5/2026 Approfondimenti

L’arte della congruenza e la nonranità

di Giorgio Lavelli

L’arte della congruenza e la nonranità

Quali sono le caratteristiche che devono essere presenti nella relazione di counseling? Si tratta di apprendere il ritmo della relazione e avere l’attenzione rivolta non solo ai contenuti, ma ai processi e ai tempi dell’intervento.
La relazione deve avere il carattere dell’autenticità. Quando parlo di autenticità mi riferisco a una qualità essenziale che è necessario che ogni counselor coltivi e pratichi per far sì che l’incontro avvenga in una dimensione di verità: l’arte della congruenza.


Quali sono le caratteristiche che devono essere presenti nella relazione di counseling? Si tratta di apprendere il ritmo della relazione e avere l’attenzione rivolta non solo ai contenuti, ma ai processi e ai tempi dell’intervento.
La relazione deve avere il carattere dell’autenticità. Quando parlo di autenticità mi riferisco a una qualità essenziale che è necessario che ogni counselor coltivi e pratichi per far sì che l’incontro avvenga in una dimensione di verità: l’arte della congruenza.
Prima di iniziare, dando a Raymond Carver quel che è di Carver, può essere utile chiederci “di cosa parliamo quando parliamo” di congruenza?
La congruenza, per definizione, riguarda una corrispondenza tra ciò che penso, ciò che sento (ciò che provo) e ciò che faccio oppure dico – ovvero l’azione che ne consegue in un dato momento. È connaturata al tema del tempo perché si dà nel momento in cui i tre aspetti (penso, sento, faccio) sono allineati e presenti, e cessa di esserci nel momento in cui uno dei tre “scompare”.
La congruenza può essere descritta come uno stato dell’essere in cui non c’è contraddizione tra il proprio fare, il proprio dire, ciò che si sa di sé stessi e la propria intima essenza. È dunque uno stato interiore in virtù del quale il proprio agire non si discosta dal proprio sentire.
Come ben sintetizzato da Marchino e Mizrahil (2015): congruenza è “empatia con sé stessi nel presente”. Nel momento presente.
Quando questi tre aspetti (penso, sento, faccio) sono allineati, coinvolti senza stonature eccessive nel suonare la stessa musica, ecco che in me può fluire un’esperienza riconoscibile nella sua qualità. Qualità di presenza a sé stessi e all’altro da sé (ma di questo aspetto relazionale della congruenza accennerò più avanti).

La congruenza non è semplice coerenza. Per essere coerenti basta fare ciò che si pensa. Non c’è niente di male in questo, ma dobbiamo essere consapevoli della differenza.
E, a questo proposito, mi tornano in mente alcune parole lette anni fa: “…andava molto di moda negli anni Settanta utilizzare strumenti come la bioenergetica per sentirsi forti, decisi, autorevoli. Noi eravamo quelli che riuscivano a dire ‘no’ quando pensavano ‘no’ e che riuscivano a dirlo con sufficiente energia. Può essere importante per qualcuno, ma in questo momento storico è più importante riottenere il più profondo contatto possibile con sé stessi. Quasi tutte le persone sono convinte di essere in contatto con sé stesse, fino a quando non entrano davvero, per la prima volta, in contatto. Allora, hanno uno choc, a volte persino un piccolo attacco di panico. Se sento di esistere, sento di essere mortale, quindi, per la prima volta sento l’impatto della realtà” (fonte).

Utilizzando altre parole, se nel mio agire in qualità di counselor dico o faccio cose che ritengo, penso, siano corrette, ma che “metto in scena” come un copione anziché viverle, difficilmente sarò di aiuto. Sia a me stesso sia alla persona con la quale sono in relazione.
L’aspetto rilevante è che imporsi comportamenti che, con la testa, riteniamo corretti spesso produce sensazioni ed emozioni negative che ci segnalano che stiamo dimenticando parti importanti di noi, negando loro voce in capitolo.
Quindi, la congruenza, per dirlo con le parole dell’amico Ferruccio Gobbato (2022): “Non è una sorta di dittatura della ragione sulle altre parti di me: è piuttosto una condizione che permette un dispiegarsi spontaneo delle mie facoltà. Realizzare la congruenza ha, giorno dopo giorno, tutte le difficoltà della democrazia e solleva problemi etici, più che risolverne”.

