Nella nostra epoca, che interpreta il limite come ostacolo e il vuoto come mancanza, viviamo una tensione silenziosa che ci fa sentire costantemente ingaggiati: una logorante e continua mobilitazione interna che genera una condizione di stanchezza profonda. L’articolo esplora un importante ruolo del counseling in risposta a questa sollecitazione: ispirare l’autentica presenza come forma di ritorno a sé, al proprio confine, al proprio tempo.
Quando il tempo perde respiro
Viviamo in un tempo che non ama il limite, ma che lo interpreta come un ostacolo o, peggio, come una forma di inadeguatezza.
Siamo sempre raggiungibili, sempre convocabili, sempre potenzialmente chiamati a rispondere.
E questa saturazione, poco alla volta, diventa un modo di stare al mondo, una tensione silenziosa che continua ad agire anche quando l’urgenza sembra finita.
La contemporaneità ci chiede di essere costantemente ingaggiati. Così, anche quando non facciamo nulla, spesso restiamo interiormente attivati, come se il corpo fosse fermo ma la mente continuasse a inseguire un compito invisibile.
Eppure il limite non è il contrario della possibilità, ma ciò che le dà forma.
Senza uno spazio vuoto, infatti, il pensiero non trova il tempo per depositarsi e trasformarsi.
La fatica di dover sempre poter essere
Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano formatosi in Germania e tra gli interpreti più lucidi del disagio contemporaneo, ne La società della stanchezza descrive il passaggio da una società fondata prevalentemente sul divieto a una società dominata dalla prestazione.
Non siamo più soltanto soggetti disciplinati da un “devi”, ma soggetti mobilitati da un “puoi”: puoi fare di più, migliorarti, reinventarti, diventare la versione migliore di te stesso.
Questa promessa sembra parlare il linguaggio della libertà, ma contiene un’ambivalenza profonda.
Quando il “puoi” diventa illimitato, si trasforma in un comando più sottile del divieto, perché si insinua nella percezione di sé, confondendosi con il desiderio, e rende difficile distinguere ciò che nasce da una scelta autentica da ciò che risponde all’adesione automatica a un modello di efficienza permanente.
In questa prospettiva, la stanchezza non è soltanto l’effetto di un sovraccarico del fare, ma è il segnale di una mobilitazione interna continua.
Secondo la psicobiologia dello stress, l’organismo umano è capace di adattarsi ai cambiamenti, ma quando l’adattamento diventa cronico il carico si accumula. E l’essere umano non è fatto per vivere sempre in emergenza, nemmeno quando l’emergenza assume il volto ordinario di un’agenda piena.
Ciò che chiama e ciò che conta
Stephen R. Covey, autore che ha portato nel mondo organizzativo una riflessione sull’efficacia personale legata alla responsabilità, alla visione e alla scelta, ha reso popolare una distinzione ancora preziosa, quella tra urgenza e importanza. L’urgenza reclama attenzione immediata, interrompe, si impone. L’importanza, invece, ha un’altra voce: spesso chiede ascolto, orientamento, fedeltà a ciò che ha valore.
Una parte del disorientamento contemporaneo nasce, forse, proprio qui. Siamo molto allenati a reagire a ciò che chiama, ma meno capaci di restare in contatto con ciò che vale.
Il counseling incontra spesso questa frattura. La persona arriva con una domanda concreta: gestire meglio il tempo, prendere una decisione, affrontare una relazione difficile, sostenere un passaggio professionale, ritrovare energia.
Ma sotto la domanda più visibile ne affiora un’altra, più radicale: dove sono finito io, dentro tutto questo?
Il counseling come spazio di misura
In questo senso, il counseling non può limitarsi a offrire strumenti per funzionare meglio, rendendosi, così, complice dello stesso paradigma che genera affaticamento.
Il counseling può, invece, diventare uno spazio in cui il tempo cambia qualità, trasformandosi in un tempo che permette alla persona di dare significato all’esperienza.
