La decisione di integrare nel lavoro di counselor due “intelligenze” complementari come l’Analisi Transazionale e la Tecnica Alexander non è stata soltanto metodologica, ma maturata nel tempo, come una sintesi naturale del mio percorso personale. In questo articolo desidero condividere una parte del quadro teorico, accompagnandola ad alcuni esempi pratici, per illustrare come la prospettiva del corpo possa diventare un ponte vivo tra l’Analisi Transazionale e la possibilità di scegliere risposte nuove e più funzionali nella vita quotidiana.
Le origini della Tecnica Alexander
Alla fine dell’Ottocento Frederick Matthias Alexander, attore shakespeariano australiano, iniziò a perdere la voce durante le sue interpretazioni. Poiché medici e insegnanti non riuscivano a individuare la causa del problema, Alexander intraprese un’osservazione sistematica di sé durata anni, con l’ausilio di più specchi. Si accorse, così, che era lui stesso a generare le tensioni che gli impedivano di usare correttamente la voce: non si trattava di un difetto anatomico o di un problema fisiologico, ma di abitudini corporee e mentali che interferivano con il naturale funzionamento.
La Tecnica Alexander è un lavoro di rieducazione psicofisica che si fonda sull’idea centrale di “uso di sé”, inteso come Self, ovvero un unicum indivisibile in cui coesistono movimento, pensiero, intenzione e percezione. «L’essere umano non agisce per parti, ma come un’unità indivisibile» (Alexander, 1932).
Si tratta di una sorta di pre-tecnica per “accordare” questo uso, ovvero la modalità integrata con cui una persona pensa, si muove, sente, agisce e si relaziona (Alexander, 1932). Questa “accordatura” è infatti il presupposto del benessere psicofisico, in quanto prepara alla relazione, apre alla percezione, regola l’intelligenza emotiva e favorisce una disponibilità più autentica in qualsiasi azione, anche nel colloquio di counseling.
Queste riflessioni, seppur nate in altri contesti, risuonano profondamente con lo spirito del counseling contemporaneo.
L’inconsapevolezza dell’abitudine
Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, parlava del copione di vita come di un piano inconscio che dirige decisioni, relazioni e comportamenti (1972). L’abitudine agirebbe poi a livello inconsapevole rendendo familiare, con il tempo, ciò che è disfunzionale, fino a farcelo percepire come “normale”.
La Tecnica Alexander parte proprio da questa osservazione: ciò che ripetiamo a lungo diventa talmente abituale da sembrare giusto anche quando limita la nostra libertà.
John Dewey, allievo di Alexander e convinto sostenitore del metodo, affermava che “l’abitudine è l’infrastruttura del carattere” (1922), indicando come il funzionamento complessivo della persona sia il risultato di un continuo dialogo tra abitudini corporee e schemi mentali.
Il corpo tende a riprodurre inconsciamente schemi appresi, anche quando mentalmente desideriamo modificarli. Per Alexander, infatti, “l’abitudine è più forte dell’intenzione” (1932).
Un po’ come accade nelle relazioni: un modo automatico di reagire può apparire naturale proprio perché è consueto, antico.
L’uso di sé come lente d’ingrandimento sul copione
Integrare la Tecnica Alexander nel counseling significa utilizzare alcuni suoi concetti chiave come strumenti di consapevolezza. Mi riferisco in particolare a due principi: “inibizione conscia” e “direzione”.
Per “inibizione conscia” si intende la capacità di sospendere l’automatismo corporeo e mentale che sorge in una data situazione. Non si tratta di immobilità, ma di un istante di scelta, che sposta in secondo piano l’obiettivo che guida il comportamento abituale, concentrando l’attenzione sul processo per raggiungerlo.
La “direzione” è, invece, la possibilità di formulare un’intenzione chiara, orientata al benessere, che guidi in modo indiretto il corpo verso un’organizzazione più funzionale, spostando l’attenzione dall’obiettivo al processo per raggiungerlo. Alexander sottolineava come “prima dell’azione, viene la direzione” (1932).