Ma come si coltiva la congruenza per sé?
Come possiamo contribuire alla ricerca del cliente della propria congruenza?
E che vantaggio ne abbiamo e quali effetti?

Come si coltiva la congruenza per sé?

La risposta a questa domanda credo non possa essere una semplice ricetta di cucina, perché una ricetta è una sequenza razionale di operazioni codificata dal pensiero – la qual cosa non esclude che il risultato, la pietanza, possa essere immangiabile – mentre la congruenza riguarda un sistema che include un tutto più grande.
Una possibilità che vorrei proporvi parte da una azione, un verbo: “praticare”.
Per spiegarmi meglio, utilizzo una breve poesia di Thich Nhat Hanh (2005), il famoso monaco buddista vietnamita, che si intitola Froglessness e che recita:

La prima realizzazione della pratica
è il conseguimento della nonranità.
Quando si mette una rana al centro di un piatto,
dopo pochi secondi
salterà fuori dal piatto.
Se di nuovo si mette la rana al centro del piatto,
salterà di nuovo fuori.
Fate tanti progetti.
C’è sempre qualcosa da raggiungere.
E sempre fate un balzo,
un balzo in avanti.
È difficile tener ferma la rana al centro del piatto.
Sia voi sia io abbiamo la Natura di Buddha in noi.
E questo è incoraggiante.
Ma sia voi sia io abbiamo la Natura di Rana in noi.
Per questo, la prima realizzazione della pratica
si chiama nonranità.

In questa poesia Thich Nhat Hanh fa chiaramente riferimento alla pratica della meditazione. E agli ostacoli, naturali e inevitabili, che si incontrano nel percorso meditativo: la distrazione, la proliferazione mentale, i pensieri ricorrenti, i dolori del corpo, il cercare di raggiungere un obiettivo in una pratica, come quella vipassana, che è senza scopo (“visione profonda” o “vedere le cose come sono realmente”).
In che modo sento che questa poesia ha a che fare con la congruenza? Perché parlo di pratica nel caso della congruenza?
Perché essere congruenti è il frutto, il risultato di un processo in continuo divenire.
Nell’approccio somatorelazionale parliamo di grounding, uno dei concetti chiave dell’analisi bioenergetica, traducibile in italiano con la parola “radicamento”. Avere grounding significa avere i piedi sulla terra, ben poggiati per terra. Ma, in un senso più ampio, vuol dire essere in contatto con il proprio corpo e con la verità della propria esistenza. In questo senso più esteso, il grounding può essere considerato uno degli obiettivi della bioenergetica.

Ribaltamento dello sguardo

E se provassimo a cambiare il punto di vista rispetto alla ranità, ad ampliarlo, a ribaltarlo? Non ho ancora un’idea ben strutturata e precisa su come procedere. Provo quindi a offrire alcune suggestioni alla vostra attenzione a partire da una poesia di Vivian Lamarque (2002):

Se sul treno ti siedi al contrario
con la testa girata di là
vedi meno la vita che viene
vedi meglio la vita che va.

