L’articolo riguarda Raccontè, un’attività di recupero collettivo della memoria, una forma di animazione sociale che riprende il modello delle “veglie” intese come sistema di cura di comunità, che affonda le radici nei temi della rivitalizzazione dei piccoli borghi, e quindi della “paesologia” come stile di vita definito dal poeta Franco Arminio e del “paesismo” di Francesco Della Costa, che ha indagato il concetto dal punto di vista antropologico.
Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di
andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli,
sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è
qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta
ad aspettarti.
Cesare Pavese, La luna e i falò
Il contesto e l’idea
L’esperienza denominata Raccontè [marchio in corso di registrazione, n.d.a.] ha avuto inizio nel novembre 2024 ed è tuttora in corso a Vitolini, piccola frazione di Vinci, nella provincia di Firenze. Il borgo conta circa 800 abitanti, compresi fra il nucleo abitato e la vasta campagna circostante, ricca di oliveti che degradano dolcemente dalle pendici del massiccio del Montalbano verso la piana dell’Arno. La vista spazia fino al porto di Livorno lasciando intravedere, nei giorni tersi, l’isola di Gorgona. Non è classificata quale “area interna” ma, come molti centri periferici, ha risentito le conseguenze delle trasformazioni socio-economiche degli ultimi decenni. È un luogo il cui nucleo conserva ancora in parte la struttura dei paesi toscani, fra relazioni strette e memoria diffusa; un tessuto sociale che è andato però via via assottigliandosi sotto la pressione dei cambiamenti strutturali e culturali.
Il progetto è gestito dall’Associazione di Promozione Sociale “tuttAltro”, fondata nel 2009 insieme ad altre colleghe, per promuovere la cultura del counseling e della mediazione familiare. Pur essendo la sede dell’ente ubicata in Mugello, la stessa organizza eventi anche nei Comuni di Vinci ed Empoli.
L’impulso è scaturito dalla necessità, espressa dalla neonata Aps Vitolinincircolo, di contribuire a rivitalizzare il paese, dove a mancare non erano tanto le consuete manifestazioni annuali (il Carnevale, la Festa all’olio, la Befana), quanto una spinta a uscire di casa, a ritrovarsi come comunità. Un’esigenza che ha trovato terreno fertile nella nostra associazione, stimolando la curiosità e il desiderio di mettersi in gioco come counselor, facendo leva su una sorta di amore per la dimensione “paese” quale luogo dell’anima, generatore di contesti e di relazioni. La scelta è stata dunque quella di impegnarsi nel compiere un percorso di senso e di civiltà, nell’intraprendere un cammino dove la strada da percorrere non è tracciata, ma viene individuata passo dopo passo.
Lo slogan dell’iniziativa è, “Raccontè. Racconta di te, raccontiamo di noi”, e ha registrato da subito la collaborazione della locale “botteghina” di alimentari – che funge anche da bar – e delle altre realtà associative locali, come la già citata Vitolinincircolo, la Compagnia degli Ortacci e la Parrocchia di S. Pietro Apostolo.
Primi passi e sviluppi
L’obiettivo iniziale intendeva stimolare racconti di episodi di vita, a partire da una foto o un oggetto che rivestisse un significato particolare. Così, per oltre due mesi, ogni lunedì pomeriggio una decina di compaesani ha raccolto l’invito di ritrovarsi per un paio d’ore al bar-botteghina, davanti a una tazza di tè e pasticcini. Ne sono emersi temi stimolanti, dove i vissuti personali si integravano con la storia del paese e di una civiltà contadina in gran parte perduta.
Da queste narrazioni personali, l’interesse si è spostato pian piano verso la vita del piccolo centro durante gli anni ’60-’80 che, a distanza di circa un cinquantennio, risulta completamente stravolta. Con un percorso alla rovescia rispetto al precedente, siamo partiti dal sistema – che prima fungeva anche da contenimento – e, nel rievocarlo, è emerso nuovamente il sentimento di appartenenza a quel contesto sociale.
In questa seconda fase, ci siamo orientati su tre filoni: il lessico famigliare, ovvero le parole usate solo nella zona o comunque percepite come accomunanti, i toponimi che l’attuale intitolazione di vie e piazze ha cancellato, e le attività commerciali, artigianali e industriali, allora numerose e ora quasi del tutto scomparse. Come del resto le scuole elementari.
Il “salto di qualità” vero e proprio, sia in termini numerici che di contenuti, è avvenuto dopo tre ritrovi serali presso la vicina sede della Compagnia degli Ortacci, dove sono affluite circa quindici persone, alcune delle quali si sono poi aggiunte al gruppo degli incontri pomeridiani, tanto da richiedere un locale più grande del bar-botteghina.