L’Analisi Transazionale (AT) ci propone una mappa chiara delle dinamiche interne. Gli stati dell’Io – Genitore, Adulto e Bambino – integrano modalità di pensiero, di emozione e di comportamento (Berne, 1961).
Se pensiamo alle transazioni dell’AT, l’inibizione conscia richiama la sospensione dell’impulso abituale, quell’istante di non-reazione che permette all’Adulto di entrare in scena, osservare e agire con maggiore consapevolezza, impedendo a un copione automatico di ripetersi. È la decisione consapevole di mettere in pausa la reazione immediata a uno stimolo, restituendo alla persona la libertà di scegliere. Per dirla con Carl Rogers “nello spazio tra impulso e risposta nasce la libertà personale” (1961).
La direzione corrisponde al concetto di ristrutturazione del copione, poiché permette di formulare nuove modalità di stare nel mondo, non solo sul piano corporeo, ma anche cognitivo.
Le direzioni non sono correzioni posturali, ma intenzioni mentali – “puoi lasciare il collo libero”, “puoi permettere alla testa di andare in avanti e all’insù e alla schiena di allungarsi e allargarsi” – che organizzano il corpo dall’interno. Non si tratta di rilassarsi, ma di regolare adeguatamente il tono muscolare per ripristinare l’innato rapporto tra testa, collo e schiena, restituendo a quest’ultima la sua funzione autoportante.
Come counselor, posso guidare il cliente verbalmente o con lievi tocchi delle mani, appoggiate in modo non direttivo, per dare informazioni somatiche che facilitano la consapevolezza.
Ogni persona vive dentro una postura affettiva: un modo di respirare, di contrarsi, di proteggersi. Attraverso un lavoro delicato di consapevolezza, possiamo aiutare il cliente a scoprire come questi automatismi fisici siano intrecciati con quelli emotivi, cognitivi, comportamentali e relazionali. “Sembra che noi prendiamo alcune delle nostre prime decisioni col corpo anziché con la mente” (Stewart – Joines, 1990).
La stessa dinamica avviene negli stati dell’Io: un Bambino Adattato può emergere prima che la persona ne sia consapevole. Il corpo diventa così un laboratorio vivo nel quale osservare concretamente come funziona il copione.
Nel counseling, la direzione diventa uno strumento di orientamento per spostare la postura del copione verso un funzionamento più armonioso. Cambia qualcosa nel corpo e, contemporaneamente, cambia la percezione emotiva, la qualità della relazione, la possibilità di scelta.
Schema corporeo e copione di vita
Nella mia pratica ho osservato che agisce, parallelo al copione di vita, un copione corporeo: una serie di abitudini fisiche che sostengono e rinforzano il copione psicologico.
Le abitudini corporee non sono semplici automatismi posturali: sono strategie di sopravvivenza interiorizzate, risposte che un tempo hanno avuto senso e che oggi rischiano di diventare limitanti. Alexander le chiamava “schemi d’uso”, e mostrava come influenzino non solo il movimento, ma anche emozioni, percezioni e relazioni.
Il lavoro integrato permette di riconoscere come, nel momento stesso in cui il cliente modifica il proprio uso a partire da quello scheletro-muscolare attraverso un processo consapevole, emergano emozioni e pensieri nuovi.
In altre parole, il corpo diventa una porta d’accesso al cambiamento, anche a livello emotivo e cognitivo.
F.M. Alexander sosteneva che “la Tecnica, in ultima analisi, è un’indagine su come pensiamo” (1932).
La sua intuizione oggi risuona nel tema delle intelligenze plurali: il corpo non è un mero esecutore, ma una forma di pensiero in atto, un canale attraverso il quale comprendere ciò che la persona non ha ancora parole per dire.
Patrick McDonald, uno dei più importanti continuatori del suo insegnamento, ribadiva spesso che con il metodo Alexander “non si cambia il corpo: si cambia il modo in cui lo si organizza attraverso il pensiero” (1985).