Oppure, sempre rimanendo nell’ambito buddista, nel quale grande attenzione è data al tema della pratica, Carol Wilson, insegnante dell’Insight Meditation Society, sempre a proposito della meditazione e delle aspettative a essa collegate, scrive, in un articolo del 1999 intitolato Do I want to be comfortable or do I want to be free? (Voglio essere comoda o voglio essere libera?):
“Ho passato parecchi anni della mia pratica di meditazione in attesa del momento in cui, una volta per tutte, sarei approdata al risveglio. Pensavo che questo evento avrebbe avuto luogo mentre ero immersa in uno stato di meditazione profonda, dopodiché il resto della mia vita sarebbe stato tutto una crociera, una passeggiata. Ora, se noi consideriamo la pratica meditativa in questo modo, ossia la concepiamo come un insieme di attività (per esempio sedute formali e meditazione camminata) culminanti in una esperienza specifica e idealizzata – l’illuminazione – dopo la quale la vita scorre libera e chiara, noi rischiamo di farci sfuggire l’essenza della pratica.
Ed è poi facile che ci sentiamo scoraggiati e confusi se vediamo che la chiarezza e il potere dell’esperienza meditativa non si trasferiscono automaticamente nella nostra vita attiva. Per me fu un enorme sollievo sbarazzarmi di questa aspettativa non realistica.
Allorché noi ci rendiamo conto che la pratica meditativa più profonda è la coltivazione di un atteggiamento (un processo in divenire) e non la ricerca di una esperienza speciale, allora tutta la nostra vita si apre e ogni attività può diventare un veicolo di risveglio. La vita è fatta di momenti.
La pratica di consapevolezza è semplicemente la coltivazione dell’abilità di incontrare qualunque cosa emerge di momento in momento con totale presenza e a cuore aperto.”
Quindi possiamo considerare il praticare, per come lo descrive Carol Wilson, il primo passo, “la coltivazione dell’abilità di incontrare qualunque cosa emerge di momento in momento con totale presenza e a cuore aperto.”
E questo saltare può essere non una fuga o un segno di distrazione, ma invece il segnale della conquista di un nuovo spazio di libertà, di una libera e naturale espressione della propria natura tramite il movimento consapevole?

Nella prospettiva somatorelazionale tre sono gli aspetti importanti, gli obiettivi:

  • la consapevolezza di sé (sentire il proprio corpo, con i sentimenti e le emozioni che lo animano);
  • l’espressione di sé (esprimere sentimenti ed emozioni con parole e gesti);
  • la padronanza di sé (saper contenere le emozioni, non farsene travolgere).

Sempre Marchino e Mizrahil (2015): “Non solo la rimozione di certe emozioni, ma anche l’incapacità di esprimerle e di contenerle sono tratti caratteriali, cioè modalità anelastiche, mono-tone, di essere e interagire con l’ambiente”.
Lo stesso Thich Nhat Hanh in un altro suo scritto sottolinea che “tornare ad abitare il corpo è il primo atto d’amore.”

Come possiamo contribuire alla ricerca del cliente della propria congruenza?

Riprendo brevemente l’aspetto relazionale della congruenza, cui avevo solo accennato in precedenza: “Cosa accade nell’incontro con l’altro quando sono, mi sento, in uno stato di congruenza?”.
Prendo ancora a prestito le parole di Ferruccio Gobbato (2022): “Quando questi aspetti sono allineati, coinvolti senza stonature eccessive nel suonare la stessa musica, ecco che in me può fluire un’esperienza riconoscibile nella sua qualità. La riconosco io, ma la riconosce anche chi mi sta accanto, se è attento a questa dimensione; e spesso chi attraversa una crisi esistenziale ha, proprio per questo, un orecchio particolarmente sensibile a questa musica, perché è ciò che sta cercando per sé, magari senza saperlo”.
Vorrei aggiungere un ulteriore tassello a questa mia riflessione, correndo il rischio di andare fuori tema, accennando al paradosso della libertà.
Tutti vogliamo essere “liberi da” e qui l’elenco si fa lungo e ciascuno di noi ha il proprio. Raramente ci capita di essere davvero “liberi di”. Qui si apre una sconfinata prateria che talvolta ci spaventa e blocca. In maniera apparentemente paradossale.
Probabilmente conoscerete la poesia di Marianne Williamson (1996) intitolata La nostra paura più profonda che, meglio di come potrei fare io, lo spiega:

La nostra paura più profonda
non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda
è di essere potenti oltre ogni limite.
È la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più.
Ci domandiamo:
chi sono io per essere brillante,
pieno di talento, favoloso?
In realtà chi sei tu per NON esserlo?
Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo
non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato
nello sminuire sé stessi cosicché gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.
Siamo tutti nati per risplendere,
come fanno i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi:
in ognuno di noi.
E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, inconsapevolmente diamo
agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.

