Perché hai scelto di diventare counselor?
L’ho scelto anche per una mia propensione alla vicinanza con le persone in genere che, da quando ho memoria, tendono ad avvicinarsi a me e a raccontarsi. Questo mi ha spinta a formarmi, fino a maturare una competenza che ho affiancato alla mia prima professione, quella di insegnante di Lettere alle scuole superiori. Niente come l’insegnamento ti mette alla prova nell’ascolto, nell’empatia, nella comunicazione, nella relazione in generale e l’adolescenza è stata la mia prima palestra umana e professionale. Una sfida ancora in corso. Il counseling, come l’insegnamento, ha una missione di accompagnamento allo sviluppo dell’essere umano nella sua evoluzione più completa, unitaria e consapevole possibile, ma lo scopo della crescita non è l’apprendimento di una disciplina, bensì la presa di coscienza delle proprie potenzialità e di come poterle esprimere per vivere al meglio.
Qual è stata l’esperienza più impegnativa che hai affrontato e quale ricordi come più gratificante?
Le esperienze impegnative e, allo stesso tempo, gratificanti sono quelle che ti risuonano dentro, che ti spingono, mentre accompagni coloro che scelgono il nostro servizio nel loro percorso, a compiere anche tu quel tratto di strada. Ricordo una cliente quattordicenne che mi ha menzionato in un tema a scuola come un’adulta di riferimento da cui si era sentita accolta e ascoltata, nonostante il nostro percorso insieme si sia interrotto quasi subito per un invio da parte mia ad altro professionista. Oppure la faticosa uscita di un’altra cliente da un rapporto di dipendenza affettiva. Dal nostro lavoro insieme ha tratto un libro e mi ha chiesto di collaborare alla diffusione della sua esperienza, per aiutare le donne che spesso si trovano in situazioni analoghe. A volte, tuttavia, mi è capitato di sentirmi frustrata alla fine di un colloquio per l’impressione persistente di non essere stata abbastanza efficace. Altre lo sono stata e l’ho saputo solo molto tempo dopo, ma talvolta capita anche di non saperlo affatto. In altre situazioni di impasse ho chiesto aiuto a counselor con maggiore esperienza, sono andata in supervisione, ponendo loro il problema di cosa avrebbero fatto al mio posto e ho fatto tesoro dei loro consigli. È così che si cresce come persone e come professioniste e professionisti.
Il setting più particolare in cui hai lavorato o vorresti lavorare?
All’inizio della mia esperienza come counselor, ho lavorato in una soffitta in cui bisognava fare attenzione a non sbattere la testa, conducendo un laboratorio sulla scrittura creativa di lettere (missive) destinate a esplorare ed esternare le emozioni irrisolte. Poi in una sala prove dove, anche con l’ausilio di microfoni e strumenti musicali, grazie alla collaborazione di una straordinaria collega teatroterapeuta a cui devo molto, ho co-condotto un laboratorio di counseling con l’ambiziosa finalità di imparare dalle piante a trasformare l’isolamento favorito dalla società attuale nella costruzione di comunità più umane e integrate nel sostegno reciproco. Oggi, che sono anche mamma, mi rendo conto del bisogno di counseling che ci sarebbe alle giostrine o nelle stazioni dei pendolari, ma soprattutto a scuola. Il counseling scolastico, riconosciuto istituzionalmente nel mondo anglosassone, non trova ancora uno spazio definito nelle nostre istituzioni, salvo che per rare eccezioni. Capita spesso che i problemi degli studenti siano accolti dai collaboratori scolastici piuttosto che da figure professionali capaci di intercettare il disagio e prevenire l’acutizzazione degli stessi, fino a trasformarsi in disturbo. Le possibili derive dovute a stati d’animo trascurati e incancreniti dominano la cronaca odierna: ragazze e ragazzi che si tolgono la vita perché sottoposti a bullismo e cyberbullismo o che, di fronte agli insuccessi scolastici, potrebbero scegliere di abbandonare i banchi. Ne hanno bisogno loro e anche le docenti e i docenti, per fronteggiare il dilagante fenomeno del burnout, e anche i genitori, spesso coinvolti in conflitti per i quali non è prevista una mediazione comunicativa capace di una gestione adeguata. Sapere, oggi, non è più sufficiente se l’apprendimento non è associato a consapevolezza ed empatia. Se manca la gioia di vivere e, quindi, di imparare.
Qual è il tuo “tocco” personale?
La plasticità, la capacità di reazione all’imprevisto, la personalizzazione nella relazione con gli altri. La scuola mi ha insegnato ad accogliere le differenze, le intelligenze multiple, le neurodivergenze. Ho dalla mia una immediatezza nella comprensione della persona che ho davanti, del suo mondo, e la relazione diventa ben presto alleanza. I clienti si sentono liberi di essere se stessi e, naturalmente, fioriscono, rapportandosi con un’intelligenza – secondo la definizione di Gardner – “esistenziale”, che è, secondo me, proprio quella che ogni counselor dovrebbe avere.
Che cosa ti sta insegnando questa professione?
Ho vissuto personalmente il doloroso percorso per diventare me stessa. In questo, il counseling mi ha aiutato e insegnato moltissimo, così come i libri, la scrittura, la musica, la maternità, l’amore per me stessa, la responsabilità di me stessa. E adesso, come counselor, ho focalizzato con chiarezza che tutti gli uomini e le donne sono uguali nei loro bisogni di essere amati e riconosciuti. Che la felicità può diventare una scelta. Che il coraggio di lasciar andare quello che ti fa ammalare può salvarti la vita, anche se lo hai chiamato “famiglia” o “amore”. Che lavorare eticamente, nel rispetto dell’interesse e del bene del cliente, ti premia sempre.
Rossella Famiglietti
Counselor professionista a indirizzo gestaltico integrato, svolge colloqui per singoli e gruppi online e in studio a Modena e Camposanto (MO). Conduce laboratori di counseling. Ha lavorato come operatrice volontaria in sportelli d’ascolto per vittime di violenza. Ha una formazione umanistica e, da oltre quindici anni, insegna Letteratura italiana e Storia nelle scuole superiori di Modena e provincia. Ha scritto per il teatro e per testate giornalistiche quali La Gazzetta di Modena e Il Resto del Carlino. Ha pubblicato i suoi racconti sul Corriere della Sera-Bologna.