Una prospettiva che dialoga perfettamente con l’AT, la quale considera il cambiamento come un processo di consapevolezza e scelta. “Lo scopo che si prefigge l’Analisi Transazionale è di mettere una persona in grado di disporre della propria libertà di scelta, della libertà di mutare a volontà, di mutare le reazioni in risposta a nuovi e ricorrenti stimoli” (Harris, 1974).
La percezione corporea inaffidabile
Uno dei concetti più potenti della Tecnica Alexander è il fenomeno che Alexander stesso definì Faulty Sensory Appreciation: una percezione corporea inaffidabile che ci inganna, facendoci credere che tensioni, compressioni e irrigidimenti siano necessari, inevitabili o addirittura funzionali.
Come già accennato, quando ripetiamo a lungo una postura, o adottiamo un certo tono muscolare, oppure un modo di respirare, il corpo registra quell’abitudine come “normalità”. Da qui la tendenza a ritenere “normale” ciò che è abituale, anche se è disfunzionale. Quando una persona sperimenta una nuova condizione più libera e spontanea – collo meno contratto, respiro più ampio, schiena più lunga – spesso può percepirla come sbagliata, perfino minacciosa, e sentirsi “strana”.
Si può non avvertire come disfunzionale un modo di reagire, perché lo si usa da sempre. Nel corpo lo si vede con chiarezza: la tensione legata a un’abitudine nociva appare prima della consapevolezza, come un automatismo.
In un colloquio di counseling, mostrare questa dinamica corporea permette di nominarla anche sul piano emotivo e cognitivo. La persona comprende che, così come non sente di contrarre le spalle, allo stesso modo non si accorge di irrigidire il proprio atteggiamento interiore, con conseguenze sulle proprie relazioni.
Questo meccanismo richiama quello dei copioni di vita dell’Analisi Transazionale. Molte delle nostre modalità disfunzionali – compiacere, controllare, evitare, idealizzare, svalutare – non ci sembrano tali, semplicemente perché ci sono familiari.
Il corpo come spazio di co-regolazione nella relazione
Un aspetto a volte trascurato è che il counselor stesso, nel lavoro integrato con la Tecnica Alexander, diventa strumento corporeo di co-regolazione. Le neuroscienze interpersonali mostrano come la presenza corporea dell’altro influenzi i nostri stati emotivi: “La qualità della nostra presenza dipende dall’integrazione dei nostri sistemi interni: corpo, cuore e mente” (Siegel, 2021).
Quando accompagno una persona in un esercizio di inibizione conscia, il primo passo è farlo io stessa: non reagendo alla sua tensione, allungando la mia colonna, lasciando libero il respiro affinché la mia schiena sia allineata con il collo e la testa e mi dia appoggio. Non perché debba “dare un esempio”, ma per ancorarmi al mio Io Adulto corporeo. Questo ha un impatto immediato sul campo relazionale.
La persona percepisce, spesso senza parole, che lo spazio è sicuro, che può esplorare, che non deve contrarsi per difendersi.
Si attiva così un circolo virtuoso: la mia postura sostiene la sua possibilità di autoregolarsi. La sua apertura permette a me di restare presente, e così via.
La consapevolezza come condizione per la libertà
Nel counseling utilizzo spesso questa constatazione come metafora: «Se il tuo corpo è convinto di essere aperto anche quando è contratto, può darsi che accada lo stesso con alcune tue modalità di stare in relazione».
La scoperta è illuminante: nel corpo possiamo osservare dal vivo l’abitudine inconscia mentre agisce, constatarne la forza e sperimentare la possibilità di interromperla.
Mentre mostro alla persona che il suo corpo “non si accorge” di contrarsi, posso dire: «Vedi come il corpo considera normale ciò che è solo abituale? Succede anche in alcune relazioni: non senti che ti irrigidisci, ma lo fai. Non ti accorgi che ti sottometti, anche se accade. Non senti che ti chiudi, ma ti può succedere».