Perché parlo di esercizio di libertà?

Nel corso del tempo mi sono reso conto che comportarmi come se fossi diverso da come sono non produce alcun effetto positivo. Sia nella relazione con me stesso sia nei rapporti interpersonali.
Agire in modo calmo e piacevole quando di fatto mi sento critico e pieno di ira.
Agire come se conoscessi le risposte da dare quando non le conosco.
Comportarmi da persona affettuosa se in realtà, in quel momento, mi sento ostile.
Ostentare sicurezza, se di fatto sono spaventato e insicuro.
Dire che sto bene se in realtà mi sento malato.
Tutto questo “non serve”.
Quando smetto di fare finta, di sostenere una facciata, arrivo a casa, torno ad abitare il nostro corpo. E può non essere un bel posto in cui stare.
Praticare la congruenza, quindi, non è un’altra cosa da fare. Un altro impegno. Non richiede sforzo, ma lasciare andare. Un “lasciare andare” non nella direzione dell’indifferenza, ma in quella del prendersi carico di sé. Prendere in considerazione l’ipotesi dell’arrendersi. Sapendo che non c’è alcun merito nell’essere congruenti.
Riprendo una riflessione di Carl Rogers: “Se dal punto di vista intellettuale, razionale, sento di aver imparato a fondo la verità di questa proposizione, al tempo stesso non l’ho messa a profitto in maniera adeguata. Infatti, la maggior parte dei fallimenti cui sono andato incontro nella mia professione si possono spiegare col fatto che, per qualche motivo di difesa, mi sono comportato in un modo, mentre in realtà sentivo in un modo del tutto diverso”.
Di conseguenza: “Quando mi ascolto con accettazione e mi permetto di essere me stesso, ho scoperto di essere più efficace”.
Se divento più capace di accettarmi così come sono, accettarmi come una persona decisamente imperfetta, che non funziona sempre come vorrei, in quel momento le relazioni interpersonali diventano autentiche. Le relazioni autentiche hanno una loro propria caratteristica di vitalità e di significatività. E le relazioni autentiche tendono a evolvere piuttosto che a rimanere statiche.
Sempre Carl Rogers: “Credo di aver imparato questa lezione sia dai miei clienti sia dalla mia esperienza personale. Noi non possiamo cambiare, non possiamo allontanarci da ciò che siamo, finché non accettiamo fino in fondo ciò che siamo. Allora sembra che il cambiamento avvenga quasi inavvertitamente.”

Voglio concludere con una storia che ci riporta al tema della congruenza (Boschi, 2012):
“Un giorno la madre di un ragazzino che mangiava troppi dolci si recò da un vecchio saggio chiedendogli se poteva farlo smettere. Il vecchio ascoltò la donna con attenzione e le disse di ritornare un mese più tardi, portando con sé il figlio.
Trascorso un mese la madre ritornò con il figlio, che nel frattempo non aveva affatto smesso di mangiare dolci.
Il saggio guardò il ragazzino e gli disse: ‘Dovresti smettere di mangiare tutti quei dolci!’, dopodiché congedò entrambi.
Dopo qualche tempo la donna tornò per ringraziarlo, mostrandosi al contempo perplessa: ‘Ti debbo ringraziare di cuore per quello che hai fatto per mio figlio che ha smesso di mangiare troppi dolci, ma c’è una cosa che non capisco. Le semplici parole che gli hai detto avresti potuto dirgliele senza bisogno di attendere un intero mese’.
Al che il saggio le rispose: ‘Vedi, il fatto è che la prima volta che ci siamo incontrati anch’io mangiavo troppi dolci. Mi ci è voluto un intero mese per smettere di farlo e solo allora ho potuto dire a tuo figlio di fare la stessa cosa, in modo da essere veramente convincente”.

Avvertenza finale

Tutto quel che ho scritto, io l’ho ricevuto da altri.
Il mio compito è stato quello di condividere il dono ricevuto.
Quello che vi sembra utile, condividetelo a vostra volta: il resto potete gettarlo via.


