Lo scrittore Fabrizio Acanfora ci regala una stimolante prospettiva sulla neurodiversità – analizzando l’origine e lo sviluppo dell’idea di normalità e degli effetti sociali e politici del suo uso – con un’originale riflessione sull’inclusione che esclude, sulla reciprocità della convivenza e sul ruolo fondamentale della sospensione del giudizio nello sguardo da rivolgere a se stessi e agli altri all’interno di una società che non è un corpo uniforme, ma, semplicemente, “un ecosistema di differenze”.
Nel libro L’errore lei ha analizzato il concetto di “normalità”. Vuole spiegarci il suo pensiero in proposito?
La normalità nasce in un momento storico molto preciso, quello in cui gli Stati europei iniziano a burocratizzarsi, il capitalismo industriale prende forma, la produzione di massa si afferma e le campagne si svuotano a favore di città sempre più affollate. In un contesto simile diventa necessario poter prevedere i fenomeni sociali, gestire le risorse, stabilire parametri di efficienza e produttività. È in questo scenario che il matematico belga Adolphe Quetelet propone, a metà Ottocento, la figura dell’uomo medio: un modello statistico che descrive la distribuzione delle caratteristiche umane attraverso la famosa curva a campana, la cosiddetta gaussiana.
Quello che nasce come strumento di osservazione si trasforma rapidamente in uno strumento normativo: la media diventa la misura di ciò che è desiderabile. La normalità smette di essere una semplice descrizione e diventa un ideale morale, un parametro di valore. Inizia così un processo di normalizzazione che accompagna l’intera modernità attraverso la definizione di ciò che è “giusto”, “sano”, “adatto”, e di conseguenza di ciò che non lo è. Nel libro cerco di mostrare come questa idea di normalità non sia un dato naturale, ma una costruzione politica che nasce insieme al capitalismo industriale e ne riflette la logica: dividere, misurare, classificare e rendere prevedibile il comportamento umano. La normalità diventa quindi un dispositivo di controllo sociale, un modo per legittimare l’esclusione di chi non si adatta al modello dominante.
Quanto conta lo sguardo dell’altro e cosa si può fare per renderlo più consapevole rispetto al tema della neurodiversità?
Lo sguardo dell’altro è ciò che definisce i confini della normalità. È attraverso quello sguardo che impariamo chi siamo, o meglio, chi possiamo essere. E quando lo sguardo sociale è intriso di aspettative normative, finisce per trasformare le differenze in difetti.
La neurodiversità nasce proprio per ribaltare questa prospettiva. Il termine è stato reso popolare alla fine degli anni Novanta da Judy Singer, sociologa autistica, per spostare il discorso dall’ambito medico a quello politico. Non indica una categoria clinica ma un fatto biologico e sociale: la diversità dei cervelli e dei modi di funzionare è una componente naturale della specie umana, non un’anomalia da correggere.
Parlare di neurodiversità significa quindi riconoscere che ciò che chiamiamo “autismo”, “ADHD”, “dislessia” o altre etichette diagnostiche sono forme differenti di esperienza del mondo. È un concetto che, come i movimenti femministi o antirazzisti, nasce come atto di emancipazione, come richiesta di autodeterminazione.
Rendere più consapevole lo sguardo dell’altro vuol dire allora smontare la lente patologizzante con cui osserviamo la diversità. Significa passare dall’idea di “persone da includere” a quella di “persone con cui convivere”, accettando che la società non sia un corpo uniforme, ma un ecosistema di differenze.
In Eccentrico racconta che la diagnosi di autismo a 39 anni le ha permesso di rileggere la sua vita. Vuole condividere qualche episodio?
Più che un episodio, la diagnosi è stata una soglia. Non tanto un’etichetta che mi ha definito, quanto uno strumento di conoscenza. Dopo una vita trascorsa a chiedermi perché mi sentissi sempre fuori luogo, ha significato comprendere che non ero sbagliato, semplicemente funzionavo in un modo diverso. È stato un momento di chiarezza e di liberazione in cui la colpa si è trasformata in consapevolezza.
La diagnosi mi ha permesso di dare senso a tutto ciò che fino ad allora avevo vissuto come contraddizione – l’ansia costante, la sensibilità agli stimoli sensoriali, la necessità di routine, l’iperconcentrazione – e di capire che non erano difetti da correggere, ma caratteristiche da conoscere e da gestire. Ma soprattutto, è stata l’inizio di qualcosa di più grande: la possibilità di agire sul mondo, non solo su me stesso.
Capire come funziono mi ha portato a chiedermi perché il mondo debba essere costruito in modo da escludere chi funziona diversamente. La diagnosi, per me, è diventata anche uno strumento politico, il punto da cui iniziare a rivendicare il diritto di partecipare pienamente, chiedendo non di essere “aggiustato”, ma provando a rimuovere le barriere che impediscono la convivenza.
Lei preferisce parlare di convivenza piuttosto che di inclusione. Perché?
Perché “inclusione” presuppone prima di tutto che sia avvenuta un’esclusione. È un concetto paternalista, che implica un gesto di concessione: qualcuno (di solito il gruppo che detiene la norma, le persone “normali”) decide di concedere l’accesso ad altri, mantenendo però intatto uno squilibrio di potere enorme. In questa dinamica, chi è “incluso” rimane sempre in una posizione di dipendenza: dall’umore della maggioranza, dal clima politico, dai cambi di priorità sociale. Lo vediamo bene oggi, anche negli Stati Uniti, dove diritti conquistati con decenni di lotte possono essere rimessi in discussione dall’oggi al domani.
