuno, il Kairos, è adesso.
Talvolta a cambiare il nostro rapporto con il tempo è un evento straordinario come una malattia grave. Mentre entriamo nel tempo delle cure la mente non è solo istintivamente presa da timori per il futuro, per la sofferenza, mentre si affaccia la preoccupazione per la propria vita e per le persone care. In tante persone inizia una riflessione sul tempo, il passato, il presente e il futuro: può accadere che cambino le priorità, che si compiano scelte che parevano impossibili solo poco prima. La consapevolezza sopra citata si manifesta anche grazie a quell’esperienza, e il tempo della malattia diviene un tempo di trasformazione, di cambiamento, proprio quello che sempre si era temuto.
Un’altra possibilità è coltivare la nostra interiorità. Essere in contatto con quella che il Buddha chiama “l’isola del sé”, dove prendere rifugio, ritornare in sé stessi, come ancora scrive Agostino: “Noli foras ire, in te ipsum redi” (non andare fuori, ritorna in te stesso). Poiché è il tempo esteriore che ci trascina e ci fa perdere l’orientamento. Abbiamo bisogno di trovare una stella polare di gioia interiore che non dipenda da altri, da cose, da beni, da tempi affannosi.
Abbiamo bisogno di sapere dove siamo e qual è la nostra direzione, per poter così ridare valore al cammino in sé e non solo al fine da raggiungere. Poter scoprire, alla fine, che non si era mai trattato di conquistare la cima della montagna, ma di apprezzare il sentiero nel bosco, contemplare la bellezza dei fiori, il torrente che attraversiamo, le radure dove riposare, l’ombra degli alberi. Non conterà il tempo impiegato ma l’apprezzamento di ogni passo.
Potremo allora percepire il tempo non come un ladro di vita, ma un dono cui guardare con gratitudine e gioia. A questo ci invita Seneca (lettere a Lucilio XXIII): “Voglio che non ti manchi mai la gioia. Voglio, però, che ti nasca in casa e ti nascerà se sorge da te… La gioia di cui ti parlo, e alla quale cerco di condurti, è invece fondata, e si genera intensamente nell’interiorità”.
Nell’apprezzamento del cammino si troverà il modo di ricominciare sempre, guardando a ogni giorno come a una nuova possibilità.
Un’ulteriore possibilità è essere presenti. Nella presenza (SATI) il tempo si dilata, si distende, ogni gesto consapevole va oltre il tempo, ogni parola retta e consapevole è un passo verso la pace del cuore.
La presenza vive nel corpo e non solo nella consapevolezza della mente. Si tratta di “riprendere i sensi”, sentire ogni istante con tutti noi stessi. Tutte le tradizioni spirituali ci invitano a coltivare la presenza, il silenzio, l’ascolto. Ǫuesto richiede esercizio e intenzione: usare il tempo per stare fuori dal tempo. Ognuno può trovare la propria strada: immergersi in una musica che ispira, praticare la meditazione, camminare nella natura affondando nei sensi, leggere con attenzione un libro nutriente, praticare una disciplina del corpo.
Permettiamo al silenzio di entrare nella nostra mente per essere pienamente aperti a questo istante, a questo incontro: immersi nella presenza potremo percepire la nostra profonda connessione con tutti e con il tutto. Nella silenziosa presenza non c’è più Chronos, solo l’infinito presente aperto all’invisibile.
Bibliografia
- Ostaseski F. (2017), Cinque inviti, Mondadori, Milano
- Mancuso V. (2023), Non ti manchi mai la gioia, Garzanti, Milano
- Borgna E. (2005), L’attesa e la speranza, Feltrinelli, Milano
- Frankl V. (2012), Uno psicologo nei lager, Ares, Milano
- Seneca L.A. (2024), Lettere a Lucilio, Mondadori, Milano
- Kabat-Zinn J. (2013), Vivere momento per momento, TEA, Milano
- Tonelli G. (2021), Tempo, Feltrinelli, Milano
- Agostino (2015), Le confessioni, Einaudi, Torino
- Dickinson E. (1998), Tutte le poesie, Mondadori, Milano
- La Bibbia TOB (2010), Qoèlet, p. 1555, ELLEDICI, Leumann
Photo credit: L’immagine di copertina è un particolare di Spettatori di felicità di Luca Cortese (in basso il formato originale).

Luca Cortese è rappresentato artisticamente dall’agenzia fotografica GT Art Photo Agency di Milano, che ringraziamo per aver concesso l’utilizzo dell’immagine.
