4/2025 Dialoghi

La società come ecosistema di differenze

Intervista a Fabrizio Acanfora, scrittore, musicista e docente, a cura di Allegra Cosso

La società come ecosistema di differenze

Lo scrittore Fabrizio Acanfora ci regala una stimolante prospettiva sulla neurodiversità – analizzando l’origine e lo sviluppo dell’idea di normalità e degli effetti sociali e politici del suo uso – con un’originale riflessione sull’inclusione che esclude, sulla reciprocità della convivenza e sul ruolo fondamentale della sospensione del giudizio nello sguardo da rivolgere a se stessi e agli altri all’interno di una società che non è un corpo uniforme, ma, semplicemente, “un ecosistema di differenze”. 


Nel libro L’errore lei ha analizzato il concetto di “normalità”. Vuole spiegarci il suo pensiero in proposito?
La normalità nasce in un momento storico molto preciso, quello in cui gli Stati europei iniziano a burocratizzarsi, il capitalismo industriale prende forma, la produzione di massa si afferma e le campagne si svuotano a favore di città sempre più affollate. In un contesto simile diventa necessario poter prevedere i fenomeni sociali, gestire le risorse, stabilire parametri di efficienza e produttività. È in questo scenario che il matematico belga Adolphe Quetelet propone, a metà Ottocento, la figura dell’uomo medio: un modello statistico che descrive la distribuzione delle caratteristiche umane attraverso la famosa curva a campana, la cosiddetta gaussiana.
Quello che nasce come strumento di osservazione si trasforma rapidamente in uno strumento normativo: la media diventa la misura di ciò che è desiderabile. La normalità smette di essere una semplice descrizione e diventa un ideale morale, un parametro di valore. Inizia così un processo di normalizzazione che accompagna l’intera modernità attraverso la definizione di ciò che è “giusto”, “sano”, “adatto”, e di conseguenza di ciò che non lo è. Nel libro cerco di mostrare come questa idea di normalità non sia un dato naturale, ma una costruzione politica che nasce insieme al capitalismo industriale e ne riflette la logica: dividere, misurare, classificare e rendere prevedibile il comportamento umano. La normalità diventa quindi un dispositivo di controllo sociale, un modo per legittimare l’esclusione di chi non si adatta al modello dominante. 

Quanto conta lo sguardo dell’altro e cosa si può fare per renderlo più consapevole rispetto al tema della neurodiversità?
Lo sguardo dell’altro è ciò che definisce i confini della normalità. È attraverso quello sguardo che impariamo chi siamo, o meglio, chi possiamo essere. E quando lo sguardo sociale è intriso di aspettative normative, finisce per trasformare le differenze in difetti.
La neurodiversità nasce proprio per ribaltare questa prospettiva. Il termine è stato reso popolare alla fine degli anni Novanta da Judy Singer, sociologa autistica, per spostare il discorso dall’ambito medico a quello politico. Non indica una categoria clinica ma un fatto biologico e sociale: la diversità dei cervelli e dei modi di funzionare è una componente naturale della specie umana, non un’anomalia da correggere.
Parlare di neurodiversità significa quindi riconoscere che ciò che chiamiamo “autismo”, “ADHD”, “dislessia” o altre etichette diagnostiche sono forme differenti di esperienza del mondo. È un concetto che, come i movimenti femministi o antirazzisti, nasce come atto di emancipazione, come richiesta di autodeterminazione.
Rendere più consapevole lo sguardo dell’altro vuol dire allora smontare la lente patologizzante con cui osserviamo la diversità. Significa passare dall’idea di “persone da includere” a quella di “persone con cui convivere”, accettando che la società non sia un corpo uniforme, ma un ecosistema di differenze. 