La relazione d’aiuto, infatti, nella prospettiva di uno dei suoi fondatori [Carl Rogers, figura centrale della psicologia umanistica e dell’approccio centrato sulla persona, n.d.a.] non consiste nel guidare l’altro dall’esterno, né nel sostituirsi alla sua capacità di scelta. Prende forma, piuttosto, in un clima relazionale fondato su autenticità, ascolto empatico e accoglienza non giudicante. È dentro questo spazio che la persona può tornare a contattare la propria esperienza, riconoscendo ciò che sente e recuperando una possibilità più libera di orientamento.
Le riflessioni di Edgar H. Schein, studioso dei processi organizzativi e delle relazioni di aiuto, possono integrare questa prospettiva mostrando quanto l’aiuto sia una pratica delicata anche sul piano relazionale e sociale. Ne Le forme dell’aiuto, Schein osserva che chi chiede aiuto si trova spesso in una posizione di vulnerabilità, mentre chi aiuta rischia facilmente di collocarsi, anche senza volerlo, in una posizione di superiorità. Per questo l’aiuto autentico non coincide con l’offerta immediata di una soluzione, ma con la costruzione paziente di una relazione sufficientemente sicura, nella quale la domanda possa chiarirsi e la persona possa ritrovare il proprio potere di comprensione e di scelta.
Rogers e Schein, pur muovendosi in orizzonti diversi, convergono, dunque, su un punto essenziale: aiutare non significa occupare lo spazio dell’altro, ma custodirlo, senza accelerare verso una risposta, creando le condizioni perché la persona possa ascoltare con maggiore chiarezza ciò che accade dentro di sé.
Nel tempo saturo della prestazione, questa qualità dell’aiuto ha un valore profondamente trasformativo: restituisce alla persona non una soluzione preconfezionata, ma uno spazio originario in cui tornare a sé.
Il vuoto come luogo di trasformazione
A Simone Weil è attribuita una frase di straordinaria intensità: “La grazia entra dove c’è un vuoto”. Al di là della sua interpretazione spirituale, questa intuizione apre uno spazio prezioso anche a ciò che si rende disponibile. Lo spazio non occupato dall’automatismo diventa una cavità interiore in cui può accadere qualcosa di non interamente programmato.
Il vuoto è forse una delle esperienze più difficili da vivere per l’uomo contemporaneo. Lo associamo facilmente all’assenza e per questo tendiamo a riempirlo subito. Eppure il vuoto può essere il luogo di una sedimentazione del pensiero, in cui qualcosa che non aveva ancora parola inizia a emergere.
Spesso la trasformazione procede in modo discreto, quasi impercettibile, fino a quando ci accorgiamo che qualcosa, dentro o intorno a noi, non è più come prima.
François Jullien, filosofo e sinologo francese, ha dedicato molta parte del suo lavoro al dialogo tra pensiero europeo e pensiero cinese. Ne Le trasformazioni silenziose mostra come ciò che cambia davvero non sempre lo faccia attraverso rotture evidenti o decisioni spettacolari.
Questa prospettiva è particolarmente vicina all’esperienza del counseling. Molte trasformazioni non avvengono quando una persona riceve una risposta definitiva, ma quando inizia a interrogarsi diversamente. Il vuoto, allora, non è uno spazio morto, ma può diventare una soglia di elaborazione.
Attenzione, realtà, libertà
La contemporaneità, però, non si limita a chiedere prestazione, ma costruisce ambienti percettivi capaci di orientare la nostra attenzione, i nostri desideri, persino il nostro senso di realtà.
È quanto sostenuto nel testo Ipnocrazia (ne scriviamo fra le Ispirazioni in questo numero), attribuito a Jianwei Xun e poi rivelatosi parte di un esperimento filosofico costruito anche attraverso l’intelligenza artificiale.
Il punto, qui, non è entrare nel dibattito sull’autorialità del testo, ma raccogliere una domanda che riguarda profondamente il nostro tempo: che cosa accade alla libertà quando l’attenzione viene continuamente catturata e veicolata? Se ogni spazio interno è colonizzato da stimoli, urgenze, narrazioni e confronti, diventa più difficile riconoscere ciò che è davvero nostro. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, né di idealizzare la lentezza del tempo andato: la questione è come restare presenti dentro sistemi che tendono a segregare l’attenzione verso percorsi predeterminati e a generare bisogni eteroindotti.
