Il linguaggio è molto più di un insieme di regole: è il luogo in cui ci incontriamo. A volte però quelle regole diventano barriere invisibili.
Oggi incontriamo Gianluca Capotosto, ricercatore e fondatore di Chiaroperte, una startup in fase di costituzione che si occupa di intelligenza artificiale a supporto dei flussi di lavoro in chiave neuroaffermativa.
Un approccio neuroaffermativo si fonda sul riconoscere, rispettare e valorizzare la neurodiversità, invece di adattare forzatamente tutti a un’unica norma cognitiva o comportamentale, come alternativa ai sistemi che rischiano di patologizzare o normalizzare. Gianluca Capotosto si propone di introdurre una rivoluzione gentile nei flussi di lavoro aziendali: quella della semplicità che ascolta, afferma l’identità cognitiva e restituisce dignità a entrambi gli interlocutori.
Lorenzo Bianchi: Gianluca, benvenuto. Vuoi spiegarci in breve di cosa ti occupi?
Gianluca Capotosto: Sono un linguista a cui non basta quanto c’è scritto nei manuali. Quando trovo un testo complesso, lo riscrivo insieme a persone con funzionamento diverso e osservo come concettualizzano eventi esterni, verbalizzano i legami tra informazioni e di che metafore si servono per comprendere l’ambiente in cui si muovono. Mi occupo di quello che si chiama semplificazione linguistica, una branca ancora nuova per cui non abbiamo nemmeno un nome univoco. Si usano termini come “lingua facile”, “lingua facile da leggere e da capire” o “plain language“. Ogni espressione riflette un approccio diverso, perché cambiano i criteri e i destinatari. L’obiettivo è identificare le specifiche necessità comunicative e capire quale sia la “lacuna da colmare” per il fruitore finale del testo.
LB: Puoi fare un esempio di questa semplificazione?
GC: Un esempio immediato, al pari di un universale della semplificazione linguistica, è preferire la diatesi attiva alla passiva: invece di dire “La mela è stata mangiata da me”, si usa “Io mangio la mela”. È più semplice. Ma è fondamentale capire che “semplice” non è mai sinonimo di “facile” o “banale”. La semplicità, a livello comunicativo, è una cosa estremamente potente e un obiettivo che tutti dovremmo perseguire se vogliamo farci capire. Semplificare seguendo le best practice quali struttura chiara e prevedibile, lessico concreto, frasi brevi è il primo step.
LB: Mi hai parlato nelle nostre conversazioni della semplicità intesa come scelta etica dettata dall’intelligenza emotiva. Cosa significa?
GC: La semplicità risiede anche in piccoli interventi come evitare usi impropri delle parole. Quindi la semplicità non ha nulla a che vedere con un approccio semplicistico o vago. La comunicazione non riguarda solo le parole; c’è un’intelligenza che viene prima. La prima intelligenza che dobbiamo impiegare è quella emotiva. Dobbiamo essere consapevoli che il nostro modo di comunicare è solo un tassello di un mosaico. Consiste, dunque, nel riconoscere la specifica necessità comunicativa altrui e cercare di adattarsi, o perlomeno cercare di non violare le regole che soggiacciono al loro modo di parlare. Forzare persone autistiche, ADHD o DCD a parlare e comportarsi come neurotipiche (detto masking o camouflaging) è associato ad ansia, depressione e forte stress psicologico già in età adolescenziale. Inoltre un tale adattamento forzato implica un alto consumo di risorse cognitive ed emotive.
LB: Vedo qui un parallelo con il counseling e la creazione di uno spazio d’ascolto non giudicante. È qualcosa in cui ti ritrovi?
GC: Nei miei studi, la cosa più importante emersa, parlando paradossalmente di linguaggio, è stata il silenzio. Il silenzio non inteso come assenza, ma come atteggiamento di ascolto. Riconoscere gli atteggiamenti senza fornire una versione finale del testo è, in sé, un atto comunicativo potente.
LB: Come si traduce questo ascolto in un approccio “neuroaffermativo”?
GC: Si traduce nel passare da un modello impositivo “inclusivo” a uno di co-autorialità “affermativo”. Invece di dare io la versione finale basata sulle regole, chiedo: “Come lo riformuleresti?“. Io fornisco una bozza avanzata del messaggio finale, intesa come analisi e scomposizione in elementi azionabili di un testo, per esempio una mail interna. Il tocco definitivo, tuttavia, lo deve dare l’utente finale che in tal modo educa l’algoritmo sull’output più utile a lui. Come nel counseling basato sulla persona, è l’utente, la persona neurodivergente, che mi guida nel suo mondo, e non viceversa.
LB: Perché è così importante che la parola venga dall’utente?
GC: Abbiamo tutti molteplici ruoli nella quotidianità e sul lavoro, ma siamo tutti anche autori e autrici. La parola che diciamo “su noi stessi” ha un effetto diverso da quella che gli altri ci “cuciono addosso”. La parola che una persona usa per descrivere se stessa ha un effetto di empowerment impareggiabile.
LB: Questo processo può avere anche un valore trasformativo?
GC: È la domanda che mi pongo, nell’avvicinarmi al linguaggio dell’altro. Porto un esempio. Mi è capitato di osservare come persone con autismo quando si trovano a elencare diversi elementi di un gruppo, lo facciano in maniera esaustiva, non fermandosi a nominare due elementi prototipici. Qui si genera una situazione dove, da un lato noi tendiamo a tagliare corto per ragioni di economia, mentre dall’altro il nostro interlocutore neurodivergente si trova in difficoltà a troncare la lista per non sembrare scortese. Dobbiamo introdurre quello che è conosciuto come doppia empatia. Quando parlo per esempio con una persona con autismo, cerco di avere l’accortezza di usare metafore visive concrete e formulare le frasi in modo tale da permetterne anche una comprensione letterale. In questo modo colmo una lacuna che ci distanzia e mostro empatia, cioè riconosco e affermo l’identità cognitiva dell’altro. Mentre, la persona con autismo riconosce il mio tentativo di avvicinamento e mostra comprensione se non sempre ci riesco. Entrambi facciamo un passo per colmare la lacuna che ci separa. Il fatto stesso di instaurare questo canale diretto restituisce dignità a entrambi e sana la qualità della relazione interpersonale. A questo mi riferisco quando dico che l’uso di quel linguaggio che è più intimamente disponibile alla persona può avere un effetto trasformativo per ambo le parti.
LB: Dove possiamo approfondire questi argomenti?
GC: Si possono trovare i miei articoli su Academia.edu che trattano proprio il “design di co-autorialità”. Consiglio inoltre caldamente un libro, una bellissima storia di resilienza: Il mio cammino nell’autismo di Amelia De Michele e il film Io ci provo di Francesco Paolucci.
Riferimenti:
- Alderson-Day, B., & Pearson, A. (2023), What can neurodiversity tell us about inner speech, and vice versa? A theoretical perspective. Cortex, 168, 193-202. https://doi.org/10.1016/j.cortex.2023.08.008
- Capotosto, G. (2023), Verso un modello di interpretariato in lingua semplificata. Polyphonie, 13(1). ISSN 2304-7607
- Capotosto, G. (2025), From recipient to co-author: Empowerment and textual adaptation with adults with cognitive disabilities. A participatory approach to linguistic simplification
- De Michele, A. (2025), Il mio cammino nell’autismo Europa Edizioni, Roma
- Paolucci, F. (Regista) (2023), Io ci provo [Film documentario], Italia
Nota all’immagine di copertina.
