Quali sono le caratteristiche che devono essere presenti nella relazione di counseling? Si tratta di apprendere il ritmo della relazione e avere l’attenzione rivolta non solo ai contenuti, ma ai processi e ai tempi dell’intervento.
La relazione deve avere il carattere dell’autenticità. Quando parlo di autenticità mi riferisco a una qualità essenziale che è necessario che ogni counselor coltivi e pratichi per far sì che l’incontro avvenga in una dimensione di verità: l’arte della congruenza.
Quali sono le caratteristiche che devono essere presenti nella relazione di counseling? Si tratta di apprendere il ritmo della relazione e avere l’attenzione rivolta non solo ai contenuti, ma ai processi e ai tempi dell’intervento.
La relazione deve avere il carattere dell’autenticità. Quando parlo di autenticità mi riferisco a una qualità essenziale che è necessario che ogni counselor coltivi e pratichi per far sì che l’incontro avvenga in una dimensione di verità: l’arte della congruenza.
Prima di iniziare, dando a Raymond Carver quel che è di Carver, può essere utile chiederci “di cosa parliamo quando parliamo” di congruenza?
La congruenza, per definizione, riguarda una corrispondenza tra ciò che penso, ciò che sento (ciò che provo) e ciò che faccio oppure dico – ovvero l’azione che ne consegue in un dato momento. È connaturata al tema del tempo perché si dà nel momento in cui i tre aspetti (penso, sento, faccio) sono allineati e presenti, e cessa di esserci nel momento in cui uno dei tre “scompare”.
La congruenza può essere descritta come uno stato dell’essere in cui non c’è contraddizione tra il proprio fare, il proprio dire, ciò che si sa di sé stessi e la propria intima essenza. È dunque uno stato interiore in virtù del quale il proprio agire non si discosta dal proprio sentire.
Come ben sintetizzato da Marchino e Mizrahil (2015): congruenza è “empatia con sé stessi nel presente”. Nel momento presente.
Quando questi tre aspetti (penso, sento, faccio) sono allineati, coinvolti senza stonature eccessive nel suonare la stessa musica, ecco che in me può fluire un’esperienza riconoscibile nella sua qualità. Qualità di presenza a sé stessi e all’altro da sé (ma di questo aspetto relazionale della congruenza accennerò più avanti).
La congruenza non è semplice coerenza. Per essere coerenti basta fare ciò che si pensa. Non c’è niente di male in questo, ma dobbiamo essere consapevoli della differenza.
E, a questo proposito, mi tornano in mente alcune parole lette anni fa: “…andava molto di moda negli anni Settanta utilizzare strumenti come la bioenergetica per sentirsi forti, decisi, autorevoli. Noi eravamo quelli che riuscivano a dire ‘no’ quando pensavano ‘no’ e che riuscivano a dirlo con sufficiente energia. Può essere importante per qualcuno, ma in questo momento storico è più importante riottenere il più profondo contatto possibile con sé stessi. Quasi tutte le persone sono convinte di essere in contatto con sé stesse, fino a quando non entrano davvero, per la prima volta, in contatto. Allora, hanno uno choc, a volte persino un piccolo attacco di panico. Se sento di esistere, sento di essere mortale, quindi, per la prima volta sento l’impatto della realtà” (fonte).
Utilizzando altre parole, se nel mio agire in qualità di counselor dico o faccio cose che ritengo, penso, siano corrette, ma che “metto in scena” come un copione anziché viverle, difficilmente sarò di aiuto. Sia a me stesso sia alla persona con la quale sono in relazione.
L’aspetto rilevante è che imporsi comportamenti che, con la testa, riteniamo corretti spesso produce sensazioni ed emozioni negative che ci segnalano che stiamo dimenticando parti importanti di noi, negando loro voce in capitolo.
Quindi, la congruenza, per dirlo con le parole dell’amico Ferruccio Gobbato (2022): “Non è una sorta di dittatura della ragione sulle altre parti di me: è piuttosto una condizione che permette un dispiegarsi spontaneo delle mie facoltà. Realizzare la congruenza ha, giorno dopo giorno, tutte le difficoltà della democrazia e solleva problemi etici, più che risolverne”.
Ma come si coltiva la congruenza per sé?