Bibliografia

  • Marchino L. e Mizrahil M. (2015), Counseling. Una nuova prospettiva, Mimesis Edizioni
  • Thich Nhat Hanh (2005), Call me by my true names, Parallax Press, Plum Village
  • Williamson M. (1996), A return to love: reflections on the Principles of a Course in Miracles, HarperCollins Publisher
  • Wilson C. (1999), Do I want to be comfortable or do I want to be free?, Inquiring Mind (Vol. 15 #2)

Testo non pubblicato

  • Gobbato F. (2022), L’allineamento dei livelli logici. Esercitarsi alla congruenza., Dispensa realizzata per i corsi IPSO.

Sitografia

  • Boschi S. (2012), La comunicazione strategica in Psicoterapia, Vertici Network link

 


Photo credit: foto di Jean Paul Montanaro su Pexels

Giorgio Lavelli

Giorgio Lavelli è nato a Milano dove, dopo vent’anni nel “mondo della reclame”, si è avvicinato al counseling formandosi presso CSTG e presso IPSO. È counselor supervisor e trainer, ad approccio gestaltico e somatorelazionale.
Accompagna le persone a costruire il cambiamento e ad affrontare le scelte legate alle fasi di transizione della vita. Lavora nell’ambito del benessere personale e relazionale.
Da sempre impegnato nella politica professionale – tra i fondatori di AssoCounseling – con particolare attenzione ai temi dell’etica e della deontologia, collabora con diverse scuole di counseling.

linguaggio disobbediente

Come tutte le norme, anche quelle linguistiche sono un artefatto politico, sociale, culturale. Quella del maschile sovraesteso è una regola linguistica che di recente l’Accademia della Crusca ha definito come non discriminante. Di fronte alle norme ci sono sempre due possibilità: obbedire o disobbedire. Questo articolo vuole essere un atto intenzionale di disobbedienza grammaticale che intende ribadire – proprio con le parole – la forza dirompente del linguaggio. Come tutte le dis-obbedienze, è dis-turbante e dis-ordinante, anche percettivamente per chi legge; eppure: considerate che ogni qualvolta la piccola "ə" genera un senso di fastidio, la forma di straniamento è analoga a quella vissuta da chi appartiene a una minoranza a cui una maggioranza – sociale, politica, linguistica e sessuale – impone, nel nome della regola, dell’estetica o della leggibilità, l’adeguamento come normale. E come l’obbedienza a un ordine continui ad essere una virtù.


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Jhumpa Lahiri

Jhumpa Lahiri è una scrittrice di fama mondiale, nota per le sue opere sull'esperienza degli immigrati, in particolare degli indiani orientali. Ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa con la sua prima raccolta di racconti, 'Interpreter of Maladies'. Nel suo libro bilingue 'In Other Words', originariamente scritto in italiano, Lahiri esplora il travagliato processo che ha affrontato per esprimersi in una nuova lingua.


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code-switching

Il code-switching, o commutazione di codice, è il passare fluidamente da una lingua a un’altra all’interno del discorso di uno stesso parlante. Può riflettere la volontà di esprimere un'identità culturale, di adattarsi a un gruppo sociale specifico, o semplicemente di utilizzare la lingua percepita più adatta per esprimere un particolare concetto o emozione.


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Counseling scolastico in Corea del Sud

Fonte: Sang Min Lee – Eunjoo Yang, “Counseling in South Korea”, in Counseling Around the World, a cura di Thomas Hohenshil, Norman Amundson, Spencer Niles, American Counseling Association, Alexandria VA (USA), 2013.


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L’esperienza del counseling in Turchia

Fonte: Fidan Korkut Owen and Oya Yerin Güneri, “Counseling in Turkey”, in Counseling Around the World, a cura di Thomas Hohenshil, Norman Amundson, Spencer Niles, American Counseling Association, Alexandria VA (USA), 2013.