In questa prospettiva, il counseling può diventare una pratica di “disipnosi” gentile. Non perché sveli una verità al posto della persona, ma perché la accompagna a riaprire uno spazio proprio tra stimolo e risposta.
Tornare allo spazio interiore
Anche Daniel Goleman, psicologo e divulgatore scientifico noto per aver diffuso il tema dell’intelligenza emotiva, e Richard J. Davidson, neuroscienziato tra i più autorevoli nello studio delle emozioni e della meditazione, ne La meditazione come cura propongono una riflessione importante: le pratiche contemplative non sono semplici tecniche di rilassamento, ma vie attraverso cui allenare l’attenzione, la regolazione emotiva e la qualità della presenza.
Il loro contributo è prezioso perché evita due rischi opposti: ridurre la meditazione a moda del benessere o trasformarla in promessa salvifica. La meditazione, nella loro prospettiva, non cancella la complessità della vita, ma può modificare il modo in cui la mente si rapporta all’esperienza.
Lo sguardo del counseling può, dunque, andare oltre l’illusoria pretesa di guarire ogni stanchezza e soffermarsi sulla possibilità di ascoltarla prima che diventi estraneità da sé, offrendo la possibilità di ritrovare un punto interno da cui osservare ciò che accade.
L’era della stanchezza ci consegna una sfida decisiva, quella della presenza.
Imparare a riconoscere (e a onorare) il limite non come fallimento, ma come architettura della nostra umanità e a custodire il vuoto non come assenza, ma come spazio di ritorno, può aiutare a restituire al tempo non solo una funzione, ma un respiro diverso. Perché forse l’antidoto alla stanchezza non è l’efficienza, ma una nuova possibilità, quella di ritornare, con il tempo giusto, a sé.
Bibliografia
- Covey S. R. (2021), Le 7 regole per avere successo. The 7 Habits of Highly Effective People, FrancoAngeli, Milano
- Goleman D. e Davidson R. J. (2017), La meditazione come cura. Una nuova scienza per guarire corpo, mente e cervello, Rizzoli, Milano
- Han B.-C. (2020), La società della stanchezza, Nottetempo, Milano
- Jullien F. (2010), Le trasformazioni silenziose, Raffaello Cortina Editore, Milano
- Rogers C. R., La terapia centrata sul cliente, Martinelli, Firenze, varie edizioni.
- Rogers C. R. (1957), The Necessary and Sufficient Conditions of Therapeutic Personality Change in “Journal of Consulting Psychology”, vol. 21, n. 2, pp. 95-103.
- Schein E. H. (2010), Le forme dell’aiuto. Come costruire e sostenere relazioni efficaci, Raffaello Cortina Editore, Milano
- Weil S., L’ombra e la grazia, Bompiani, Milano, varie edizioni.
- Xun J. (2025), Ipnocrazia. Trump, Musk e la nuova architettura della realtà, Tlon, Roma
Photo credit: foto di Antonello Ferrara.
Antonello Ferrara (Taranto, 1967) ha prestato servizio nella Marina Militare per quarant’anni. Oggi vive e lavora a Catania, dedicandosi alla fotografia e alla scrittura.
La sua ricerca esplora la dimensione scenica dell’immagine e il rapporto tra esseri umani, ambiente e mare. Con lunghe esposizioni, filtri autoprodotti e interventi in fase di scatto, trasforma il reale in visioni evocative, dove memoria, immaginazione e imprevedibilità si intrecciano, invitando lo spettatore a completare ciò che l’immagine volutamente sottrae. Per questo, preferisce non accompagnare le sue opere con titoli o testi: per lasciare libertà a chi le osserva di far emergere memorie ed emozioni intime, mentre qualsiasi sua parola finirebbe inevitabilmente per orientare la lettura, occupando spazio altrui.
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