Come possiamo contribuire alla ricerca del cliente della propria congruenza?
E che vantaggio ne abbiamo e quali effetti?
Come si coltiva la congruenza per sé?
La risposta a questa domanda credo non possa essere una semplice ricetta di cucina, perché una ricetta è una sequenza razionale di operazioni codificata dal pensiero – la qual cosa non esclude che il risultato, la pietanza, possa essere immangiabile – mentre la congruenza riguarda un sistema che include un tutto più grande.
Una possibilità che vorrei proporvi parte da una azione, un verbo: “praticare”.
Per spiegarmi meglio, utilizzo una breve poesia di Thich Nhat Hanh (2005), il famoso monaco buddista vietnamita, che si intitola Froglessness e che recita:
La prima realizzazione della pratica
è il conseguimento della nonranità.
Quando si mette una rana al centro di un piatto,
dopo pochi secondi
salterà fuori dal piatto.
Se di nuovo si mette la rana al centro del piatto,
salterà di nuovo fuori.
Fate tanti progetti.
C’è sempre qualcosa da raggiungere.
E sempre fate un balzo,
un balzo in avanti.
È difficile tener ferma la rana al centro del piatto.
Sia voi sia io abbiamo la Natura di Buddha in noi.
E questo è incoraggiante.
Ma sia voi sia io abbiamo la Natura di Rana in noi.
Per questo, la prima realizzazione della pratica
si chiama nonranità.
In questa poesia Thich Nhat Hanh fa chiaramente riferimento alla pratica della meditazione. E agli ostacoli, naturali e inevitabili, che si incontrano nel percorso meditativo: la distrazione, la proliferazione mentale, i pensieri ricorrenti, i dolori del corpo, il cercare di raggiungere un obiettivo in una pratica, come quella vipassana, che è senza scopo (“visione profonda” o “vedere le cose come sono realmente”).
In che modo sento che questa poesia ha a che fare con la congruenza? Perché parlo di pratica nel caso della congruenza?
Perché essere congruenti è il frutto, il risultato di un processo in continuo divenire.
Nell’approccio somatorelazionale parliamo di grounding, uno dei concetti chiave dell’analisi bioenergetica, traducibile in italiano con la parola “radicamento”. Avere grounding significa avere i piedi sulla terra, ben poggiati per terra. Ma, in un senso più ampio, vuol dire essere in contatto con il proprio corpo e con la verità della propria esistenza. In questo senso più esteso, il grounding può essere considerato uno degli obiettivi della bioenergetica.
Ribaltamento dello sguardo
E se provassimo a cambiare il punto di vista rispetto alla ranità, ad ampliarlo, a ribaltarlo? Non ho ancora un’idea ben strutturata e precisa su come procedere. Provo quindi a offrire alcune suggestioni alla vostra attenzione a partire da una poesia di Vivian Lamarque (2002):
Se sul treno ti siedi al contrario
con la testa girata di là
vedi meno la vita che viene
vedi meglio la vita che va.
Oppure, sempre rimanendo nell’ambito buddista, nel quale grande attenzione è data al tema della pratica, Carol Wilson, insegnante dell’Insight Meditation Society, sempre a proposito della meditazione e delle aspettative a essa collegate, scrive, in un articolo del 1999 intitolato Do I want to be comfortable or do I want to be free? (Voglio essere comoda o voglio essere libera?):
“Ho passato parecchi anni della mia pratica di meditazione in attesa del momento in cui, una volta per tutte, sarei approdata al risveglio. Pensavo che questo evento avrebbe avuto luogo mentre ero immersa in uno stato di meditazione profonda, dopodiché il resto della mia vita sarebbe stato tutto una crociera, una passeggiata. Ora, se noi consideriamo la pratica meditativa in questo modo, ossia la concepiamo come un insieme di attività (per esempio sedute formali e meditazione camminata) culminanti in una esperienza specifica e idealizzata – l’illuminazione – dopo la quale la vita scorre libera e chiara, noi rischiamo di farci sfuggire l’essenza della pratica.
Ed è poi facile che ci sentiamo scoraggiati e confusi se vediamo che la chiarezza e il potere dell’esperienza meditativa non si trasferiscono automaticamente nella nostra vita attiva. Per me fu un enorme sollievo sbarazzarmi di questa aspettativa non realistica.