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Pietra di inciampo


Stolpersteinen, in tedesco, pietre d’inciampo; ideate negli Anni 90 dall'artista tedesco Gunter Demnig per innestare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio.

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Comitato scientifico di AssoCounseling


Svolge varie funzioni di supporto e stimolo all’attività di ricerca, studio ed elaborazione dell’identità professionale.

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Il team


Nella quarta edizione appena conclusa Laura Torretta ha ricoperto il ruolo di referente nel direttivo e di project manager, affiancata dalla process owner Aidp Lombardia Daniela Tronconi. È in partenza la quinta edizione, con un passaggio di consegne al nuovo direttivo, in cui la nuova referente dell’iniziativa sarà Rossella Cardinale e la nuova project manager Elisabetta Maiocchi.

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Ringraziamento ai supervisori


Si ringraziano in particolare Pierpaolo Dutto, Manuela Giago, Silvia Ronzani, referenti per le tre scuole.

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Questionario di fine percorso


Per chi volesse avere evidenza del questionario somministrato a fine percorso ecco le domande proposte:

  • Avevi già effettuato un percorso di counseling?
  • Relativamente all’esperienza di counseling quale è il livello di gradimento complessivo?
  • Ti sei sentito/a accolto/a, ascoltato/a e compreso/a dal counselor? Sì? Come? No? Come?
  • Quali tema e bisogno sono stati al centro del tuo percorso?
  • Se dovessi dare un valore al tuo benessere all’inizio: da 1 a 10?
  • Descrivi, con una o più parole, l'emozione che provavi all'inizio del primo incontro.
  • Quali pensieri ricorrenti, schemi limitanti, credenze e convinzioni sono emerse e hai trasformato?
  • Quali nuove consapevolezze hai sviluppato?
  • Quali risorse hai organizzato e mobilitato al servizio della tua crescita?
  • Descrivi, con una o più parole, l'emozione che provi ora, al termine del tuo percorso.
  • Quali azioni nuove scegli ora più coerenti con il tuo obiettivo?
  • Regista e protagonista di una nuova narrazione: descrivi la tua esperienza di cambiamento e maggiore benessere
  • Se dovessi dare un valore al tuo benessere alla fine del percorso: da 1 a 10?
  • Raccomanderesti questa esperienza ad altri? Sì? Per quale motivo? No? Per quale motivo?

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Definizione di sessualità


"La sessualità è un concetto esteso […]. È una parte naturale dello sviluppo umano in ogni fase della vita e include componenti fisiche, psicologiche e sociali […]. La sessualità è un aspetto centrale dell’essere umano lungo tutto l’arco della vita e comprende il sesso, l’identità e i ruoli di genere, l’orientamento sessuale, l’erotismo, il piacere, l’intimità e la riproduzione. La sessualità viene sperimentata ed espressa in pensieri, fantasie, desideri, convinzioni, atteggiamenti, valori, comportamenti, pratiche, ruoli e relazioni. Sebbene la sessualità possa includere tutte queste dimensioni, non tutte sono sempre esperite ed espresse. La sessualità è interessata dall’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, etici, giuridici, storici, religiosi e spirituali.”

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Diritto alla sessualità


"Tutti gli esseri umani hanno la facoltà di vivere la propria sessualità in maniera appagante, libera da coercizioni, discriminazioni o violenza. I diritti sessuali si basano sui principi fondamentali dei diritti umani internazionalmente definiti, sono parte integrante delle convenzioni dell’ONU che hanno carattere vincolante.”

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Origine della sessuologia scientifica


Lo studio della sessuologia scientifica è un ambito di ricerca recentissimo che risale alla metà del 1900. Fa capo gli studi rivoluzionari di Masters e Jonson, i primi ad interessarsi scientificamente la sessualità cercando di superare la teoria e la clinica freudiana che intendeva i disturbi sessuali espressione di uno sviluppo psicosessuale problematico.