In Eccentrico racconta che la diagnosi di autismo a 39 anni le ha permesso di rileggere la sua vita. Vuole condividere qualche episodio?
Più che un episodio, la diagnosi è stata una soglia. Non tanto un’etichetta che mi ha definito, quanto uno strumento di conoscenza. Dopo una vita trascorsa a chiedermi perché mi sentissi sempre fuori luogo, ha significato comprendere che non ero sbagliato, semplicemente funzionavo in un modo diverso. È stato un momento di chiarezza e di liberazione in cui la colpa si è trasformata in consapevolezza.
La diagnosi mi ha permesso di dare senso a tutto ciò che fino ad allora avevo vissuto come contraddizione – l’ansia costante, la sensibilità agli stimoli sensoriali, la necessità di routine, l’iperconcentrazione – e di capire che non erano difetti da correggere, ma caratteristiche da conoscere e da gestire. Ma soprattutto, è stata l’inizio di qualcosa di più grande: la possibilità di agire sul mondo, non solo su me stesso.
Capire come funziono mi ha portato a chiedermi perché il mondo debba essere costruito in modo da escludere chi funziona diversamente. La diagnosi, per me, è diventata anche uno strumento politico, il punto da cui iniziare a rivendicare il diritto di partecipare pienamente, chiedendo non di essere “aggiustato”, ma provando a rimuovere le barriere che impediscono la convivenza. 

Lei preferisce parlare di convivenza piuttosto che di inclusione. Perché?
Perché “inclusione” presuppone prima di tutto che sia avvenuta un’esclusione. È un concetto paternalista, che implica un gesto di concessione: qualcuno (di solito il gruppo che detiene la norma, le persone “normali”) decide di concedere l’accesso ad altri, mantenendo però intatto uno squilibrio di potere enorme. In questa dinamica, chi è “incluso” rimane sempre in una posizione di dipendenza: dall’umore della maggioranza, dal clima politico, dai cambi di priorità sociale. Lo vediamo bene oggi, anche negli Stati Uniti, dove diritti conquistati con decenni di lotte possono essere rimessi in discussione dall’oggi al domani.
La convivenza, invece, si fonda su un principio diverso: non c’è un dentro e un fuori, ma una pluralità che coesiste. Non si tratta di integrare qualcuno in un sistema già dato, ma di costruire insieme lo spazio comune, ridefinendo continuamente le regole, i tempi, le relazioni. È un processo reciproco, non un gesto unilaterale di accoglienza.
Parlare di convivenza significa immaginare una società che vede le differenze come parte naturale della vita collettiva. Significa accettare che non possiamo essere tutte e tutti uguali, e che proprio in questa complessità risiede la possibilità di una vera democrazia.

La neurodivergenza offre qualche opportunità?
In realtà la neurodivergenza non è un’opportunità. È un fatto, una condizione umana. L’idea stessa di “opportunità” rischia di ridurre le persone a risorse e di trasformare la differenza in un vantaggio competitivo.
Il termine “neurodivergente” nasce all’interno dei movimenti sociali, non della medicina. È stato coniato dall’attivista autistica Kassiane Asasumasu per descrivere una categoria sociale oppressa o discriminata a causa del proprio funzionamento neurocognitivo. Parlare di neurodivergenza non significa quindi riferirsi a una diagnosi clinica, ma a una condizione politica, essere neurodivergenti vuol dire fare parte di un gruppo marginalizzato per le barriere e i pregiudizi imposti da una società costruita intorno a un modello unico di mente e comportamento. La neurodivergenza, in questo senso, è una lente attraverso cui leggere le disuguaglianze. Ci mostra come la norma, quella che chiamiamo “neurotipicità”, sia solo una convenzione storica e non un dato naturale. E ci invita a ripensare i concetti di intelligenza, produttività, autonomia, adattamento. Se c’è un’opportunità, allora, è collettiva, ed è la possibilità di costruire una società che non misuri il valore delle persone in base alla loro conformità a un modello ideale.

Gli antichi Greci, ma anche Cartesio e Husserl, proponevano l’epoché, la sospensione del giudizio, come presupposto per la conoscenza. In che modo uno sguardo non giudicante può contribuire a costruire un’immagine positiva di sé?
Categorizzare e classificare è qualcosa di innato nella mente umana, ci serve per orientarci nel mondo, per riconoscere ciò che ci circonda e persino per comprenderci. Come spiega la neuroscienziata Lisa Feldman Barrett, anche le emozioni sono categorie costruite dal cervello per dare senso all’esperienza. Senza la capacità di classificare, non potremmo muoverci nella realtà.
Il problema non è la categorizzazione in sé ma il giudizio di valore che attribuiamo alle categorie sociali e umane. È in quel momento che la differenza diventa gerarchia, che una persona viene misurata in base alla sua distanza da uno standard, lo stesso standard che chiamiamo “normalità”.
Sospendere il giudizio, come suggerisce l’epoché, significa allora interrompere questo automatismo morale, osservare senza collocare immediatamente qualcuno o qualcosa su una scala di valore. È un esercizio di libertà cognitiva e affettiva che ci permette di vedere noi stessi e gli altri senza filtri normativi.
Per chi vive in una condizione di marginalità, questo sguardo non giudicante è anche un modo per ricostruire la propria immagine, per smettere di interiorizzare la colpa e la deviazione, e cominciare a riconoscere la legittimità della propria esistenza. È un gesto personale ma anche politico, perché mette in discussione le strutture di potere che ci impongono cosa è “normale” e cosa no.