Allorché noi ci rendiamo conto che la pratica meditativa più profonda è la coltivazione di un atteggiamento (un processo in divenire) e non la ricerca di una esperienza speciale, allora tutta la nostra vita si apre e ogni attività può diventare un veicolo di risveglio. La vita è fatta di momenti.
La pratica di consapevolezza è semplicemente la coltivazione dell’abilità di incontrare qualunque cosa emerge di momento in momento con totale presenza e a cuore aperto.”
Quindi possiamo considerare il praticare, per come lo descrive Carol Wilson, il primo passo, “la coltivazione dell’abilità di incontrare qualunque cosa emerge di momento in momento con totale presenza e a cuore aperto.”
E questo saltare può essere non una fuga o un segno di distrazione, ma invece il segnale della conquista di un nuovo spazio di libertà, di una libera e naturale espressione della propria natura tramite il movimento consapevole?
Nella prospettiva somatorelazionale tre sono gli aspetti importanti, gli obiettivi:
- la consapevolezza di sé (sentire il proprio corpo, con i sentimenti e le emozioni che lo animano);
- l’espressione di sé (esprimere sentimenti ed emozioni con parole e gesti);
- la padronanza di sé (saper contenere le emozioni, non farsene travolgere).
Sempre Marchino e Mizrahil (2015): “Non solo la rimozione di certe emozioni, ma anche l’incapacità di esprimerle e di contenerle sono tratti caratteriali, cioè modalità anelastiche, mono-tone, di essere e interagire con l’ambiente”.
Lo stesso Thich Nhat Hanh in un altro suo scritto sottolinea che “tornare ad abitare il corpo è il primo atto d’amore.”
Come possiamo contribuire alla ricerca del cliente della propria congruenza?
Riprendo brevemente l’aspetto relazionale della congruenza, cui avevo solo accennato in precedenza: “Cosa accade nell’incontro con l’altro quando sono, mi sento, in uno stato di congruenza?”.
Prendo ancora a prestito le parole di Ferruccio Gobbato (2022): “Quando questi aspetti sono allineati, coinvolti senza stonature eccessive nel suonare la stessa musica, ecco che in me può fluire un’esperienza riconoscibile nella sua qualità. La riconosco io, ma la riconosce anche chi mi sta accanto, se è attento a questa dimensione; e spesso chi attraversa una crisi esistenziale ha, proprio per questo, un orecchio particolarmente sensibile a questa musica, perché è ciò che sta cercando per sé, magari senza saperlo”.
Vorrei aggiungere un ulteriore tassello a questa mia riflessione, correndo il rischio di andare fuori tema, accennando al paradosso della libertà.
Tutti vogliamo essere “liberi da” e qui l’elenco si fa lungo e ciascuno di noi ha il proprio. Raramente ci capita di essere davvero “liberi di”. Qui si apre una sconfinata prateria che talvolta ci spaventa e blocca. In maniera apparentemente paradossale.
Probabilmente conoscerete la poesia di Marianne Williamson (1996) intitolata La nostra paura più profonda che, meglio di come potrei fare io, lo spiega:
La nostra paura più profonda
non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda
è di essere potenti oltre ogni limite.
È la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più.
Ci domandiamo:
chi sono io per essere brillante,
pieno di talento, favoloso?
In realtà chi sei tu per NON esserlo?
Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo
non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato
nello sminuire sé stessi cosicché gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.
Siamo tutti nati per risplendere,
come fanno i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi:
in ognuno di noi.
E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, inconsapevolmente diamo
agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.
Perché parlo di esercizio di libertà?
Nel corso del tempo mi sono reso conto che comportarmi come se fossi diverso da come sono non produce alcun effetto positivo. Sia nella relazione con me stesso sia nei rapporti interpersonali.
Agire in modo calmo e piacevole quando di fatto mi sento critico e pieno di ira.
Agire come se conoscessi le risposte da dare quando non le conosco.
Comportarmi da persona affettuosa se in realtà, in quel momento, mi sento ostile.
Ostentare sicurezza, se di fatto sono spaventato e insicuro.
Dire che sto bene se in realtà mi sento malato.