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dall'articolo 10


Il diritto all’istruzione e il diritto ad una educazione sessuale approfondita ed esauriente: “Ogni individuo ha il diritto all’istruzione ed il diritto ad una educazione sessuale completa. L’educazione sessuale deve essere appropriata all’età, scientificamente accurata, culturalmente adeguata e basata sui diritti umani, sull’uguaglianza di genere e su un approccio positivo alla sessualità.”

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riferimento bibliografico esteso


Tutu, D. (2004), God has a dream. A vision of hope for our time, Doubleday, NY.

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riferimento bibliografico esteso


Mokgoro, Y. (1998), Ubuntu and the law in South Africa. Buffalo Human Rights Law Review, 15, 1–6.

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stati dell'Io


Per la terminologia dell’Analisi Transazionale utilizzata si può fare riferimento al testo di Stewart – Joines in bibliografia.

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L'esempio di Rigivan Ganeshamoorthy


Nell'intervista, Capotosto cita l'esempio di Rigivan Ganeshamoorthy, un atleta paralimpico che, usando una parola normalmente offensiva, ha scritto la parola su sé stesso con leggerezza, ridefinendo la propria condizione in maniera autodiretta e tematizzando l’umorismo in ambito di disabilità.

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Doppia empatia


La teoria della doppia empatia, formulata dal sociologo Damian Milton, propone che le difficoltà comunicative tra persone neurodivergenti e neurotipiche non derivino da un “deficit” di una delle due parti, ma da una asimmetria reciproca. Quando due individui hanno modi diversi di percepire, interpretare e dare significato all’esperienza, può emergere un gap di comprensione che riguarda entrambi. L’approccio mette quindi l’accento sulla relazione, non sulla mancanza individuale, e invita a considerare la comunicazione come un processo di co-costruzione che richiede adattamento e ascolto da entrambe le parti.

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Nota all'immagine


I principi di design dell'immagine si basano sulla Neuroaffermatività, definendo la comunicazione tra persone neurodivergenti e persone normotipiche come un mismatch reciproco tra stili cognitivi validi, il quale dà luogo al Double Empathy Problem. Sono stati esclusi per etica simboli patologizzanti come il pezzo di puzzle. L'estetica funzionale adotta il Low Arousal Design o Minimalismo Sensoriale e palette a bassa saturazione per garantire accessibilità visiva e sicurezza sensoriale, prevenendo lo stress da Pattern Glare.

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neurodivergenza


Per neurodivergenza, si intende un funzionamento neurologico diverso da quello considerato "tipico", non una malattia, ma una variazione naturale del cervello umano, che include condizioni come autismo, ADHD, dislessia e plusdotazione, caratterizzata da modi unici di pensare, percepire e interagire con il mondo, valorizzando le differenze piuttosto che vederle come deficit.

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omeostasi


L’omeostasi è la capacità degli organismi viventi di autoregolarsi, mantenendo un ambiente interno stabile e costante (temperatura, pH, glicemia) nonostante le variazioni esterne.

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Nota di lettura su questo articolo


Evoluzioni si impegna a fornire informazioni di qualità nel campo del counseling, promuovendo la condivisione di conoscenze e prospettive globali. Lo fa nella consapevolezza che il counseling è una professione largamente diffusa, in un mondo che evolve velocemente. Con esso mutano la società umana e i suoi bisogni, nonché, a distanza di tempi più o meno lunghi, le normative che di conseguenza ciascun Paese sceglie di definire.

Anche i confini della professione di counselor possono essere diversi da nazione a nazione. In alcuni stati chi la esercita può per esempio definirsi terapeuta o psicoterapeuta e occuparsi di disturbi che in altri paesi (tra cui al momento l’Italia) non può per legge affrontare. Diversi sono anche i criteri per la formazione in counseling, le normative e i sistemi di accreditamento/riconoscimento della professione.

Quanto descritto nei contenuti è dunque pubblicato a mero titolo informativo e non costituisce indicazioni per i confini della pratica professionale in Italia, per i quali si raccomanda di fare riferimento alle leggi e normative vigenti nel contesto italiano.

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Nota Lavelli


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Froglessness


Letteralmente “assenza di rana” che io ho scelto di tradurre con il termine “nonranità”.

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