Alla fine di giugno 2025, fra un incontro e l’altro agli Ortacci, si è tenuta la prima edizione della Festa di paese, in concomitanza dei festeggiamenti del Santo Patrono. Durante una cena all’aperto abbiamo avuto il piacere di presentare pubblicamente, insieme ai partecipanti, il progetto Raccontè e il lavoro svolto, attraverso slide e simpatici sketch: un altro incentivo per coloro che hanno pensato di poter dare un contributo a quella che stava diventando una vera e propria ricerca storiografica.
Superato il momento sperimentale, oggi il gruppo al completo conta oltre 20 persone e il calendario degli incontri si è stabilizzato nei mesi autunnali e invernali, strutturandosi in appuntamenti molto attesi e partecipati. Questo ha permesso di ampliare i campi della ricerca a: un elenco di circa cinquecento soprannomi; la rivelazione di un’impresa coraggiosa – la costruzione e il lancio di un missile – finita sulla cronaca dei giornali del dicembre ’64; un gioco di carte – la Quaranta – conosciuto soltanto qui; la rielaborazione di un dolore ancora stagnante, legato alla storia di una banca (la “banchina”), presente dal 1908 e tristemente conclusasi il 15 ottobre 2021.
Eventi entusiasmanti e cadute, in un racconto corale dove c’è chi parla, chi ascolta in silenzio e poi annuisce o commenta, come se la condivisione stessa trasformasse la nostalgia del ricordo in una forma di rispetto e alleggerimento generale.
Niente che non possa essere rievocato in altre forme e in luoghi diversi, se soltanto si fa in modo che certi fatti riemergano.
Tecnica in divenire
L’applicazione di un metodo di lavoro si intreccia inevitabilmente con le esperienze e il modo di essere di ognuno. Nel nostro caso, abbiamo guidato diversi percorsi partecipativi che hanno prodotto mostre, pubblicazioni, progetti pubblico-privati in ambito sociale e non. Chi vi ha preso parte si è sempre adoperato nel proporre, nel trovare una sintesi e individuare le soluzioni più funzionali per dare concretezza alle idee nei tempi previsti. Non si è mai trattato semplicemente di “eseguire”, ma piuttosto di “esserci”, condividendo gli stessi obiettivi e sostenendoci per raggiungerli. In queste occasioni, emergeva sempre come la forza del gruppo andasse ad arricchire i singoli sforzi.
Accanto alle esperienze lavorative, e a quelle della vita, ci sono state poi quelle formative a fornire altro nutrimento alle propensioni personali, permettendone un uso più consapevole. Tutto questo, e il bagaglio culturale arricchito da letture e ogni altro stimolo intellettuale, hanno favorito la maturazione di quel “saper essere” che guida le azioni.
Già dall’inizio, nell’esperienza di Vitolini si è rivelato centrale quell’approccio all’ascolto definito da Carl Rogers come capacità di entrare nel mondo dell’altro, dove il mondo in questo caso è anche il microcosmo “paese”. Non è stato un metodo rigido, quanto uno stare nella relazione con accoglienza e pazienza. Un accompagnare più che un dirigere, dove gli stimoli offerti sono funzionali a individuare altri sentieri virtuosi, nuove possibilità. La disponibilità all’apertura non costruisce recinti, ma prati infiniti dove le idee germogliano come margherite. Così un giorno arrivi e ti accorgi di aver fatto insieme un passo in avanti anche nel sentirci più a nostro agio, nel riconoscerci l’un l’altro. Un impegno che non va a interpretare, ma crea le condizioni affinché i racconti affiorino spontaneamente.
Come avviene negli incontri a due, anche in un contesto composito si pone una domanda e si rimane in ascolto. E se, durante l’esplorazione, la voce unanime che si va sempre più identificando indica la volontà di percorrere altre strade, l’obiettivo è raggiunto.
Intrapresa questa direzione, le sorprese non sono mancate, come brevemente già accennato; un puzzle di elementi che ha ricomposto una memoria collettiva da recuperare, con la convinzione di fare qualcosa di utile anche per le giovani generazioni, nate in un borgo con caratteristiche del tutto diverse da quelle di un tempo.
