Per Howard Gardner l’intelligenza corporeo-cinestesica è la capacità di usare il corpo in modo abile, coordinato ed espressivo, talento che si impara da bambini, come insegnano Maria Montessori o Bernard Aucouturier. Per Alexander Lowen, padre della bioenergetica, siamo corpi intelligenti e possiamo realizzarci, anche sul piano spirituale, solo partendo dalla corporeità. Intelligenza corporea è anche l’abilità di “sentire” il proprio corpo e leggerne i messaggi in quello dell’altro: un buon counselor la deve possedere per accompagnare il cliente a esprimere i propri vissuti con creatività e libertà, soprattutto in un’epoca in cui le relazioni sono sempre meno “incarnate” e purtroppo meno umane.
Ripartire dall’intelligenza del corpo
Viviamo in un’epoca paradossale: mai come oggi il corpo è esposto, fotografato, analizzato, e mai come oggi è assente dalla nostra esperienza reale. La digitalizzazione, la comunicazione mediata dagli schermi, il lavoro da remoto, la realtà virtuale e l’intelligenza artificiale hanno trasformato il modo in cui pensiamo, comunichiamo e perfino sentiamo.
Siamo sempre più connessi in una miriade di “reti” virtuali, e tuttavia troppo spesso disconnessi da noi stessi. Il corpo, ridotto a strumento di prestazione o a immagine da esibire, rischia di diventare una periferia silenziosa dell’esperienza.
Eppure, come ricorda lo psichiatra e filosofo Thomas Fuchs, è nel corpo che risiede la nostra più autentica presenza al mondo: è attraverso di esso che percepiamo, comunichiamo, amiamo, soffriamo. Senza corpo non c’è esperienza né relazione, noi siamo “mente incarnata”.
Per questo, in un’epoca “disincarnata” che tende alla smaterializzazione, tornare al corpo diventa quasi un atto di resistenza umana e culturale.
E proprio il counseling, nel suo approccio esperienziale e relazionale, può essere uno degli spazi in cui questa riconnessione accade, favorita da noi counselor. Nella stanza dei nostri incontri, in un setting lontano dalle interfacce digitali, counselor e cliente possono riscoprire una presenza viva e vitale: un respiro che cambia, un silenzio denso di significati, uno sguardo che riporta al qui e ora. È un esercizio di “incarnazione condivisa”, in cui l’intelligenza del corpo riemerge con il suo linguaggio, la sua potenza, la sua energia.
Un’abilità che si coltiva
Lo psicologo Howard Gardner, ideatore della teoria delle intelligenze multiple, descrive l’intelligenza corporeo-cinestesica come la capacità di usare il corpo in modo abile, coordinato ed espressivo. È la competenza che riconosciamo in chi sa “abitare” il corpo, ascoltandone i segnali e modulando di conseguenza il proprio comportamento; la capacità di avere una buona padronanza di sé, di coordinare bene i movimenti, di esprimersi, governarsi, manipolare le cose, orientarsi in maniera precisa, rispondere efficacemente ai problemi motori che si manifestano nelle forme più diverse. Pensiamo alle attività espressive, dalla danza, al teatro, alle arti figurative, o a quelle agonistiche negli sport individuali e di squadra, ma anche alla manualità di un chirurgo, di uno chef, di un orologiaio, di una ricamatrice…
Come aveva intuito Maria Montessori, creando un tipo di scuola fondato sul rispetto del bambino nella sua naturalità anche corporea, il movimento non è solo mezzo per apprendere, ma parte integrante del pensare stesso. Il bambino, attraverso il corpo, conosce l’ambiente, regola le emozioni, costruisce il proprio modo di stare nel mondo. E la stessa visione pedagogica è al cuore della psicomotricità relazionale di Bernard Aucouturier, che vede nel gioco corporeo il linguaggio originario attraverso cui il bambino costruisce fiducia, identità e sicurezza. In tempi recenti, Ivano Gamelli, docente di Pedagogia del corpo all’Università Bicocca di Milano, ha elaborato un modo “attivo” di proporre l’educazione, invitando gli studenti all’ascolto della propria esperienza sensibile, perché “solo chi sente può comprendere”. L’intelligenza corporea non è un talento innato ma una capacità che si coltiva. E coltivarla è urgente, in una società che privilegia la velocità, anche mentale, e l’efficienza digitale a scapito della “lentezza” del sentire.
Sistemi mente-corpo-emozioni
Le neuroscienze confermano che la comprensione delle emozioni nasce da un rispecchiamento corporeo. Vittorio Gallese, docente di Psicobiologia all’Università di Parma, fra gli scopritori del sistema dei neuroni specchio, ribadisce che siamo “cablati per essere sociali” e la crescita del nostro cervello avviene in reti relazionali: siamo il risultato della qualità e quantità delle nostre relazioni, già prima della nostra nascita.