Uno dei presupposti del counseling è l’assenza di giudizio. Ha qualche suggerimento per chi esercita questa professione?
Credo che l’ascolto autentico consista nel permettere all’altro di esistere nel proprio modo di essere. Chi lavora nella relazione d’aiuto dovrebbe abituarsi a sospendere l’interpretazione immediata, a non tradurre ogni parola in un sintomo o in una categoria. Ogni persona costruisce il proprio mondo percettivo e cognitivo, e questo vale in modo particolare per chi è neurodivergente: ciò che appare incoerente o disorganizzato da fuori può essere perfettamente logico nel suo contesto interno.
Per questo il compito di chi ascolta non è cercare la “normalità” dell’altro, ma la sua coerenza, il suo modo di stare al mondo. L’ascolto è un incontro tra due soggettività, non un intervento su qualcuno. Richiede presenza, curiosità e la disponibilità a lasciarsi cambiare dall’incontro stesso. Solo in questa reciprocità, in questo spazio condiviso di sospensione del giudizio, la relazione diventa davvero trasformativa, per entrambi. 


Fabrizio Acanfora
Scrittore, musicista e docente, si occupa di disability e critical autism studies. Studia la normalità come costrutto sociale, analizzando i meccanismi culturali e politici dell’esclusione. È presidente di Neuropeculiar e responsabile della comunicazione di Specialisterne Italia. Tra i suoi libri: Eccentrico. L’autismo in un saggio autobiografico; Di pari passo. Il lavoro oltre l’idea di inclusione; L’errore. Storia anomala della normalità; Rompere il gioco. L’attivismo nel Ventunesimo secolo.
 

Allegra Cosso

Considera la consapevolezza delle abitudini come una preziosa chiave di volta evolutiva. Laureata in filosofia teoretica, ha sviluppato una personale pratica di counseling attingendo alle proprie competenze di counselor analitico transazionale e di Alexander Technique Teacher.
Lavora con individui e coppie, focalizzandosi sulle relazioni – personali e professionali – e sulla gestione delle difficoltà legate alle malattie croniche come il diabete di tipo 1.
Completa l’attività di counseling con la formazione aziendale, dopo vent’anni alla guida della comunicazione di realtà italiane e internazionali.

linguaggio disobbediente

Come tutte le norme, anche quelle linguistiche sono un artefatto politico, sociale, culturale. Quella del maschile sovraesteso è una regola linguistica che di recente l’Accademia della Crusca ha definito come non discriminante. Di fronte alle norme ci sono sempre due possibilità: obbedire o disobbedire. Questo articolo vuole essere un atto intenzionale di disobbedienza grammaticale che intende ribadire – proprio con le parole – la forza dirompente del linguaggio. Come tutte le dis-obbedienze, è dis-turbante e dis-ordinante, anche percettivamente per chi legge; eppure: considerate che ogni qualvolta la piccola "ə" genera un senso di fastidio, la forma di straniamento è analoga a quella vissuta da chi appartiene a una minoranza a cui una maggioranza – sociale, politica, linguistica e sessuale – impone, nel nome della regola, dell’estetica o della leggibilità, l’adeguamento come normale. E come l’obbedienza a un ordine continui ad essere una virtù.


Questo si chiuderà in 0 secondi

Jhumpa Lahiri

Jhumpa Lahiri è una scrittrice di fama mondiale, nota per le sue opere sull'esperienza degli immigrati, in particolare degli indiani orientali. Ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa con la sua prima raccolta di racconti, 'Interpreter of Maladies'. Nel suo libro bilingue 'In Other Words', originariamente scritto in italiano, Lahiri esplora il travagliato processo che ha affrontato per esprimersi in una nuova lingua.