L’esperienza Raccontè, per certi aspetti molto simile al modello delle “veglie” toscane, si è progressivamente avvicinata a quella che Edoardo Giusti e Maura Benedetti definiscono una pratica di “counseling di comunità”: un processo capace di sostenere gruppi e territori nella valorizzazione delle risorse presenti, nella costruzione di legami e nella promozione della partecipazione attiva. In questo senso, il paese non rappresenta soltanto il contesto nel quale si svolge l’esperienza, ma diventa esso stesso soggetto relazionale. Il patrimonio comune, fatto di luoghi, di soprannomi, di storie tramandate oralmente, assume il valore di strumento attraverso cui la cittadinanza torna a riconoscersi.
Variazioni sul tema
Una breve digressione è necessaria per citare qualche autore, le cui opere sono state di ispirazione in questa esperienza. Il primo è Franco Arminio, poeta irpino e “paesologo” per autodefinizione: con la sua scrittura ha trasformato l’osservazione dei paesi in una pratica a metà tra poesia, etnografia e impegno civile, fino a fondare la “Casa della Paesologia”, un movimento, oltre che un centro permanente dedicato allo studio, alla cura e alla narrazione dell’Italia interna. Luoghi verso i quali la paesologia non è nostalgia, ma attenzione. Ed è proprio l’attenzione verso ciò che sembrava marginale o destinato a scomparire ad aver guidato anche il nostro percorso.
Un altro giovane poeta, fotografo, e camminatore fiorentino è Emiliano Cribari, un “cercatore di luoghi perduti”. In lui possiamo trovare una versione moderna e raffinata di un altro instancabile marciatore dall’animo puro, un cane randagio e solitario nato sui nostri monti, capace di vette poetiche altissime e di brusche cadute, per finire poi divorato da quella follia che lo porterà a una morte precoce: Dino Campana.
A compendio di tutto questo, edificante e formativo è stato l’incontro con il testo di Francesco Dalla Costa, giovane antropologo e ricercatore all’Università Bicocca di Milano, che ha sviluppato il concetto di “paesismo” come chiave etnografica per comprendere i paesi e i mondi rurali contemporanei – soprattutto nelle aree interne dell’Italia – attraverso un’analisi dei modelli narrativi, immaginari, e delle pratiche sociali che li definiscono. A partire da Ignazio Silone, anch’egli marsicano, offre una lettura critica delle tensioni fra locale e globale, fra tradizione e trasformazione.
La storia di Vitolini – antico castello medievale conteso tra Pistoia e Firenze – è stata scritta nel corposo libro di Paolo Santini e Melania Minacci, stampato da La Compagnia degli Ortacci con il contributo dell’Ente CR Firenze, contenente una ricerca documentale molto accurata. Un patrimonio del quale credo dispongano pochi paesi di queste dimensioni e che ha costituito spesso la nostra bussola, aiutandoci a orientarci e chiarire diversi aspetti.
Durante i ritrovi, sono stati letti passaggi di questa guida storica e, alla fine di ogni riunione – e dopo l’abituale tè in compagnia – si è andato consolidando un altro rito di condivisione: la lettura di un testo poetico di Arminio, di Cribari, ma anche di Montale e di altri autori, e soprattutto di poesie scritte da nonni, zii e parenti dei partecipanti che non ci sono più.
Risultati tangibili
Fra i risultati più evidenti vi è sicuramente la crescita spontanea della partecipazione. Dall’inizio, gli incontri hanno progressivamente coinvolto persone diverse per esperienze e appartenenze associative, creando nuove connessioni e rafforzando relazioni già esistenti.
Accanto all’aspetto relazionale, il progetto ha prodotto una significativa raccolta di materiali: fotografie, testimonianze, memorie familiari e tradizioni locali. Un bene immateriale che rischiava di andare disperso e che invece è stato riconosciuto come parte integrante dell’identità del paese, tanto da decidere di farne una pubblicazione (in fase di realizzazione), nella quale approfondire ogni argomento trattato.
Un altro elemento importante riguarda la riattivazione degli spazi comunitari come il bar-botteghina dove, quando gli incontri avevano luogo in un angolo non appartato, un allegro vocìo, o la lettura di libri e poesie, richiamava la curiosità degli avventori. Ma, soprattutto, si è registrato un riavvicinamento tra le due associazioni: Vitolinincircolo (derivazione del Circolo Arci) e la Compagnia degli Ortacci (nata e prosperata vicino alla Parrocchia). Forse per un insieme di fattori, ma sicuramente non per caso, la già citata realizzazione della Festa di Paese dell’anno scorso è avvenuta a cura di entrambe le realtà. Per l’edizione di quest’anno, stiamo lavorando a un report che accompagni il momento della cena e al montaggio di un video, frutto delle riprese degli incontri. Il che comporterà un lavoro ulteriore di condivisione dei temi da approfondire e di come trasmetterli alla cittadinanza.