Già Antonio Damasio, pioniere delle ricerche sul rapporto tra corpo ed emozioni, aveva dimostrato che i processi decisionali e cognitivi sono radicati nei segnali corporei, nei “marcatori somatici” che orientano le scelte; Candace Pert aveva scoperto le “molecole di emozioni” e mostrato il collegamento tra biologia e chimica, tra affettività e razionalità; e lo psichiatra Daniel Siegel parla di “mente relazionale” sottolineando che siamo un “sistema mente-corpo” in cui le varie dimensioni – corporea, emotiva e cognitiva – funzionano al meglio quando sono integrate e “allineate”.
Anche la teoria polivagale di Stephen Porges ci insegna che la sicurezza relazionale si costruisce attraverso una regolazione neurofisiologica, condivisa e coerente, nella relazione: il ritmo del respiro, la modulazione della voce, il contatto visivo. In altre parole, il corpo dell’uno parla al corpo dell’altro, prima ancora che la mente intervenga con le sue sovrastrutture e questa comunicazione, questo “coinvolgimento sociale”, è la forma più evoluta, tipicamente umana, di regolazione tra gli individui.
Rimanere connessi al corpo in società tecnologiche
Ma quello che osserviamo – tragicamente, soprattutto tra i giovani – è che l’iperconnessione legata all’uso dei cellulari, ormai quasi un’estensione della mano, corrisponde a una sempre maggiore disconnessione dal corpo, come osserva la psicologa Jean Twenge, studiosa delle differenze generazionali: il corpo è più un’immagine da gestire che un luogo da abitare. Similmente, il sociologo David Le Breton parla di “silenzio del corpo” nelle società ipertecnologiche, e Umberto Galimberti, già quasi vent’anni fa, sottolineava come i “nativi digitali” di Marc Prensky vivano immersi in infinite connessioni ma siano poveri di emozioni incarnate. E “senza educazione al corpo non può esserci educazione all’umanità”.
Oggi, lo storico e filosofo Yuval Harari, autore di una stimolante trilogia sulla evoluzione dell’umanità e il suo futuro, nel suo ultimo libro (2025), in cui esplora la storia dell’informazione e delle sue reti, ci avverte: la tecnologia ci ha promesso libertà, ma rischia di allontanarci dalla nostra esperienza incarnata. La vera sfida del futuro non sarà dominare la tecnologia, ma restare connessi alla nostra corporeità, continuare a sentire.
Allineare i vari aspetti del nostro essere umani
Torniamo dunque a noi, a chi si occupa di relazione d’aiuto in senso lato.
Sappiamo che, sulla totalità degli approcci di tipo psicologico, meno del 15% sono “corporei”. In altre parole, l’integrazione tra corpo e mente, in ambito psicoterapeutico, non è affatto scontata, anzi. Semmai, spesso, contestata. Nasce con Wilhelm Reich, allievo, pupillo e poi oppositore di Freud. Critica la psicoanalisi, fin dalla seconda metà degli anni Venti, proprio per la sua distanza dal corpo: perché l’analista, seduto dietro al paziente sdraiato sul lettino, non lo guarda nemmeno, ignorando così posture e tensioni che celano conflitti inconsci. Per Reich, psiche e soma formano un’unità funzionale e le difese psichiche si radicano nel corpo come tensioni croniche, a formare quella che chiama “corazza caratteriale”. Liberarla significa restituire alla persona energia, vitalità e piacere.
Concetti ripresi da Alexander Lowen, che sviluppa questa intuizione nella bioenergetica, disciplina per la quale il corpo diventa strumento di consapevolezza e crescita. La perdita di corporeità, sottolinea Lowen, si accompagna a una perdita di radicamento nella realtà, mentre solo ritrovando il nostro grounding possiamo “allineare” in modo armonico e fluido le varie dimensioni del nostro essere e stare nel mondo – corpo, emozioni, pensiero – e sviluppare la nostra più profonda, autentica spiritualità.
La presenza come forma di “cura”
Allievo di Lowen, Luciano Marchino, fondatore dell’Istituto di Psicologia Somatorelazionale, evidenzia come il corpo sia via privilegiata di accesso alla verità del sé. “Il corpo non mente, anzi dice sempre la verità, anche quando la mente tace”: è nel corpo che si iscrive la storia di ciascuno di noi. Portare attenzione al corpo significa riportare la persona alla totalità di sé: è un processo di consapevolezza, e non un intervento tecnico, in cui l’etica della presenza diventa la prima forma di cura, anche nel senso di “prendersi cura”.
E anche per la Gestalt, pur non essendo una terapia corporea in senso stretto, il corpo è il luogo del contatto: ogni insight, ogni cambiamento significativo passa attraverso una sensazione, un respiro, un movimento. E il contatto è il luogo della relazione, senza la quale, di fatto, noi umani non siamo.
