Perché hai scelto di diventare counselor?
Sono arrivata a questa professione per gradi, scoprendo man mano, sul campo e attraverso alcuni incontri fortuiti, quello che volevo davvero “diventare da grande”. In questo percorso ci sono stati innanzitutto maestri e maestre che mi hanno fatto vivere l’esperienza di un accompagnamento sensibile, rispettoso e stimolante alla scoperta delle mie capacità, e la bellezza e l’importanza di vivere questo tipo di rapporto per la propria crescita.
Poi un’esperienza famigliare importante, un periodo piuttosto lungo, durante la mia adolescenza, in cui la situazione lavorativa dei miei genitori ha avuto molti scossoni: fasi di disoccupazione, difficoltà nel rientro nel mondo del lavoro, la sensazione che non ci fossero i supporti necessari né per facilitare il ritorno a una condizione professionale adeguata e sostenibile, né per accogliere tutto il dolore, la paura, il senso di fallimento, impotenza e perdita di ruolo che i miei stavano vivendo.
Infine, l’aver vissuto “dall’altra parte”, quella della committenza, la potenza e l’efficacia degli interventi di counseling. Da manager responsabile dell’apprendimento e dello sviluppo dei propri colleghi, vedere coloro cui proponevo questi percorsi uscirne soddisfatti, cresciuti e grati, ascoltare i loro riscontri, parlare con i e le consulenti che questi percorsi li guidavano e coglierne la passione, la competenza e la profonda umanità mi ha fatto venire sempre più la voglia di diventare una di loro. Mi è sembrato un buon modo per rimettere in circolo tutto quello che avevo ricevuto, e sentire che poteva avere senso anche per altri.
Qual è stata l’esperienza più impegnativa che hai affrontato e quale ricordi come più gratificante?
Più che a una situazione, a una persona specifica, il termine “impegnativo” mi riporta a una esigenza sempre più presente e pressante da parte delle aziende: quella di ridurre i tempi, di fare interventi brevi, a volte anche solo di due/tre, massimo quattro incontri. Magari on line. Magari di 30 minuti. Creare una connessione, stare in ascolto senza ascoltare la pressione a fare focus velocemente, ad “andare dritti al punto”, lasciare spazio e, contemporaneamente, agevolare un passaggio nello sguardo, nella mente, nelle emozioni, richiede da parte mia molta centratura. Dopotutto, lo spirito “business”, l’attenzione al risultato, l’organizzazione e il ritmo hanno fatto parte a lungo del mio quotidiano (e continuano a farne parte, anche se con più flessibilità e consapevolezza), e basta un attimo che mi ritrovo a “performare” anziché a stare con la persona e con quello che c’è.
Le situazioni gratificanti sono tante: in genere quelle in cui le persone, al termine, condividono di aver fatto dei passi inaspettati, delle scoperte sorprendenti. Ultimamente mi capita spesso al termine di percorsi in cui inserisco pratiche di mindfulness. Nell’ultimo, ad esempio, al termine il partecipante ha espresso la sua soddisfazione e sorpresa per la “concretezza” del percorso. Sì, proprio così: non si aspettava che una pratica “statica” e contemplativa gli consentisse non solo di vedere sé e gli altri con occhi nuovi, ma anche di agire quasi automaticamente nuove modalità, più efficaci e soddisfacenti, per relazionarsi con i colleghi e le colleghe, con il responsabile, con i clienti e le clienti.
Il setting più particolare in cui hai lavorato o vorresti lavorare?
Il luogo di lavoro che in assoluto mi ha colpito in maniera più profonda è stato il carcere: si tratta di un’esperienza di molti anni fa, ero proprio agli inizi della mia professione e conducevo incontri di bilancio di competenze di gruppo. Ricordo gli ingressi monitorati dalla polizia carceraria, i colloqui individuali in piccole stanze con le grate alle finestre, l’imbarazzo e la difficoltà iniziali nel trovare la giusta distanza, o meglio, vicinanza. La sensazione di straniamento che mi prendeva ogni volta che entravo. La diversa percezione del tempo e del futuro che avevo rispetto alle persone con cui mi relazionavo: molti (era una sezione maschile) avevano dieci, venti anni da scontare, in un contesto apparentemente sempre uguale, ovattato e chiuso in se stesso. Parlare di motivazione, di sviluppo, di speranza mi sembrava un’assurdità. E, contemporaneamente, sentivo che era quello di cui le persone avevano sete.
Qual è il tuo “tocco” personale?
Penso il mix tra la pragmaticità sviluppata in 15 anni di vita “da manager” e l’attenzione all’accoglienza e all’ascolto che ho nutrito a lungo in questa professione.
Che cosa ti sta insegnando questa professione?
Sono fortunata: quella del counselor è una professione che richiede un apprendimento continuo, e io amo imparare. Negli anni ho frequentato tantissimi corsi di specializzazione, letto innumerevoli libri, partecipato a convegni e workshop. Ma quello che il counseling nella sua pratica mi ha insegnato è che, per essere al servizio della persona che hai davanti, quello che conta è metterti accanto e ascoltare davvero, con il corpo prima di tutto, anche semplicemente rimanendo in silenzio per tutto il tempo utile a far emergere ciò che è vero, autentico, talvolta inaspettato. Non sempre è necessario funzionare, esserci può bastare. In azienda e, in generale, nel mondo che stiamo vivendo, è una piccola rivoluzione.
Benedetta Bazzoni
Dopo una esperienza di quindici anni in azienda come manager nel campo delle risorse umane, oggi mi occupo della crescita e della fioritura di persone e organizzazioni. Come consulente e formatrice, supporto la creazione di contesti ad alto tasso di benessere e performance, sviluppandone la sicurezza psicologica, la presenza e la connessione consapevole. Come istruttrice mindfulness, career counselor e coach, accompagno le persone e le squadre a scoprire e valorizzare il proprio potenziale, trovare la propria centratura, progettare traiettorie per la propria crescita professionale.