Questo si chiuderà in 0 secondi

code-switching

Il code-switching, o commutazione di codice, è il passare fluidamente da una lingua a un’altra all’interno del discorso di uno stesso parlante. Può riflettere la volontà di esprimere un'identità culturale, di adattarsi a un gruppo sociale specifico, o semplicemente di utilizzare la lingua percepita più adatta per esprimere un particolare concetto o emozione.


Questo si chiuderà in 0 secondi

Counseling scolastico in Corea del Sud

Fonte: Sang Min Lee – Eunjoo Yang, “Counseling in South Korea”, in Counseling Around the World, a cura di Thomas Hohenshil, Norman Amundson, Spencer Niles, American Counseling Association, Alexandria VA (USA), 2013.


Questo si chiuderà in 0 secondi

L’esperienza del counseling in Turchia

Fonte: Fidan Korkut Owen and Oya Yerin Güneri, “Counseling in Turkey”, in Counseling Around the World, a cura di Thomas Hohenshil, Norman Amundson, Spencer Niles, American Counseling Association, Alexandria VA (USA), 2013.


Questo si chiuderà in 0 secondi

Pietra di inciampo


Stolpersteinen, in tedesco, pietre d’inciampo; ideate negli Anni 90 dall'artista tedesco Gunter Demnig per innestare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio.

Questo si chiuderà in 0 secondi

Comitato scientifico di AssoCounseling


Svolge varie funzioni di supporto e stimolo all’attività di ricerca, studio ed elaborazione dell’identità professionale.

Questo si chiuderà in 0 secondi

Il team


Nella quarta edizione appena conclusa Laura Torretta ha ricoperto il ruolo di referente nel direttivo e di project manager, affiancata dalla process owner Aidp Lombardia Daniela Tronconi. È in partenza la quinta edizione, con un passaggio di consegne al nuovo direttivo, in cui la nuova referente dell’iniziativa sarà Rossella Cardinale e la nuova project manager Elisabetta Maiocchi.

Questo si chiuderà in 0 secondi

Ringraziamento ai supervisori


Si ringraziano in particolare Pierpaolo Dutto, Manuela Giago, Silvia Ronzani, referenti per le tre scuole.

Questo si chiuderà in 0 secondi

Questionario di fine percorso


Per chi volesse avere evidenza del questionario somministrato a fine percorso ecco le domande proposte:

  • Avevi già effettuato un percorso di counseling?
  • Relativamente all’esperienza di counseling quale è il livello di gradimento complessivo?
  • Ti sei sentito/a accolto/a, ascoltato/a e compreso/a dal counselor? Sì? Come? No? Come?
  • Quali tema e bisogno sono stati al centro del tuo percorso?
  • Se dovessi dare un valore al tuo benessere all’inizio: da 1 a 10?
  • Descrivi, con una o più parole, l'emozione che provavi all'inizio del primo incontro.
  • Quali pensieri ricorrenti, schemi limitanti, credenze e convinzioni sono emerse e hai trasformato?
  • Quali nuove consapevolezze hai sviluppato?
  • Quali risorse hai organizzato e mobilitato al servizio della tua crescita?
  • Descrivi, con una o più parole, l'emozione che provi ora, al termine del tuo percorso.
  • Quali azioni nuove scegli ora più coerenti con il tuo obiettivo?
  • Regista e protagonista di una nuova narrazione: descrivi la tua esperienza di cambiamento e maggiore benessere
  • Se dovessi dare un valore al tuo benessere alla fine del percorso: da 1 a 10?
  • Raccomanderesti questa esperienza ad altri? Sì? Per quale motivo? No? Per quale motivo?

Questo si chiuderà in 0 secondi

Definizione di sessualità


"La sessualità è un concetto esteso […]. È una parte naturale dello sviluppo umano in ogni fase della vita e include componenti fisiche, psicologiche e sociali […]. La sessualità è un aspetto centrale dell’essere umano lungo tutto l’arco della vita e comprende il sesso, l’identità e i ruoli di genere, l’orientamento sessuale, l’erotismo, il piacere, l’intimità e la riproduzione. La sessualità viene sperimentata ed espressa in pensieri, fantasie, desideri, convinzioni, atteggiamenti, valori, comportamenti, pratiche, ruoli e relazioni. Sebbene la sessualità possa includere tutte queste dimensioni, non tutte sono sempre esperite ed espresse. La sessualità è interessata dall’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, etici, giuridici, storici, religiosi e spirituali.”