Questi approcci hanno restituito al corpo il suo ruolo originario: non oggetto da analizzare, ma soggetto vivente che pensa, sente e comunica. La nostra casa originaria, il luogo dove la mente diventa esperienza e l’esperienza si fa conoscenza. Ecco dunque che, per chi opera nella relazione d’aiuto, coltivare la consapevolezza corporea è un atto etico oltre che professionale: permette di incontrare l’altro nella verità della sua esistenza incarnata.
Il Gruppo AssoCorporeo e i vari approcci di counseling
È quanto affermano i counselor soci di AssoCounseling che, come me, fanno parte del Gruppo di lavoro AssoCorporeo, nato nel 2013 per divulgare il “counseling a mediazione corporea consapevole”, proponendo un’attenzione particolare al corpo e al suo linguaggio, a prescindere dai vari approcci o metodi di cui i counselor stessi sono portatori.
Perché se il counselor lavora con la parola, ovviamente, questo non lo esime da focalizzarsi anche su ciò che accade nel corpo durante l’incontro. Postura, ritmo del respiro, tono della voce, sguardo, piccoli gesti involontari rivelano “sfumature emotive” di cui spesso la persona non è consapevole. Invece il counselor, consapevole del proprio corpo – quindi radicato e in contatto -, diventa un punto di riferimento regolativo per l’altro. La sua postura, la voce, lo sguardo, la presenza creano un campo relazionale sicuro, in cui il cliente può tornare a percepirsi e a sentirsi vivo, perché ogni trasformazione autentica nasce da lì. Il counselor che ascolta il corpo proprio e dell’altro, oltre le parole, coglie la verità emotiva e affettiva insita nel qui e ora della relazione e accompagna il cliente, con rispetto e consapevolezza, a fare altrettanto. È un “modo di essere” – rogersianamente parlando – che riverbera poi in tutte le sue relazioni.
E come, in concreto, lavorano i counselor a mediazione corporea consapevole? Lo hanno raccontato ai colleghi di AssoCounseling nel corso di due webinar di quattro ore tenuti quest’anno il 17 maggio e il 29 novembre, proprio per mostrare come un possibile lavoro corporeo si possa sviluppare durante il processo di counseling su varie dimensioni e livelli di intervento, ovviamente sempre tenendo presente i bisogni del cliente e l’obiettivo per cui vengono proposte le esperienze.
Comprendere tutti i linguaggi
Innanzitutto, tramite l’osservazione e l’ascolto del corpo della persona che ha di fronte, il counselor può comprenderne la comunicazione a tutto tondo, con i suoi vari linguaggi, e restituirgli un rispecchiamento complessivo e integrato.
Può accompagnarlo a muovere il corpo, con l’uso di particolari tecniche che permettono di mobilizzare e riattivare i vari distretti e sistemi corporei, oppure di modificare il livello energetico (ad esempio con la respirazione o con esercizi di radicamento/grounding); o a muovere specifiche parti (le braccia, le mani, la testa, le gambe) per acquisire una maggiore consapevolezza del proprio linguaggio corporeo.
Interessante per un counselor è anche far lavorare il cliente sul linguaggio paraverbale. Collegato alla modulazione della voce, comprende gli elementi della comunicazione che riguardano la sua espressione – tono, ritmo, volume, intonazione, pronuncia, timbro, silenzi, espressioni sonore – e rappresenta non il “cosa” ma il “come” si dice qualcosa. È la “punteggiatura” del parlato e arricchisce il verbale trasmettendo emozioni, intenzioni e sentimenti che le parole da sole non sempre riescono a comunicare, contribuendo a chiarire il significato del messaggio ed evitando ambiguità. In genere le persone non sono consapevoli dell’impatto della loro voce, per esempio, per creare una situazione di vicinanza o lontananza; trasmettere entusiasmo e passione piuttosto che annoiare o deludere; infondere sicurezza, ostentare arroganza, incutere paura… Il counselor può dunque accompagnare il cliente a riconoscere il proprio paraverbale e a modulare la voce per “dare più corpo” a un pensiero, un’immagine, un ricordo, un’esperienza ed elaborarli poi insieme verbalmente.
Attività artistiche e contatto
In base alle proprie competenze, il counselor può anche favorire l’espressione di sé del cliente attraverso attività artistiche come il disegno, la pittura, la scultura, la danza, la rappresentazione, il mimo, il teatro, sempre integrando a livello emotivo e cognitivo ciò che l’altro ha sentito, percepito e compreso durante l’esperienza, dandogli la possibilità di manifestare con autenticità e libertà i propri talenti e le proprie potenzialità.