Tutto questo “non serve”.
Quando smetto di fare finta, di sostenere una facciata, arrivo a casa, torno ad abitare il nostro corpo. E può non essere un bel posto in cui stare.
Praticare la congruenza, quindi, non è un’altra cosa da fare. Un altro impegno. Non richiede sforzo, ma lasciare andare. Un “lasciare andare” non nella direzione dell’indifferenza, ma in quella del prendersi carico di sé. Prendere in considerazione l’ipotesi dell’arrendersi. Sapendo che non c’è alcun merito nell’essere congruenti.
Riprendo una riflessione di Carl Rogers: “Se dal punto di vista intellettuale, razionale, sento di aver imparato a fondo la verità di questa proposizione, al tempo stesso non l’ho messa a profitto in maniera adeguata. Infatti, la maggior parte dei fallimenti cui sono andato incontro nella mia professione si possono spiegare col fatto che, per qualche motivo di difesa, mi sono comportato in un modo, mentre in realtà sentivo in un modo del tutto diverso”.
Di conseguenza: “Quando mi ascolto con accettazione e mi permetto di essere me stesso, ho scoperto di essere più efficace”.
Se divento più capace di accettarmi così come sono, accettarmi come una persona decisamente imperfetta, che non funziona sempre come vorrei, in quel momento le relazioni interpersonali diventano autentiche. Le relazioni autentiche hanno una loro propria caratteristica di vitalità e di significatività. E le relazioni autentiche tendono a evolvere piuttosto che a rimanere statiche.
Sempre Carl Rogers: “Credo di aver imparato questa lezione sia dai miei clienti sia dalla mia esperienza personale. Noi non possiamo cambiare, non possiamo allontanarci da ciò che siamo, finché non accettiamo fino in fondo ciò che siamo. Allora sembra che il cambiamento avvenga quasi inavvertitamente.”
Voglio concludere con una storia che ci riporta al tema della congruenza (Boschi, 2012):
“Un giorno la madre di un ragazzino che mangiava troppi dolci si recò da un vecchio saggio chiedendogli se poteva farlo smettere. Il vecchio ascoltò la donna con attenzione e le disse di ritornare un mese più tardi, portando con sé il figlio.
Trascorso un mese la madre ritornò con il figlio, che nel frattempo non aveva affatto smesso di mangiare dolci.
Il saggio guardò il ragazzino e gli disse: ‘Dovresti smettere di mangiare tutti quei dolci!’, dopodiché congedò entrambi.
Dopo qualche tempo la donna tornò per ringraziarlo, mostrandosi al contempo perplessa: ‘Ti debbo ringraziare di cuore per quello che hai fatto per mio figlio che ha smesso di mangiare troppi dolci, ma c’è una cosa che non capisco. Le semplici parole che gli hai detto avresti potuto dirgliele senza bisogno di attendere un intero mese’.
Al che il saggio le rispose: ‘Vedi, il fatto è che la prima volta che ci siamo incontrati anch’io mangiavo troppi dolci. Mi ci è voluto un intero mese per smettere di farlo e solo allora ho potuto dire a tuo figlio di fare la stessa cosa, in modo da essere veramente convincente”.
Avvertenza finale
Tutto quel che ho scritto, io l’ho ricevuto da altri.
Il mio compito è stato quello di condividere il dono ricevuto.
Quello che vi sembra utile, condividetelo a vostra volta: il resto potete gettarlo via.
Bibliografia
- Marchino L. e Mizrahil M. (2015), Counseling. Una nuova prospettiva, Mimesis Edizioni
- Thich Nhat Hanh (2005), Call me by my true names, Parallax Press, Plum Village
- Williamson M. (1996), A return to love: reflections on the Principles of a Course in Miracles, HarperCollins Publisher
- Wilson C. (1999), Do I want to be comfortable or do I want to be free?, Inquiring Mind (Vol. 15 #2)
Testo non pubblicato
- Gobbato F. (2022), L’allineamento dei livelli logici. Esercitarsi alla congruenza., Dispensa realizzata per i corsi IPSO.
Sitografia
- Boschi S. (2012), La comunicazione strategica in Psicoterapia, Vertici Network link
Photo credit: foto di Jean Paul Montanaro su Pexels