Questo si chiuderà in 0 secondi

Diritto alla sessualità


"Tutti gli esseri umani hanno la facoltà di vivere la propria sessualità in maniera appagante, libera da coercizioni, discriminazioni o violenza. I diritti sessuali si basano sui principi fondamentali dei diritti umani internazionalmente definiti, sono parte integrante delle convenzioni dell’ONU che hanno carattere vincolante.”

Questo si chiuderà in 0 secondi

Origine della sessuologia scientifica


Lo studio della sessuologia scientifica è un ambito di ricerca recentissimo che risale alla metà del 1900. Fa capo gli studi rivoluzionari di Masters e Jonson, i primi ad interessarsi scientificamente la sessualità cercando di superare la teoria e la clinica freudiana che intendeva i disturbi sessuali espressione di uno sviluppo psicosessuale problematico.

Questo si chiuderà in 0 secondi

dall'articolo 10


Il diritto all’istruzione e il diritto ad una educazione sessuale approfondita ed esauriente: “Ogni individuo ha il diritto all’istruzione ed il diritto ad una educazione sessuale completa. L’educazione sessuale deve essere appropriata all’età, scientificamente accurata, culturalmente adeguata e basata sui diritti umani, sull’uguaglianza di genere e su un approccio positivo alla sessualità.”

Questo si chiuderà in 0 secondi

riferimento bibliografico esteso


Tutu, D. (2004), God has a dream. A vision of hope for our time, Doubleday, NY.

Questo si chiuderà in 0 secondi

riferimento bibliografico esteso


Mokgoro, Y. (1998), Ubuntu and the law in South Africa. Buffalo Human Rights Law Review, 15, 1–6.

Questo si chiuderà in 0 secondi

stati dell'Io


Per la terminologia dell’Analisi Transazionale utilizzata si può fare riferimento al testo di Stewart – Joines in bibliografia.

Questo si chiuderà in 0 secondi

L'esempio di Rigivan Ganeshamoorthy


Nell'intervista, Capotosto cita l'esempio di Rigivan Ganeshamoorthy, un atleta paralimpico che, usando una parola normalmente offensiva, ha scritto la parola su sé stesso con leggerezza, ridefinendo la propria condizione in maniera autodiretta e tematizzando l’umorismo in ambito di disabilità.

Questo si chiuderà in 0 secondi

Doppia empatia


La teoria della doppia empatia, formulata dal sociologo Damian Milton, propone che le difficoltà comunicative tra persone neurodivergenti e neurotipiche non derivino da un “deficit” di una delle due parti, ma da una asimmetria reciproca. Quando due individui hanno modi diversi di percepire, interpretare e dare significato all’esperienza, può emergere un gap di comprensione che riguarda entrambi. L’approccio mette quindi l’accento sulla relazione, non sulla mancanza individuale, e invita a considerare la comunicazione come un processo di co-costruzione che richiede adattamento e ascolto da entrambe le parti.

Questo si chiuderà in 0 secondi

Nota all'immagine


I principi di design dell'immagine si basano sulla Neuroaffermatività, definendo la comunicazione tra persone neurodivergenti e persone normotipiche come un mismatch reciproco tra stili cognitivi validi, il quale dà luogo al Double Empathy Problem. Sono stati esclusi per etica simboli patologizzanti come il pezzo di puzzle. L'estetica funzionale adotta il Low Arousal Design o Minimalismo Sensoriale e palette a bassa saturazione per garantire accessibilità visiva e sicurezza sensoriale, prevenendo lo stress da Pattern Glare.

Questo si chiuderà in 0 secondi

neurodivergenza


Per neurodivergenza, si intende un funzionamento neurologico diverso da quello considerato "tipico", non una malattia, ma una variazione naturale del cervello umano, che include condizioni come autismo, ADHD, dislessia e plusdotazione, caratterizzata da modi unici di pensare, percepire e interagire con il mondo, valorizzando le differenze piuttosto che vederle come deficit.

Questo si chiuderà in 0 secondi

Vai alla barra degli strumenti