Quando durante una seduta propongo un breve lavoro di Tecnica Alexander, non chiedo alla persona di “rilassarsi”, ma di osservare ciò che fa. L’obiettivo non è solo stare fisicamente meglio nell’immediato, ma osservare l’abitudine in azione, diventarne consapevoli. Nel momento in cui l’abitudine appare, può essere sospesa. E nella sospensione può emergere l’Adulto.
Il corpo diventa, così, una lente di ingrandimento che permette di tradurre in esperienza diretta i concetti teorici dell’AT come copione, ingiunzioni, spinte, svalutazioni e carezze. L’esperienza corporea rende evidente ciò che mentalmente è più difficile riconoscere.
Prima di suonare un violino, occorre accordarlo per creare le condizioni affinché lo strumento risponda nel modo migliore. Nel counseling integrato con la Tecnica Alexander, questa “accordatura” riguarda il modo in cui la persona usa se stessa, anche quando entra nella relazione: qualità del respiro, presenza, ritmo, disponibilità all’ascolto. Non si tratta di “tenere” una postura, ma di permettere al naturale allineamento di riemergere.
Riporto il caso di una persona di 38 anni arrivata in studio lamentando stress per i conflitti in ufficio. Osservo il suo uso e le propongo di esplorare cosa accade mentre parla. Le mie mani si appoggiano leggere, in ascolto, su testa e spalle: ogni volta che descrive un conflitto, il suo collo si irrigidisce. Non se ne rende conto. Interrompiamo il racconto e la invito a non rispondere subito allo stimolo del ricordo. Applichiamo l’inibizione: pochi secondi di sospensione dell’impulso. Poi alcune direzioni: «lascia il collo libero, permetti alla testa di andare in avanti e all’insù, lascia che la schiena si allunghi e si allarghi e che gli occhi si muovano morbidi, lascia che la mandibola si apra verso il basso». È un “lasciare andare” che prevede la regolazione del tono muscolare, non il suo rilassamento completo. Il corpo cambia lentamente, il respiro si amplia. Dice: «Mi sembra di non dovermi difendere. Ma mi fa anche un po’ paura, come se perdessi qualcosa».
Quel “qualcosa” è l’abitudine. Quando lo comprende, riprendiamo il colloquio in cui può finalmente metterla in discussione anche sul piano cognitivo, emozionale e relazionale: non deve sempre mostrarsi forte. La flessibilità corporea le offre un nuovo modo di essere con gli altri.
Come suggerisce anche la tradizione fenomenologica, “il corpo è il nostro modo di essere al mondo” (Merleau-Ponty, 1945).
Conclusioni
Il cambiamento è possibile quando la persona prende coscienza del proprio funzionamento e sceglie, passo dopo passo, come vuole partecipare alla propria esperienza.
Cambiare il modo in cui abitiamo il corpo significa modificare il modo in cui abitiamo le relazioni. Il counseling alleato alla Tecnica Alexander, da questa prospettiva, diventa un luogo in cui la persona può riappropriarsi della propria postura esistenziale, comprendendo che ogni gesto, ogni respiro, ogni tensione è parte di una storia che può essere riscritta non solo con le parole, ma con il corpo che le sostiene.
Bibliografia:
- Alexander F. M. (1932), The Use of the Self, Gollancz, London
- Berne E. (1971), Analisi Transazionale e Psicoterapia, Astrolabio, Roma
- Berne E. (1979), Ciao, e poi? La psicologia del destino umano, Bompiani, Milano
- Dewey J. (1922), Human Nature and Conduct: An Introduction to Social Psychology, Henry Holt, New York
- Harris T. A. (1974), Io sono OK, tu sei OK. Guida pratica all’analisi transazionale, Rizzoli, Milano
- Huxley A. (1989), L’arte di Vedere, Adelphi, Milano
- McDonald P. (1985), The Alexander Technique As I See It, Mouritz, London
- Merleau-Ponty M. (2003), Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano
- Rogers C. R. (2012), Un modo di essere, Giunti, Milano
- Siegel D. J. (2021), La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale, Cortina, Milano
- Stewart I. e Joines V. (1990), L’analisi transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani, Garzanti, Milano
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