La convivenza, invece, si fonda su un principio diverso: non c’è un dentro e un fuori, ma una pluralità che coesiste. Non si tratta di integrare qualcuno in un sistema già dato, ma di costruire insieme lo spazio comune, ridefinendo continuamente le regole, i tempi, le relazioni. È un processo reciproco, non un gesto unilaterale di accoglienza.
Parlare di convivenza significa immaginare una società che vede le differenze come parte naturale della vita collettiva. Significa accettare che non possiamo essere tutte e tutti uguali, e che proprio in questa complessità risiede la possibilità di una vera democrazia.
La neurodivergenza offre qualche opportunità?
In realtà la neurodivergenza non è un’opportunità. È un fatto, una condizione umana. L’idea stessa di “opportunità” rischia di ridurre le persone a risorse e di trasformare la differenza in un vantaggio competitivo.
Il termine “neurodivergente” nasce all’interno dei movimenti sociali, non della medicina. È stato coniato dall’attivista autistica Kassiane Asasumasu per descrivere una categoria sociale oppressa o discriminata a causa del proprio funzionamento neurocognitivo. Parlare di neurodivergenza non significa quindi riferirsi a una diagnosi clinica, ma a una condizione politica, essere neurodivergenti vuol dire fare parte di un gruppo marginalizzato per le barriere e i pregiudizi imposti da una società costruita intorno a un modello unico di mente e comportamento. La neurodivergenza, in questo senso, è una lente attraverso cui leggere le disuguaglianze. Ci mostra come la norma, quella che chiamiamo “neurotipicità”, sia solo una convenzione storica e non un dato naturale. E ci invita a ripensare i concetti di intelligenza, produttività, autonomia, adattamento. Se c’è un’opportunità, allora, è collettiva, ed è la possibilità di costruire una società che non misuri il valore delle persone in base alla loro conformità a un modello ideale.
Gli antichi Greci, ma anche Cartesio e Husserl, proponevano l’epoché, la sospensione del giudizio, come presupposto per la conoscenza. In che modo uno sguardo non giudicante può contribuire a costruire un’immagine positiva di sé?
Categorizzare e classificare è qualcosa di innato nella mente umana, ci serve per orientarci nel mondo, per riconoscere ciò che ci circonda e persino per comprenderci. Come spiega la neuroscienziata Lisa Feldman Barrett, anche le emozioni sono categorie costruite dal cervello per dare senso all’esperienza. Senza la capacità di classificare, non potremmo muoverci nella realtà.
Il problema non è la categorizzazione in sé ma il giudizio di valore che attribuiamo alle categorie sociali e umane. È in quel momento che la differenza diventa gerarchia, che una persona viene misurata in base alla sua distanza da uno standard, lo stesso standard che chiamiamo “normalità”.
Sospendere il giudizio, come suggerisce l’epoché, significa allora interrompere questo automatismo morale, osservare senza collocare immediatamente qualcuno o qualcosa su una scala di valore. È un esercizio di libertà cognitiva e affettiva che ci permette di vedere noi stessi e gli altri senza filtri normativi.
Per chi vive in una condizione di marginalità, questo sguardo non giudicante è anche un modo per ricostruire la propria immagine, per smettere di interiorizzare la colpa e la deviazione, e cominciare a riconoscere la legittimità della propria esistenza. È un gesto personale ma anche politico, perché mette in discussione le strutture di potere che ci impongono cosa è “normale” e cosa no.
Uno dei presupposti del counseling è l’assenza di giudizio. Ha qualche suggerimento per chi esercita questa professione?
Credo che l’ascolto autentico consista nel permettere all’altro di esistere nel proprio modo di essere. Chi lavora nella relazione d’aiuto dovrebbe abituarsi a sospendere l’interpretazione immediata, a non tradurre ogni parola in un sintomo o in una categoria. Ogni persona costruisce il proprio mondo percettivo e cognitivo, e questo vale in modo particolare per chi è neurodivergente: ciò che appare incoerente o disorganizzato da fuori può essere perfettamente logico nel suo contesto interno.
Per questo il compito di chi ascolta non è cercare la “normalità” dell’altro, ma la sua coerenza, il suo modo di stare al mondo. L’ascolto è un incontro tra due soggettività, non un intervento su qualcuno. Richiede presenza, curiosità e la disponibilità a lasciarsi cambiare dall’incontro stesso. Solo in questa reciprocità, in questo spazio condiviso di sospensione del giudizio, la relazione diventa davvero trasformativa, per entrambi.
Fabrizio Acanfora
Scrittore, musicista e docente, si occupa di disability e critical autism studies. Studia la normalità come costrutto sociale, analizzando i meccanismi culturali e politici dell’esclusione. È presidente di Neuropeculiar e responsabile della comunicazione di Specialisterne Italia. Tra i suoi libri: Eccentrico. L’autismo in un saggio autobiografico; Di pari passo. Il lavoro oltre l’idea di inclusione; L’errore. Storia anomala della normalità; Rompere il gioco. L’attivismo nel Ventunesimo secolo.
