La sessione pomeridiana della prima giornata di convegno, sabato 18 aprile, ha visto il susseguirsi di tre speech: il primo di Pietro Pontremoli dal titolo Le narrazioni che aprono al futuro e alla speranza. Il counseling come antidoto; il secondo di Cristina Fiore dal titolo Dal racconto alla scelta: facilitare la narrazione nel colloquio di counseling; il terzo di Angelo Coscia che ha parlato di Intingere la penna nel calamaio delle emozioni: come il counseling ha cambiato il mio modo di scrivere. Ha chiuso l’intensa sessione Caterina Griffo con un intervento interattivo: Cambia ritmo per cambiare la narrazione. Yoga della risata e relazione d’aiuto.
Le narrazioni che aprono al futuro e alla speranza. Il counseling come antidoto
Pietro Pontremoli, supervisor e trainer counselor
Pietro Pontremoli ha proposto una riflessione sul counseling come pratica narrativa capace di riaprire il futuro e di restituire speranza, in un tempo che egli definisce segnato da una crisi della narrazione e dell’ascolto.
Il suo punto di partenza è che ogni narrazione è sempre parziale: non restituisce mai la totalità del reale, ma seleziona, omette, costruisce prospettive e “mondi possibili”. Proprio per questo, però, il racconto resta decisivo, perché consente di dare forma all’esperienza e di riconoscere la propria identità anche attraverso lo sguardo e l’ascolto dell’altro.
Pontremoli insiste sul fatto che oggi viviamo in un’epoca apparentemente ricca di discorsi sulla narrazione, ma in realtà spesso povera di introspezione, empatia e capacità di ascolto. I fatti accadono, ma non sempre vengono interiorizzati e trasformati in esperienza dotata di senso.
Da qui la sua tesi centrale: il counseling può essere un “antidoto” a questa condizione post-narrativa, perché offre uno spazio in cui la persona può tornare a raccontarsi, a riconnettere i frammenti della propria storia e a ritrovare un orientamento.
Raccontare, suggerisce Pontremoli, non elimina magicamente il dolore, ma lo rende più abitabile e più condivisibile.
Molto efficace è l’immagine del counselor accostato a Momo, la protagonista di un romanzo di Michael Ende, capace di aiutare gli altri, non grazie a poteri speciali, ma attraverso la qualità del suo ascolto e il dono del suo tempo. In questa prospettiva, il counseling viene presentato come una prassi relazionale e narrativa in cui il malessere appare come un blocco del fluire del racconto, mentre il lavoro di ascolto permette alla narrazione di rimettersi in moto. Quando la persona ritrova parole, connessioni e significati, si riapre anche la possibilità di stare meglio e di immaginare il domani.
Nella parte finale, Pontremoli allarga lo sguardo alla comunità di AssoCounseling, descrivendola come un luogo di storie condivise, di relazioni, di creatività e di costruzione del senso comune.
Anche la vicenda associativa viene letta come una narrazione ancora in divenire, non chiusa, ma aperta al futuro.
È in questo intreccio tra ascolto, racconto e comunità che il counseling, secondo Pontremoli, mostra la sua forza più propria: non solo accompagnare il presente, ma custodire e rilanciare la speranza per il futuro.
Dal racconto alla scelta: facilitare la narrazione nel colloquio di counseling
Cristina Fiore, supervisor e trainer counselor
Cristina Fiore ha proposto una riflessione molto concreta sul colloquio di counseling come spazio relazionale e narrativo in cui una storia, incrinata o interrotta, può ritrovare forma. Muovendo da una prospettiva rogersiana, Fiore ha sottolineato che il counseling non accoglie semplicemente un racconto, ma entra nel punto in cui il filo narrativo dell’esistenza si è spezzato: il o la cliente non arriva con una storia già ordinata, ma con un’esperienza confusa, dolorosa, spesso ancora priva di parole adeguate. Il compito di noi counselor è facilitare il processo attraverso cui il vissuto si riorganizza, senza imporre significati dall’esterno, ma restando aderente al linguaggio, al ritmo e alle immagini portate dalla persona.
Particolarmente efficace, in questo senso, è stato il momento in cui i colleghi Gaia Sutti e Paolo Romagnoli hanno riproposto sul palco un colloquio fra la counselor e il cliente Alfredo, proponendo una inedita formulazione di lavoro narrativo. Alfredo non racconta il proprio dolore in modo diretto: non dice semplicemente che la compagna se n’è andata e che soffre; parla di zampironi che si spezzano, di piante secche, di polvere, di un balcone vuoto. Attraverso l’ascolto, il silenzio, la riformulazione e il rispetto della continuità semantica del cliente, la counselor non traduce né interpreta arbitrariamente queste immagini, ma le segue fino a far emergere l’inizio di un movimento nuovo: dal linguaggio della rottura e del collasso si passa a parole come respirare, restare, dare acqua a una pianta, ridare fiato.
È qui che la narrazione torna a generare scelta.
Fiore insiste sul fatto che il counseling sia una pratica rigorosa, non affidata al solo buon senso o alla spontaneità empatica.
Facilitare la narrazione significa saper usare con precisione la domanda, il silenzio, la cornice relazionale, la fedeltà alle parole del cliente. In questa prospettiva, anche una scelta minima acquista un valore enorme: non un gesto eroico, ma un primo passo possibile, capace di riaprire la storia.
L’intervento si chiude così su un’idea forte: il counseling offre uno spazio in cui la persona non torna a essere come prima, ma può iniziare a dare una forma nuova alla propria esperienza, trovando nel linguaggio e nella relazione il luogo da cui ripartire.
