Letteralmente: chi ha diritto di proprietà sull’intelligenza? Se lo chiedeva Howard Gardner (1999) in un articolo di fine secolo scorso su The Atlantic. E credo sia questa la domanda da porci nel momento in cui ci interroghiamo sul tema delle intelligenze – perché già definirle al plurale non è cosa scontata.
L’articolo di Gardner partiva dal descrivere l’opera di Alfred Binet, che nell’Ottocento inventò la psicometria, la scienza che misura le capacità cognitive delle persone. Questa pratica, che ha avuto enorme fortuna per tutto il Novecento, oggi è messa fortemente in discussione.
Negli ultimi decenni, infatti, una critica comparata sta illuminando e rivelando i tanti pregiudizi dei sistemi culturali e di pensiero in cui siamo ancora in parte immersi: il colonialismo, l’antropocentrismo, la cultura patriarcale… Tra i tanti, è messo in discussione anche il concetto di intelligenza per come ci è stato spiegato da costrutti come il QI, su cui peraltro ancora si basano la gran parte dei test usati in selezione.
È sempre più chiaro che abbiamo vissuto in un contesto culturale che definiva un certo parametro di normalità nella dotazione cognitiva degli esseri umani: essere cognitivamente normodotati, iper o ipodotati diventava, di conseguenza, una classificazione dell’utilità sociale, e forse ancor più economica, di una persona. Comprendere che il concetto di normalità è collegato a dinamiche di potere economico, politico, sociale, è stato il passaggio di questi ultimi anni.
Who owns intelligence, quindi?
Nell’intervista che trovate in Dialoghi, Fabrizio Acanfora, che studia la normalità come costrutto sociale, ci introduce al matematico belga Adolphe Quetelet che propose, a metà Ottocento, la figura dell’uomo medio: un modello statistico che descrive la distribuzione delle caratteristiche umane attraverso la famosa curva a campana, la cosiddetta gaussiana.
Quello che era nato come strumento di osservazione, ci spiega, si trasformò rapidamente in uno strumento normativo: la media diventò la misura di ciò che è desiderabile. La normalità smise di essere una semplice descrizione e diventò un ideale morale.
Per superare questa prospettiva, alla fine degli anni Novanta Judy Singer, sociologa e persona autistica, introduce il concetto di neurodiversità. Il termine sposta il discorso dall’ambito medico a quello politico: non indica una categoria clinica, ma un fatto biologico e sociale – la diversità dei cervelli e dei modi di funzionare è una componente naturale della specie umana, non un’anomalia da correggere.
Parlare di neurodiversità significa quindi riconoscere che ciò che chiamiamo “autismo”, “ADHD”, “dislessia” o altre etichette diagnostiche sono forme differenti di esperienza del mondo. È un concetto che, come i movimenti femministi o antirazzisti, nasce come atto di emancipazione, come richiesta di autodeterminazione. Rendere più consapevole lo sguardo dell’altro vuol dire allora smontare la lente patologizzante con cui osserviamo la diversità. Significa passare dall’idea di “persone da includere” a quella di “persone con cui convivere”, accettando che la società non sia un corpo uniforme, ma un ecosistema di differenze.
Differenze che, se ben comprese e incluse, diventano una pluralità di sguardi sul mondo di cui, oggi, abbiamo un grande bisogno. Perché, diciamocelo, il pensiero “normale” non ha visto arrivare molti dei problemi (in qualche caso pericoli) che oggi dobbiamo affrontare. Forse, sarà proprio combinando i modi diversi che il cervello umano ha di leggere il mondo che riusciremo a risolverli.
Neurodiversità è ovviamente anche una delle parole del counseling di questo numero, non potevamo esimerci dall’esplorarne le implicazioni. Le fanno buona compagnia intelligenza, responsabilità e coscienza.
Contestualmente alla battaglia culturale di Singer, sono arrivati gli studi sul funzionamento del cervello e le neuroscienze che hanno iniziato a crepare, e poi sgretolare, le assunzioni categorizzanti sull’intelligenza. Lo stesso Gardner (2007), con la sua teoria delle intelligenze multiple, ha dato una spallata importante a quelle certezze, che sottendevano una visione del mondo di un certo tipo. Se voleste farvi un’idea del punto a cui oggi è giunto il suo pensiero, vi consiglio di tuffarvi subito nel documentario segnalato in una delle nostre Ispirazioni HI! Human Intelligence di Joe Casini. Comprende interviste a Howard Gardner, Daniel Goleman, Maura Gancitano. In poco più di un’ora ci porta alla scoperta della mente dell’uomo e delle sue molteplici intelligenze calate in questo tempo, dove la tecnocrazia gioca un forte impatto sul pensiero, e lo fa indagando l’idea di intelligenza attraverso lo sguardo multidisciplinare di psicologi, filosofi, economisti, ingegneri, educatori e artisti, che riescono a delineare una visione moderna, complessa e ricca del tema.