Sempre dal cuore del gruppo, dove ognuno è andato esprimendo anche le proprie abilità, è nato un altro stimolo, al quale l’APS Vitolinincircolo ha dato forma; la prima edizione di una festa, “Vitolini borgo dei talenti”, dedicata alla creatività. Un evento che ha comportato una lunga fase di reperimento di “talenti” del posto attraverso il passaparola, finalizzata a un intero pomeriggio domenicale di oltre 40 fra esposizioni e performance, pienamente riuscito grazie a un apporto che è andato oltre ogni appartenenza. Un momento della comunità che si riconosce e si presenta al più vasto pubblico.
È tutto questo che contribuisce a dare corpo a uno dei risultati più significativi del processo, cioè il cambiamento nel modo di stare insieme. Progressivamente, infatti, molte persone hanno iniziato non solo a partecipare agli incontri, ma a sentirsi corresponsabili dei percorsi, contribuendo con idee, materiali e proposte. Senza contare che Raccontè è diventato un argomento del quale si parla quotidianamente anche con chi non vi partecipa direttamente, destando interesse e curiosità. E la cosa importante è proprio che se ne parli, perché – per dirla con Rollo May – , l’individuo è sempre situato in un mondo di relazioni, ruoli, tensioni e possibilità.
Oltre Raccontè
La pratica di Raccontè mostra come il counseling possa estendersi oltre il tradizionale setting individuale, trovando applicazione nei contesti territoriali e nei processi collettivi. Nei piccoli paesi, soprattutto quelli che hanno attraversato trasformazioni profonde, il rischio non riguarda soltanto la perdita di servizi o di abitanti, ma anche l’indebolimento dei legami e del senso civico. In questo senso, il counseling di comunità può contribuire alla creazione di spazi nei quali le persone tornino a riconoscersi parte di una storia comune.
L’ascolto reciproco, la narrazione delle esperienze, la valorizzazione dei ricordi, diventano così strumenti di benessere sociale. Non perché eliminino i problemi o le fragilità, ma perché permettono di sentirsi nuovamente parte di un tessuto relazionale.
In un’epoca caratterizzata da comunicazioni rapide e frammentate, ritrovarsi fisicamente a parlare e ad ascoltare rappresenta già di per sé un’esperienza controcorrente. Una pratica semplice, ma profondamente generativa.
Raccontè nasce in un borgo toscano, ma potrebbe svilupparsi ovunque esista il desiderio di ricostruire legami, ascolto e appartenenza. Perché ogni luogo custodisce storie che rischiano di scomparire, se non trovano più gli spazi nei quali essere rappresentate.
L’esperienza di Vitolini mostra come il recupero della memoria possa diventare un esercizio di impegno collettivo. Non una nostalgia sterile del passato, ma un dare continuità alle relazioni e riconoscere il valore di ciò che ha costruito l’identità di un territorio.
In questo senso, il counseling di comunità si rivela uno strumento prezioso non tanto per “risolvere problemi”, quanto per favorire processi di consapevolezza, partecipazione e coesione sociale.
L’effetto più importante non è nemmeno ciò che è stato raccolto — le fotografie, i soprannomi, le storie — ma ciò che si è rimesso in movimento: il desiderio di uscire di casa, di incontrarsi, di ascoltarsi, di sentirsi parte di qualcosa.
E oggi, nei piccoli paesi come nelle città, questo rappresenta già una forma concreta di cura.
Si va in giro per piccole storie,
incerte mete,
intimità provvisorie.
Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi
Bibliografia
- Arminio F. (2023), Cedi la strada agli alberi, Garzanti, Milano
- Cribari E. (2023), Sull’Appennino di Dino Campana. Fotografie e impressioni di viaggio, Emuse, Lecco
- Della Costa F. (2025), Paesismo. Etnografia del rurale nella Marsica, CISU, Roma
- Fucini R. (1993), Le veglie di Neri, Newton Campton Editori, Roma
- Giusti E. e Benedetti M. (2011), Il counseling di comunità. La rete psicologica del benessere sociale, Sovera Multimedia, Roma
- May R. (1991), L’arte del counselling, Astrolabio Ubaldini Editori, Roma
- Rogers C. R. (1994), La terapia centrata sul cliente, G. Martinelli & C., Firenze
Photo credit: foto di Asia Laguardia (@asialaguardiafotografia)
