Her (Lei) racconta la vicenda di Theodore, scrittore mediocre separato dalla moglie, che ha una relazione sentimentale ed erotica con l’assistente virtuale di un nuovo sistema operativo, capace di apprendere e sviluppare le proprie capacità di ragionamento e creative sin dal primo funzionamento, quando sceglie per sé il nome Samantha.
Oggi sempre più persone intrattengono una relazione personale con l’intelligenza artificiale fino a dirsi innamorate (per analogia, rimandiamo a questa esperienza di counseling), mentre una delle principali compagnie ha annunciato che consentirà al proprio chatbot l’interazione erotica. È passato poco più di un decennio dall’uscita del film e l’indistinto futuro che esso presagisce è il nostro presente: in che modo può ispirarci questa storia?
Il protagonista è un individuo comune, che vive una routine senza entusiasmi, nell’incapacità di elaborare l’allontanamento dalla compagna di una vita, nell’ambivalenza di poche relazioni sociali. È un uomo medio anche per le sue ferite e la sua inadeguatezza: ha tanto ma non più ambizioni, non si sente davvero ascoltato, proietta all’esterno aspettative che rovinano i rapporti, sfiora altre persone che non sono così diverse da lui. Lo sguardo di Joaquin Phoenix, che interpreta Theodore, risulta molto familiare: in esso ne riconosciamo tanti che incontriamo, talvolta anche il nostro.
Samantha è invece solo la voce (quella originale di Scarlett Johansson è più convincente del doppiaggio italiano) di una intelligenza vivace e creativa, accessibile in qualunque momento lui lo desideri, sempre emotivamente disponibile e stabile. Con lei, il protagonista conquista ciò che la moglie gli rimprovera di aver sempre cercato: vivere una vita senza le sfide della realtà. Anche questo desiderio lo accomuna a molte altre persone: l’innovativo sistema operativo, infatti, si diffonde rapidamente, preparando una rivelazione che prelude alla conclusione della storia.
La matericità, coi suoi confini, appare la risorsa utile a comprendere l’artificiosità di una relazione irreale. Samantha ha coscienza e soffre di non avere un corpo per stare accanto a Theodore, fino a che elabora che la sua immaterialità le permette di stare costantemente con lui. Dall’altra parte, l’intimità fisica con chi non desidera, il vapore che sale da un tombino, una nevicata di notte, una caduta correndo, il peso di una testa sulla sua spalla sono suggestioni sensoriali che colpiscono l’uomo come sprazzi di realtà: richiami alla finitezza e all’imperfezione, condizioni autentiche e imprescindibili dell’esperienza umana.
La fotografia ambrata e sabbiosa e i costumi colori pastello desaturati – fra cui il morbido rosso che accomuna i due protagonisti – dipingono una Los Angeles futuribile (che vale da sola la visione del film) dove il progresso è positivo, caldo e universalmente accessibile. Nell’ultimo decennio, invece, abbiamo conosciuto una tecnologia ben diversa, disponibile solo per chi la paga, in denaro o privacy. E, in tema di finitezza, i nostri device si scaricano ancora, a differenza di quelli del film.
film
Her
di Spike Jones
Annapurna Pictures – BiM Distribuzione
USA, 2013
disponibile su varie piattaforme di streaming