Una complessità che è ben rappresentata con la metafora della spirale nell’articolo della sezione Oltre il giardino, in cui le tante intelligenze che abitano il nostro tempo (emotiva, sociale e inclusiva, interpersonale e intergenerazionale, corporea, artificiale e spirituale, solo per citarne alcune) si avvolgono e si aprono, influenzandosi reciprocamente. La sfida, scrive l’autrice, non è stabilire quale valga di più, ma imparare a metterle in dialogo, come in un’orchestra, dove ogni strumento conserva il proprio timbro ma si accorda agli altri e il counseling, per la sua vocazione relazionale ed etica, può così diventare un laboratorio privilegiato di co-intelligenze.
In Vita da counselor, Rossella Famiglietti le fa eco: accogliere le differenze, le intelligenze multiple, le neurodivergenze, racconta, le ha dato una plasticità relazionale che considera un po’ il suo “superpotere”. Una certa immediatezza nella comprensione della persona che ha davanti, del suo mondo, spiega, che coglie come d’istinto.
Ma l’istinto è una forma di intelligenza? Si chiede l’articolo scritto a più mani dalla nostra redazione Approfondimenti. Che esplora così il tema: lo strumento più prezioso del professionista non è qualcosa che si possiede, ma qualcosa che si è. Attraverso la propria presenza incarnata, il professionista può affinare la capacità di sintonizzarsi con l’altro in un processo di attunement, ovvero quella “sintonizzazione” in cui empatia, corpo e intuizione si intrecciano in un’unica forma di ascolto e intervento in cui la capacità di riflettere sul proprio vissuto interiore diventa parte integrante del processo trasformativo, poiché apre spazi di consapevolezza reciproca e di apprendimento esperienziale.
Mi sintonizzo con l’altro per comprenderlo pienamente, osservandolo e allo stesso tempo osservando me stessa nella relazione. Una sorta di contemplazione della connessione implicita che si crea nel campo relazionale tra i rispettivi sistemi nervosi, le rispettive sensazioni, emozioni. Un’intelligenza integrata, come recita il titolo dell’articolo: una competenza emergente che unisce percezione sottile, ascolto somatico e centratura interiore, e che accompagna i professionisti verso una pratica sempre più coerente, empatica e trasformativa. Ascoltare, comprendere, evitando qualsiasi intento che definisca, normi, valuti. Sentire a tutto tondo, sentire con tutto quello che siamo.
Ed ecco che il corpo entra con naturalezza nell’equazione: la sua intelligenza incarna qualità preziose. Come scrive Alessandra Callegari in Il counseling, relazione corporea, la corporeità fa da ponte tra la dimensione psicologica e quella spirituale, un luogo dove la consapevolezza si radica nell’esperienza viva: nel corpo incontriamo vulnerabilità, finitezza e possibilità di autentico contatto con l’altro. E, quindi, solo riconnettendoci ai nostri “corpi intelligenti” potremo evitare di diventare automi e restare pienamente umani. Il corpo non mente, è nel corpo che si iscrive la storia di ciascuno di noi.
Il tema è ripreso nell’altro articolo contenuto nella sezione Casi, strumenti e pratiche, che esplora la Tecnica Alexander e il suo studio dell’uso di sé in relazione al concetto di copione in Analisi Transazionale. Quando ripetiamo a lungo alcuni atteggiamenti, spiega l’autrice, adottiamo specifici schemi di pensiero, di tono muscolare e di coordinazione, e l’organismo registra tali modalità come “normalità”. La persona può non avvertire come disfunzionale un modo di reagire, perché lo utilizza da sempre. Nel corpo questo processo è particolarmente evidente: la tensione emerge prima della consapevolezza, come un automatismo. Ancora una volta, il concetto di normalità ci inganna.
L’intervista a Gianluca Capotosto esplora la possibilità di creare un ponte tra la nostra capacità di sentire l’altro e gli algoritmi. La domanda è quasi un ossimoro per alcuni di noi: è possibile empatizzare e sintonizzarsi sui bisogni dell’altro grazie all’intelligenza artificiale? Capotosto sta fondando una startup che si occupa di intelligenza artificiale a supporto dei flussi di lavoro in chiave neuroaffermativa, ovvero che va incontro ai bisogni della neurodiversità che incontra. Intelligenza artificiale e istinto si sintonizzano sui bisogni specifici di comunicazione di persone neurodivergenti.