Come il counseling ha cambiato il mio modo di scrivere
Angelo Coscia, professionale counselor e scrittore
Angelo Coscia ha intrecciato in modo molto personale e coinvolgente il tema della scrittura con quello del counseling, mostrando come l’incontro con la professione e con la comunità di pratica di AssoCounseling abbia trasformato il suo modo di stare nelle storie, di ascoltarle e di raccontarle. Il suo primo messaggio è un invito netto alla partecipazione associativa: le comunità di pratica – ha detto – sono luoghi vivi di sostegno, confronto e crescita, indispensabili non solo per chi inizia, ma per dare forza e futuro all’intera professione.
Da qui Coscia passa al cuore del suo tema: la scrittura non è soltanto tecnica, né semplice registrazione di fatti, piuttosto un vero viaggio dentro il senso dell’esperienza. Il counseling gli ha insegnato a non fermarsi alla superficie delle parole e a cogliere il “panorama intorno alle parole”: le emozioni, i movimenti interiori, le motivazioni profonde che abitano ogni racconto. Per questo distingue tra una “scrittura dei fatti” e una “scrittura delle emozioni”: la prima ordina gli eventi, la seconda permette di avvicinarsi a ciò che in ogni storia è più autentico e trasformativo.
Uno dei nuclei più forti dell’intervento è l’idea che non si possa ascoltare davvero un’altra persona se prima non si è disposti a raccontarsi con sincerità. Scrivere, allora, diventa per Coscia un esercizio di verità, uno strumento per non ridurre la relazione di aiuto a un gesto compensatorio o autoreferenziale. Ciò crea il rischio di “curare gli altri per curare se stessi”, senza offrire un vero spazio di ascolto. In questo senso il counseling gli ha insegnato a incontrare personaggi e persone non come figure piatte o predefinite, ma come realtà poliedriche, complesse, mai riducibili a una sola faccia.
Nella parte finale, Coscia rilancia una visione evolutiva della scrittura: scrivere è un atto poetico ed etico, capace di far emergere verità, giustizia, impegno e speranza.
La sua testimonianza personale, segnata anche dall’esperienza di bambino dislessico scoraggiato dagli adulti, rende ancora più forte il messaggio conclusivo: la scrittura, come il counseling, può diventare una chiave di trasformazione, uno strumento per dare forma alla propria voce e per abitare le storie con maggiore consapevolezza.
Da qui la sua immagine finale, molto efficace: siamo storie accanto a storie, dentro storie più grandi, e il compito non è fare storie, ma viverle pienamente.
Cambia ritmo per cambiare la narrazione. Yoga della risata e relazione d’aiuto
Caterina Griffo, professional advanced counselor
Caterina Griffo ha presentato lo yoga della risata come pratica corporea e relazionale capace di modificare rapidamente lo stato interno della persona e, attraverso questo cambiamento di ritmo, di incidere anche sulla narrazione di sé.
Fin dall’inizio ha chiarito che non si tratta di comicità o di barzellette, ma di una metodologia basata su respirazione, movimento, attivazione del corpo e risata volontaria, pensata per produrre effetti concreti sul benessere psicofisico. Il presupposto è molto chiaro: chi opera nella relazione d’aiuto non può limitarsi a parlare di benessere, ma deve coltivare pratiche personali che lo aiutino a incarnarlo e a testimoniarlo nella propria vita quotidiana.
Griffo ha raccontato di aver incontrato questa pratica nel 2020, in piena emergenza Covid, in un momento di forte pressione e responsabilità personale. Proprio da questa esperienza nasce la sua convinzione che lo yoga della risata possa diventare uno strumento semplice ma efficace per uscire da stati di blocco, stress e affaticamento. La sua testimonianza è interessante perché non idealizza il metodo: riconosce anzi la fatica iniziale, il senso di artificiosità, il timore del giudizio e l’imbarazzo del ridere senza motivo. Ma è proprio attraversando questa resistenza che, secondo lei, diventa possibile sperimentare un cambiamento reale.
Il cuore del contributo sta nell’idea che cambiando il ritmo del corpo e del respiro cambi anche il ritmo del sentire. La risata, attivando la respirazione diaframmatica, la circolazione, l’energia corporea e una maggiore leggerezza mentale, interrompe le gabbie emotive e cognitive in cui spesso rimaniamo bloccati.
Per questo Griffo la propone come risorsa utile anche per counselor: non come tecnica da sovrapporre impropriamente al colloquio, né come gesto di derisione verso l’altro, ma come pratica di autoregolazione, presenza e cura di sé, capace di restituire vitalità dopo situazioni impegnative.
La parte esperienziale dell’intervento – con esercizi di respirazione, emissione sonora, movimento e contatto visivo – ha tradotto concretamente questa visione: la relazione con l’altro, il gioco, il corpo e la condivisione diventano strumenti per spostare lo stato interno e aprire un diverso posizionamento emotivo. In questo senso, il messaggio finale dell’intervento è che, nelle professioni di aiuto, anche il benessere va praticato, allenato e reso visibile: solo così può diventare credibile e contagioso.
Personalmente ho apprezzato molto la possibilità di sperimentare questa pratica: può risultare più o meno vicina alla sensibilità di ciascuno, ma quando si ride si avverte con chiarezza che è tutto il corpo a partecipare alla risata, e proprio per questo a rilassarsi.
Un’esperienza intensa e sorprendentemente potente.
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