Infine, il counselor può dare un contatto fisico consapevole al cliente, ma solo dietro suo permesso, per fornirgli sostegno emotivo nella relazione, per ampliare la sua consapevolezza del corpo, o per accompagnarlo nelle esperienze fisiche eventualmente proposte.
Lavorare con il corpo online
E, visto che, dopo il Covid-19, abbiamo imparato ormai tutti a lavorare online e quindi anche a proporre sessioni di counseling a distanza, è lecito chiedersi: è possibile essere counselor a mediazione corporea consapevole e lavorare online? La risposta è sì, e se fatto con competenza può essere anche molto efficace, pur richiedendo alcune attenzioni specifiche. La sessione online comporta ovviamente un lavoro diverso, più fine e orientato alla guida verbale e all’auto-esplorazione del cliente. Certo, il setting cambia e questo va sottolineato in sede di contratto; la privacy deve essere sempre garantita; e il counselor deve assicurarsi che le condizioni ambientali – a cominciare dalle proprie – siano ottimali. Online si può lavorare su come il cliente organizza il proprio spazio (luce, distanza dallo schermo, postura) e sui confini personali e relazionali, tenuto conto che lo schermo può anche rivelarsi un “filtro”: alcuni clienti, infatti, si aprono di più online, perché si sentono protetti, e spesso, stando seduti nel proprio spazio sicuro a casa propria, questo può facilitare l’ascolto interno.
Avendo a disposizione solo il “rettangolo” inquadrato dalla telecamera, il counselor può notare nel cliente micro-espressioni e movimenti minimi e prestare, per esempio, più attenzione al respiro. E la guida corporea online può avvenire attraverso una verbalizzazione accurata: “nota come è appoggiato il tuo corpo sulla sedia”, oppure “porta l’attenzione al torace, che cosa cambia se fai un piccolo respiro più profondo?”, oppure ancora “ti va di verificare la tua postura e vedere se il tuo corpo desidera un micro-aggiustamento?”.
Quanto alle tecniche corporee, alcune possono funzionare molto bene online: come il grounding guidato da seduti, invitando il cliente alla percezione dei punti di contatto, della colonna, del respiro; proporre micro-movimenti consapevoli, come rotare le spalle, allungare la colonna, aprire o chiudere il torace… osservando le emozioni che emergono. Si può lavorare sui confini usando lo schermo come metafora: avvicinarsi, allontanarsi, percepire l’effetto; utilizzare il focusing corporeo, e far indicare dove “abita” una sensazione, come cambia, come si muove. O ancora usare semplici tecniche gestaltiche, chiedendo al cliente “Che cosa succede ora?”, “Di che cosa è consapevole il tuo corpo mentre ne parli?”, “Quale movimento vorrebbe fare il tuo corpo?”. Infine, si può lavorare con oggetti fisici: una coperta, una sedia, un cuscino, un libro usato come peso… tutto può aiutare a incarnare emozioni e confini.
Concludendo
La corporeità, dunque, come ponte tra la dimensione psicologica e quella spirituale, un luogo dove la consapevolezza si radica nell’esperienza viva: nel corpo incontriamo vulnerabilità, finitezza e possibilità di autentico contatto con l’altro. E quindi solo riconnettendoci ai nostri “corpi intelligenti” potremo evitare di diventare automi e restare pienamente umani.
Bibliografia
• Fuchs T. (2024), Che ne sarà dell’essere umano? Appello per un nuovo umanesimo, Castelvecchi, Roma
• Gallese, V. e Morelli, U. (2024), Cosa significa essere umani? Corpo, cervello e relazione per vivere nel presente, Raffaello Cortina, Milano
• Gamelli, I. (2011), Pedagogia del corpo, Raffaello Cortina, Milano
• Harari, Y. N. (2025), Nexus. Breve storia delle reti di informazione dall’età della pietra all’IA, Bompiani, Milano
• Lowen A. (1991), La spiritualità del corpo. L’armonia del corpo e della mente con la bioenergetica, Astrolabio, Roma
• Marchino L. e Mizrahil M. (2015), Counseling, una nuova prospettiva, Mimesis, Milano
• Marchino L. e Mizrahil M. (2019), Il corpo non mente. Comprendere se stessi e gli altri per vivere meglio, Sperling & Kupfer, Milano
• Porges, S. W. (2014), La teoria polivagale. Fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione, Giovanni Fioriti Editore, Roma
• Siegel D. (2021), La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale, Raffaello Cortina, Milano
• Yalom, I. e Yalom, B. (2025), L’ora del cuore. 22 brevi lezioni su vulnerabilità, connessione, cambiamento, Neri Pozza, Vicenza
All’interno di questo stesso numero di Evoluzioni. Lo sguardo del counseling, per integrare variamente il tema di questo articolo, suggeriamo la lettura di Corpo Umano, di Vittorio Lingiardi e il lavoro coreografico di Daniele Ninarello, n.d.r.