Lo sguardo esperto di Luigi (Gigio) Rancilio, che studia l’impatto delle nuove tecnologie su giornalismo e spiritualità, ci riporta invece sulle implicazioni etiche e spirituali che il tema IA solleva. Esistono infatti chatbot con i quali è possibile confessarsi, o che creano omelie, per esempio. Rancilio ne evidenzia i pericoli: tutto quello che riguarda la spiritualità e la preghiera non può entrare nell’ambito dell’intelligenza artificiale, se non per aspetti totalmente secondari. Le tecnologie non sono per questo da demonizzare, ma l’umanità a suo parere non può essere affidata a un algoritmo.
Il ruolo dell’IA nelle relazioni d’aiuto è anche esplorato da uno degli articoli in Counseling nel mondo: quello che tutti i counselor devono sapere sull’IA. ChatGPT e le altre piattaforme di IA, infatti, non sono nate come sostegno alla salute mentale ma, secondo una recente ricerca dell’Harvard Business Review, questo è attualmente il loro uso principale. La grande sfida per i professionisti del counseling e della psicoterapia è di non resistere, ma comprendere e integrare il funzionamento dell’IA, riconoscendone le potenzialità come strumento aggiuntivo, di facile accesso, utile per esercitarsi e che può essere di sostegno tra un colloquio e l’altro.
Il tema riguarda anche noi counselor italiani: dal 10 ottobre 2025, i counselor professionisti devono sottoporre ai clienti un’informativa in cui dichiarano se e come eventualmente utilizzano l’intelligenza artificiale nell’esercizio della professione. In Notizie da AssoCounseling trovate i dettagli.
A questo proposito, sappiate che Evoluzioni ha scelto di adottare l’utilizzo dell’IA come supporto ad alcune attività redazionali, per esempio l’immagine di copertina e le immagini che illustrano alcuni degli articoli di questo numero sono state create con l’intelligenza artificiale. Non pubblicheremo però mai articoli scritti interamente dall’IA e dedichiamo molta cura alla protezione del copyright quando si tratta di immagini generate con IA.
Questo perché crediamo nel nostro lavoro e nel rispetto di chi ci legge, tanto da metterci letteralmente la faccia. E, infatti, da questo numero inauguriamo una nuova serie di video nella sezione Viva voce. In ogni numero, due persone della redazione ci presenteranno i contenuti che Evoluzioni condivide e ci racconteranno anche un po’ del backstage della rivista. Pietro Tomasi e Sabrina Alma Pagani aprono le danze, li trovate qui.
Venticinque anni dopo l’articolo citato all’inizio, Gardner si è posto di nuovo la stessa domanda. Sul suo sito ha pubblicato un altro articolo in cui allarga la riflessione su cosa sia intelligenza negli altri animali, nelle piante, nei sistemi LLM (Large Language Models) come Chat GPT. Lo fa distinguendo in modo utile le diverse dimensioni dell’intelligenza e suggerendo alcuni criteri per valutare gli attuali candidati a questa definizione, che siano umani, animali, vegetali, computazionali o, un domani, ibridi di queste entità.
Appare a noi evidente come lo spostamento della prospettiva degli ultimi anni su questo tema coincida con un modo di guardare al contesto in cui siamo immersi, e ai diversi attori che ci circondano, profondamente diverso da quello di studiosi come Binet. E che sia sempre più necessario uno scarto esistenziale che includa più sguardi sul mondo per comprenderne davvero la complessità che incarna. Semplificarne i confini con etichette e valutazioni, seppur rassicurante, limita di molto le nostre capacità di relazionarci con la realtà. Uno scarto che rimanda fortemente a quell’attunement, quella capacità di mettersi in ascolto con tutte le nostre intelligenze e senza giudizio, che è in grado di creare connessioni intelligenti tra noi e l’Altro.
Connessioni forse capaci di vedere quello che ancora non era evidente a menti limitate dal bisogno di misurare l’altro come conferma di sé (e del proprio potere).
Per approfondire:
- Gardner H. (1999), Who owns intelligence, The Atlantic, February 1999
- Gardner, H. (2017), Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza, Feltrinelli
- Gardner H. (2024), Who Owns Intelligence? Reflections After a Quarter Century
